07.06.2020 – 08.30 – Correva il 31 marzo 1970 quando si spegneva, all’ultimo piano della Casa delle Maschere di via Tigor 12, Giorgio Calz meglio noto negli Stati Uniti come “Calza“, uno dei prodigi della lotta greco-romana mondiale, ritornato nella cara Trieste dopo una vita di successi nelle Americhe. Non è l’unico elemento storico dell’edificio: nonostante rimanga nascosto nel dedalo delle viuzze di San Vito, tra edifici della Seconda Guerra Mondiale e rimanenze delle ville inglesi ottocentesche, la Casa delle Maschere, o “dei Mascheroni” o “Casa Mosco” spicca per il carattere riccamente ornato.
Il palazzo fu infatti una delle ultime costruzioni dell’architetto Giuseppe Mosco (1861-1924): nato quale semplice condominio, quale rimane, il caseggiato mescola suggestioni liberty con un linguaggio barocco, quasi preda di un horror vacui, eppure miracolosamente “leggero” nella sua composizione complessiva.
Un gioiello nascosto quando venne costruito, nel 1907, l’edificio era progressivamente diventato un gioiello “abbandonato”, specie nella facciata. Negli ultimi anni è stato restaurato un segmento dietro l’altro e persino il giardino interno ricco di statue presenta qualche segno di riordino. Proprio in questi giorni, complice l’allentarsi dell’emergenza Covid-19, i cantieri in corso hanno svelato la facciata principale, completamente rifatta: un nuovo color giallo decora i muri un tempo spaccati e gli stessi ornamenti tornano a rilucere. Si tratta tuttavia di un rifacimento “a pezzi”: intere ali dell’edificio rimangono in stato di abbandono, mentre altre ancora erano state restaurate con diversi colori negli ultimi anni.
In questo caso la facciata torna a esibire con chiarezza le due coppie di lesene che esaltano le finestre centrali; alle quali seguono un fregio, chiaramente ripreso da Mosco dalle decorazioni floreali di Giuseppe Sommaruga. Il fregio a sua volta fornisce la base per quattro, giganteschi, mascheroni di foglie.
Il pianoterra cede poi il passo a una galleria interna che ricorda un teatro, affollata di ogni genere di statue: dalle allegorie delle quattro stagioni (4 calchi per fila, 8 statue in totale) a un diluvio di ghirlande floreali, di mascheroni, di sguardi cristallizzati nella pietra.
Il restauro, allo stadio attuale, si limita alla facciata senza includere la galleria “monumentale”; a sua volta quest’ultima cede il passo alla terra incognita del giardino interno. Sarà interessante seguire i passi successivi del cantiere, specie considerando il cattivo stato degli affreschi di Romano Buda nella galleria interna, da tempo consumata dallo smog.







