La Sottostazione del Porto Vecchio: un liberty “elettrizzante” (1913)

06.06.2020 – 07.30 – Chi accede dal Porto Vecchio dal varco del Polo Museale presso la rotatoria – a pochi passi dal ponte ferroviario – incontrerà la sagoma bianca venata di rosso di un grande edificio, superbamente ornato: uno scrigno liberty che cela al suo interno lo sferragliare di vecchi macchinari industriali. Si tratta della “Sottostazione Elettrica di Riconversione” a volte erroneamente nota come la “Centrale Elettrica” o la “Stazione idroelettrica” confondendola con la vicina Centrale Idrodinamica. Segnali di quanto l’archeologia industriale rimanga in Italia un campo ancora poco battuto, per la necessità di coniugare conoscenze architettoniche e ingegneristiche, il tutto coniugato con una conoscenza della storia spesso sottovalutata. La Sottostazione Elettrica di Riconversione in tal senso ne è un ottimo esempio, perchè tutt’ora, quale proprietà del Comune di Trieste e sede di ESOF2020, viene raramente considerata.

La Sottostazione Elettrica di Riconversione era un sistema di trasformazione del voltaggio dell’energia per alimentare i circuiti elettrici del porto: dapprima per quanto concerneva illuminazione e forza motrice e solo in un secondo momento per le prime gru e per alimentare le motopompe (riconvertite) della Centrale Idrodinamica.
La Sottostazione, inaugurata nel 1913, rappresenta pertanto una delle ultime costruzioni dell’architetto Giorgio Zaninovich, prima che abbandonasse Trieste per Buenos Aires, a seguito del passaggio della città all’Italia, tra dissapori e crisi economiche.
La pianta a L dell’edificio permette di disporre sul lato corto la sala manovra a bassa e media tensione e sul lato lungo le restanti apparecchiature, distribuite in origine tra il seminterrato, il primo e il secondo piano. Le sezioni dell’edificio appaiono divise con rigorosi schemi geometrici, dove il gusto “floreale” viene talmente semplificato da ricordare un art déco ancora con i piedi ben piantati a terra. Il seminterrato getta le fondamenta con una serie di finestre ad arco ribassato, rinforzate con una cornice in bugnato, a cui segue una cornice marcapiano, a sua volta ingegnoso sostegno per le finestre del primo piano. Questa stessa cornice si snoda sul lato corto della L della Sottostazione, sporgendosi a tal punto da creare vere e proprie mensole; su questo lato, l’accesso ufficiale viene garantito da una doppia scalinata, ornata da quanto rimane degli originari lampioni in ferro. Le finestre del primo piano, così come l’ingresso, sono ad arco, alternate al muro intonacato e ciascuna decorata con un motivo triangolare definito “di sapore quasi espressionista“.
Diversissime invece le finestre al secondo piano, dalla forma rettangolare, incastonate dentro riquadri in cemento e sequenze di mattoni a vista. Prima di accedere al tetto, infine, è possibile notare un fregio rettilineo, il quale, combinato con il gioco di geometrie delle finestre del secondo piano, è una riproposizione raffinata e “asciutta” delle decorazioni di casa di salita Trenovia 4 (1909).

La sala comandi, conservatasi dal 1913

Zaninovich in questo caso riesce a coniugare tra loro intenti apparentemente irriconciliabili: chiaramente l’architetto ha da tempo abbracciato il razionalismo nella sua rielaborazione di Otto Wagner, ma al tempo stesso non c’è una superficie liscia, non c’è spazio per alcun “vuoto”. La pura quantità dei diversi stili e materiali permette di raggiungere un pesante decorativismo, eppure slegato da qualsiasi riferimento al mondo vegetale o animale.
La Sottostazione pertanto risulta razionale, ma senza tuttavia rinunciare a una continua sperimentazione, a un’intrinseca ricchezza di materiali e forme incongruamente “leggeri”.
Come la facciata, a sua volta la costruzione stessa mescola materiali e tecniche diverse: alle fondazioni di cemento armato, seguono le strutture portanti di muratura, frapposte a pilastri di cemento armato per sostenere il carroponte interno.

Mentre l’esterno si è conservato più o meno integro, il prolungato utilizzo della Sottostazione dal 1913 fino al 1989 ha modificato più volte gli interni, al punto da rendere difficile, se non impossibile distinguere le diverse fasi. La ristrutturazione ha conservato integre le macchine industriali nella sala dell’ingresso, al primo e al secondo piano, mentre ha trasformato negli uffici e nei saloni di rappresentanza le stanze retrostanti. Il visitatore può pertanto passare dalla zona industriale, della quale si sono ricostruite le decorazioni d’inizio ‘900, alla zona high tech ora adibita a centro organizzativo di ESOF 2020.
Dopo aver ammirato l’arco del portone d’accesso, riflesso speculare delle finestre al primo piano, il visitatore viene colpito dalla scenografia imbastita da Zaninovich nella sala comandi.
Il quadro di bassa tensione, collocato su una superficie di marmo, viene attorniato ai lati dai due vani delle scale, disposte affinché risaltino, sotto la luce delle ampie finestre, i comandi degli addetti. Zaninovich qui concepisce il quadro comandi come il ponte di una nave: ogni singolo elemento punta nella direzione delle maniglie e delle lancette dove un tempo lavoravano gli operai. Il timone di questa “elettrica” nave appare pertanto collocato nell’esatto centro della sala.
E tuttavia la sala ricorda, nella sua conformazione, un teatro ottocentesco: impressione confermata dall’ovale, al centro della terrazza al secondo piano, un ulteriore elemento, assieme alle scale, per re-direzionare lo sguardo verso i comandi operativi. La scenografia, in campo industriale, è molto simile alla centrale di Trezzo d’Adda (1906), di Gaetano Moretti.

Gli interni della Sottostazione Elettrica di Riconversione (1913)

La Sottostazione non produceva energia elettrica da zero, come viene spesso scritto, ma si limitava ad abbassarne il voltaggio e a redistribuirla a più utilizzatori nel Porto Vecchio.
La Sottostazione convertiva pertanto la tensione in arrivo da 25 kV – corrente alternata con una frequenza di 42 periodi al secondo – a 2000 kV. Il voltaggio veniva poi ulteriormente ridotto a 400 e 200 kV in altre Sottostazioni elettriche disperse nel Porto Vecchio. In questo modo la corrente attraversava tre diverse tappe, prima di venire utilizzata per le diverse prese dei magazzini e per l’illuminazione.
Verso gli anni Quaranta, sotto l’Italia, la Sottostazione accoglieva una corrente alternata a 27.500 kV con una frequenza a 50Hz, ma la procedura rimaneva identica. La riduzione del voltaggio, oltre a ottemperare alle misure di sicurezza, facilita il trasporto sulle lunghe distanze, perché non influisce sulla quantità di carica, gli Ampere.
Il passaggio ai 2.000 kV motivava la presenza di due piani nell’edificio e dei due diversi quadri comando, corrispondenti ai trasformatori incaricati della variazione di voltaggio. Il secondo piano corrisponde tutt’ora, ad impianto spento, alla sezione a media tensione dei 2.000 kV, mentre il primo alla sezione a bassa tensione, dai 1.000 kV in giù. La corrente veniva riconvertita per il funzionamento dell’intero Porto Vecchio al secondo piano e diramata a una dozzina di altre Sottostazioni minori. Il primo piano invece riconvertiva i 2000 kV a 200 e 400 kV con l’obiettivo d’illuminare l’edificio stesso e le zone circostanti, strada compresa.

La Sottostazione Elettrica di Riconversione, assieme alla Centrale Idrodinamica, al Magazzino 26, al tram di Opicina, al Gasometro del Broletto e alla Torre dei Pallini sono tutte componenti di un’archeologia industrialetriestina” faticosamente salvaguardata, ma della quale ancora manca tanto una chiara consapevolezza, quanto un reale inserimento nei percorsi turistici. In parte per il disprezzo riservato a questi studi, ma in larga parte anche per le difficoltà di accesso: il Gasometro rimane tutt’ora “fermo”; la Centrale chiusa come gli stessi Civici Musei e le Biblioteche comunali; il tram di Opicina “deragliato” dai cavilli burocratici.

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Fonti: Antonella Caroli, Il progetto e la storia del Polo museale del Porto di Trieste: i beni culturali e la sottostazione elettrica di conversione del Porto Vecchio di Trieste, Edizioni Italo Svevo, 2010.

Sulla vita di Zaninovich e la sua attività triestina, avevo approfondito il tema nel saggio Zeno Saracino, Trieste asburgica: l’arte al servizio dell’industria: dodici itinerari per i tempi più civilizzati, centoParole, 2018.