11.11.2019 – 18.00 – Sono sempre stata incuriosita dalla figura di Ugo Borsatti.
Volevo approfondire la sua storia, anche se credevo che a riguardo fosse già stato detto molto ed infatti, per paura di ripetermi, avevo preparato delle domande standard. Poi, però, parlando con il Maestro mi sono resa conto che spesso la cosa migliore è seguire il flusso e che di articoli su certe persone o notizie non ce ne sono mai abbastanza.
Appena entrati nel suo negozio, ‘Foto Omnia’ in via Gatteri 17/b, si nota con quanta umiltà e semplicità il fotografo e negoziante Ugo Borsatti affronti la sua vita.
Con uno sguardo più attento, si rimane ammagliati da quanto racconti quel piccolo spazio: tanti aggeggi particolari, macchine fotografiche di tutti i tipi ma soprattutto foto e volumi che profumano di ricordi e di storia.
Ecco che, entrare in un luogo che non segue le mode e non vuole essere vistoso finisce per svegliarti, buttandoti in faccia la verità: un lavoro/una storia concreta non ha bisogno di abbellire nulla, brilla da sé. E l’arrivo del maestro Borsatti conferma questa tesi: attivo, sorridente e disponibile, si siede subito nel retro del negozio per iniziare a raccontarmi la sua storia.
Ugo inizia parlando dell’origine della sua passione per la fotografia che probabilmente deriva un po’ anche dal suo dna, in quanto il papà Romano era un bravo fotografo, sebbene fosse principalmente musicista (suonava il violino).
Le prime foto scattate, si sa, furono quelle riguardanti i soldati italiani prigionieri dei tedeschi, fatte dalla finestra di casa sua in Via Ginnastica. Era il 14 settembre 1943, qualche giorno dopo il proclama di Badoglio, aveva 16 anni ed andava ancora a scuola. Non era facile avere pellicole a quell’epoca ma con la macchina di suo fratello, una Kodak, catturò un momento unico.
Iniziò l’attività nel 1952, in casa, dopo aver “buttato’’ fuori dalla stanza i genitori per creare una camera oscura. Successivamente, nel 1964, Borsatti si spostò in via Gatteri ed iniziò l’avventura con ‘Foto Omnia’, insegna che sta ad indicare proprio il fare “di tutto un po’ “, da matrimoni a fototessere.
Il suo grande amore, però, rimarrà sempre il reportage.
Il momento più bello dell’intervista avviene per caso, chiedendo al Maestro a quale foto fosse più affezionato. Mi risponde immediatamente: “la foto del bacio”, raccontandomi del grande amore dei protagonisti.
La storia è veramente emozionante: era il 1954, gli americani in quel momento stavano partendo dalla Stazione Ferroviaria per tornare a casa e tutte le ragazze erano andate a salutare i loro innamorati.
Ugo vide due commilitoni che presero una ragazza e la misero in braccio ad un soldato, per poi baciarsi fino alla partenza. Lei piangeva, aveva diciannove anni e lui venti.
Scattò senza pensarci due volte.
Pensando che fosse la storia di uno di quei amori che bruciano in fretta e che finiscono con la partenza, Ugo fece delle mostre con quella ed altre simili fotografie intitolandole ‘Ciao Johnny’ o ‘Addio per sempre’.
Dopo quasi 50 anni, però, entra in negozio un cliente che vede la foto della coppia sul banco ed esclama: “Cosa fanno qui mio zio e mia zia?!”
Venne fuori che, dopo una settimana da quella foto, erano già entrambi a Livorno, sposati. In seguito si sono trasferiti in California con tre figli e cinque nipoti.
Parlando del fatto Ugo si mette a ridere, quasi sentendosi in colpa per aver dato quei titoli alle mostre.
Ancora oggi lui e l’ex commilitone sono in contatto e si scambiano gli auguri durante le feste. Anche se la moglie non c’è più da cinque anni, il vedovo manda gli auguri a Ugo usando sempre il plurale, come se lei ci fosse ancora.
E parlando di ciò, il Maestro si commuove.
Perché niente come questo gli ricorda quanto grande può essere l’amore.
Può esserne fiero di averne catturato l’essenza.
Riprendendoci dall’emozione, si ritorna a parlare del lavoro parallelo al negozio.
Per vent’anni Borsatti fu, infatti, anche corrispondente fotografo de ‘Il Gazzettino’ e de ‘Il Messaggero Veneto’. Le foto quella volta venivano pagate 500 Lire l’una, che sarebbe stato un buon prezzo senza contare gli spostamenti che erano molto più difficili senza cellulare.
“Il problema quella volta” sottolinea Borsatti “riguardava il fatto che se c’era qualche notizia, si riceveva la chiamata sul telefono fisso, quindi poteva capitare di tornare a casa per sentirsi dire di ritornare nello stesso posto di prima. E prima di inviare le foto, bisognava anche svilupparle e stamparle..non proprio una passeggiata.”
Con il suo lavoro di fotogiornalista è anche uno dei più longevi iscritti all’Ordine dei Giornalisti, nonché autore di articoli per il giornale di cronaca ‘Crimen’.
Ricorda con piacere: “Sono stati tre i fotografi fondamentali del periodo : Vincenzo Carrese con la Publifoto, Tullio Farabola e Fedele Toscani, padre di Oliviero. Fedele era il fondatore dell’Agenzia Rotofoto-Ufficio Fotografico Corriere della Sera, di cui ero diventato corrispondente. Un grandissimo fotoreporter. Ricordo che ero orgoglioso di avere il tesserino del più importante quotidiano d’Italia, mi aveva aperto molte porte.’’ Continua dicendo: “Ricordo inoltre che si erano fatti fare da un artigiano a Milano delle macchine fotografiche su misura, con degli anelli di 2 mm di metallo centrali con dentro obiettivi intercambiabili e due maniglioni ai lati per scattare da entrambi i lati. Così pesanti che servivano anche per difesa personale!”
Parlando di altri tipi di foto, leggendarie sono quelle scattate alle attrici Claudia Cardinale e a Silvana Mangano. Quest’ultima viene da lui descritta “con un fascino indescrivibile”, ricordando come l’aveva intervistata mentre stava andando in treno in Jugoslavia a fare un film e di come anche il suo modo di parlare, in quel momento, esercitava una magia particolare.


Per Trieste, invece, sono importanti le foto delle lavoranti di una volta: le lattivendole che arrivavano a piedi da Basovizza, le mussolere, le lavandaie. Testimonianze storiche di lavori che non esistono più.“Di mussolere negli anni Cinquanta ce n’erano dieci o dodici a Trieste, sparse nei rioni. Cucinavano a vapore questi mussoli e raggruppavano gente di tutti i tipi, da quelli del popolo ai più ricchi che si pulivano le mani sullo stesso asciugamano, senza problemi.” Continua con un aneddoto: “In vetrina avevo esposto una foto di queste mussolere ed un giorno, una signora si era accucciata a guardarla per svariati minuti..le chiesi se si sentiva male ma lei rispose “Me par de sentir l’odor!” ”
Di consigli per chi vuole aprire un’attività in proprio non ne ha..piuttosto un augurio, per il periodo difficile. “Ai tempi pensavamo che il digitale ci avrebbe portato più lavoro perché credevamo la gente avrebbe avuto piacere di stampare le foto, ma non è stato così.” Continua con un sorriso amaro: “ Tra vent’anni nelle famiglie non ci saranno le foto dei nonni o dei parenti lontani come ne abbiamo oggi..ce li ricorderemo, ma non li vedremo nè lasceremo testimonianze ai nostri nipoti..una gran tristezza!”


Il suo negozio, prima gestito assieme alla moglie, il 1° settembre ha festeggiato il 67° anniversario dalla sua fondazione.
Offre articoli di fotografia, accessori di computer, stampe e sviluppo.
Lo stanzino sulla destra funge da angolo fototessera o ritrattistica, mentre il secondo stanzino fungeva da camera oscura e comprende ben cinque ingranditori, quattro di marche prestigiose ed uno più “modesto’’ prodotto a Trieste ed acquistato nei primi anni di attività.
Purtroppo a Capodanno di quest’anno, Ugo ha subito un ictus ed ha dovuto fermarsi.
Questo ed altro, però, non l’hanno fatto demordere, anzi: dopo 8 mesi di sofferenza per “essere dovuto stare con le mani in mano”, Ugo è tornato in negozio, seppur con orario ridotto (il martedì dalle 16.00 alle 19.00; il giovedì ed il sabato dalle 10.00 alle 13.00).
Con i suoi 92 anni dimostra che se si ha Passione si può lavorare a qualsiasi età senza sentire stanchezza.
Il retro del negozio è pieno di carte, ognuna con un suo ordine e con un mini-archivio di appunti e libri, privo però dei 365mila negativi dell’Archivio Storico, in quanto acquisiti dalla Fondazione CrTrieste e custoditi presso la Fototeca Comunale.
Mi fa vedere alcune foto storiche, una delle quali è in tempo di guerra, del 1944, fatta dalla finestra di casa sua. Riguarda la fila lunghissima che veniva fatta all’epoca per prendere il sale, quando era razionato e si poteva acquistare solo con la “tessera annonaria”.
Preziosi frammenti di vita.
Parlando di esposizioni invece, racconta: “Nel 2016 è stata fatta la mostra ‘Trieste e una donna’ (in riferimento alla famosa poesia di Umberto Saba) al Palazzo Costanzi dalla Commissione per le Pari Opportunità. Ora le foto sono esposte nei corridoi degli Uffici del Comune, mentre fino al 13 ottobre sono stati esposti dei miei lavori anche al Palazzo Gopcevich, con la mostra ‘Il Cinema in posa negli scatti della Fototeca dei Civici Musei di Storia ed arte di Trieste’ ”.
Mi auguro di sentire presto parlare di ulteriori mostre riguardo i suoi innumerevoli lavori perché ritrovare tanta storia e poesia racchiusi in negativi archiviati fa un po’ male al cuore.
Nel frattempo ci sono buone notizie riguardo i suoi volumi: in questi giorni, infatti, il libro ‘Ugo e Noi’ è tornato in ristampa con ‘Leica e le altre’ e si possono già trovare nel suo negozio. Oltre a questi volumi recenti, sono disponibili anche il libro sul ritorno di Trieste all’Italia, ‘Trieste 1954’ e il volume molto interessante ‘CROAZIA 1944 – Diario di guerra di un diciasettenne’.
Un’ulteriore occasione per andarlo a trovare.
Uscendo di lì, mi resta il sorriso per aver assaporato dei pezzi di storia della città altrimenti mai scoperti. Prima però, chiedo a Borsatti se vuole aggiungere un’ultima cosa.
“Sono sempre innamorato della Fotografia con la F maiuscola”.
Fotografia spontanea, senza ritocchi e che arriva al cuore. Proprio come quella fatta da lui.
Grazie, Maestro.
Michela Porta
Foto:Michela Porta






