Tanto rumore per nulla, ecco perché Dipiazza non deve chiedere scusa

19.12.2025 – 7.20 – C’è un vizio antico nella politica italiana: quando mancano i contenuti, si processano le parole. Non le decisioni, non gli atti, non i risultati amministrativi, ma le frasi, possibilmente isolate e private del loro contesto. Il cosiddetto “caso Dipiazza” nasce e cresce interamente dentro questo vizio. E più lo si osserva, più appare chiaro che non siamo davanti a uno scandalo, ma a una costruzione retorica. Roberto Dipiazza non ha pronunciato un principio politico, non ha enunciato una linea di governo, non ha introdotto una discriminazione. Ha reagito, con il suo stile noto, diretto e ruvido, a un confronto acceso in Aula. Da qui a trasformare quell’episodio in un paradigma culturale, in una prova di maschilismo strutturale, in un allarme democratico, il salto è enorme. E quel salto non è sostenuto dai fatti.

La narrazione nazionale pretende di spiegare Trieste e il suo sindaco come se fossero una deviazione, un’anomalia da correggere. Ma Dipiazza è stato eletto più volte, con maggioranze ampie, e ha governato una città complessa senza mai mettere in discussione diritti, rappresentanza, partecipazione. Se davvero incarnasse quella cultura discriminatoria che oggi gli viene cucita addosso, la sua storia amministrativa lo mostrerebbe. E invece non lo fa. Qui sta il punto che i commentatori indignati evitano accuratamente: il sindaco si giudica per ciò che amministra, non per il tono di una risposta. Le istituzioni non si difendono sterilizzando il linguaggio, ma garantendo che le decisioni siano legittime, trasparenti e discutibili. Su questo terreno, Dipiazza non è mai venuto meno. Il resto è rumore. C’è poi un altro aspetto, più scomodo. La retorica dello scandalo utilizza la categoria del sessismo come un grimaldello politico, non come un tema da affrontare con serietà. Se davvero fossimo di fronte a una questione di discriminazione, si parlerebbe di atti, di esclusioni, di pratiche. Invece si parla di una frase, perché la frase è maneggevole, riproducibile, spendibile mediaticamente. È una polemica a basso costo.

Difendere Dipiazza non significa negare che le parole abbiano un peso. Significa rifiutare l’idea che una parola possa sostituire un giudizio politico complessivo. Significa respingere un clima in cui ogni confronto duro diventa automaticamente una colpa morale. È un clima che non tutela nessuno, ma impoverisce tutti. Parafrasando Pirandello, il fatto non è ciò che è accaduto, ma ciò che si è deciso di raccontare. E ciò che si racconta oggi è un’Italia che si scopre improvvisamente scandalizzata, mentre continua a eludere i nodi veri della politica. In questo quadro, Dipiazza diventa il bersaglio perfetto: noto, riconoscibile, non allineato al linguaggio corrente (il politicamente corretto). Ma non per questo colpevole. E allora sì, tanto rumore per nulla. Non per minimizzare, ma per riportare le cose alla loro misura. Perché una democrazia matura non vive di processi alle parole, ma di responsabilità sui fatti. E su quel terreno, il sindaco di Trieste non ha bisogno di lezioni.

[f.v.]

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