Giulio Regeni o la rinuncia alla verità. La denuncia della Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin

26.06.2019 – 12.47 – Giulio Regeni nato a Trieste nel 1988, cresciuto a Fiumicello. Studente negli Stati Uniti ancora giovanissimo, poi nel Regno Unito. Premiato più volte per le sue capacità e per i suoi approfondimenti sul Medio Oriente. Impegnato nel sociale. Autore di lavori e articoli che descrivevano la difficile situazione del paese che stava conoscendo in profondità dopo la Rivoluzione del 2011. Apprezzato ricercatore, coinvolto in studi sui sindacati e sulle condizioni del lavoro in Egitto. Morto alla fine di gennaio 2016, in un momento imprecisato, al Cairo, gettato per strada dopo essere stato torturato e ucciso da un’altra parte. Colpevole: nessuno.

L’ambiguità. L’assassinio di Giulio Regeni è sembrato solo per un momento perdere quelle caratteristiche di ambiguità e di rimpallo di responsabilità collegate a teorie – suonate strampalate e irrispettose a chi lo conosceva e alla famiglia – di omosessualità, avvicinamento ad ambienti di malavita egiziani o di arruolamento diretto in attività di spionaggio per conto di una potenza occidentale: proprio nel 2016, subito dopo la morte, quando l’ambasciatore Maurizio Massari era stato richiamato (atto che ora la famiglia richiede nuovamente: “Sul caso Regeni ho piena fiducia nel premier Conte e nel ministro Moavero. Non spetta a me decidere sul ritiro dell’ambasciatore”, ha dichiarato il vicepremier Matteo Salvini).

L’omicidio. Si sono fatte molte speculazioni: la maggior parte di esse sono apparse successivamente come asservite alla dimostrazione di ipotesi dell’una o dell’altra parte più che collegate alla verità sulla morte del giovane ricercatore e all’arresto e giudizio dei colpevoli. Gran parte delle teorie sono peraltro giunte dai due principali attori nella vicenda: Egitto e Italia. Con Stati Uniti e Gran Bretagna anch’essi coinvolti in ruoli chiave e non spettatori inconsapevoli. Giulio Regeni non era omosessuale, non aveva interessi collegati alla malavita, né ci sono elementi noti per affermare che fosse una spia consapevole. E qui, sul ‘consapevole’, c’è punto di sospensione.
La spiegazione della morte addotta come maggiormente verosimile dalla stampa sia italiana che internazionale è che Giulio sia stato torturato e assassinato dai servizi segreti egiziani: fermato da uomini in borghese mentre camminava per strada, al Cairo, e ritrovato cadavere, in condizioni orribili, diversi giorni dopo, con sul corpo i segni di un tormento brutale protrattosi per un certo tempo – da qui un ipotesi di morte fra il 25 gennaio e i primi di febbraio. Recentemente, l’Egitto ha sollevato nuovamente dubbi su una ‘vendetta’ di qualcuno, o ‘atto di criminalità comune’, facendo riferimento alla lunga, particolare lista di contatti che Giulio Regeni aveva proprio in Egitto nonostante vi si trovasse da soli sei mesi. La famiglia e le associazioni che la sostengono hanno espresso amarezza e insoddisfazione, accusando gli investigatori e il governo egiziano di boicottare la ricerca della verità: questa denuncia è stata fatta propria anche dal governo italiano, e si parla da anni della ‘necessità di cooperazione più efficiente e accesso alle prove’, attualmente negato o ridottissimo, con fasi alterne che vanno dallo scontro diplomatico alla riappacificazione, alle minacce fatte localmente in Egitto agli avvocati, o suggerimenti alla famiglia di lasciar perdere, o atti diretti contro egiziani che erano stati coinvolti nelle indagini. Gli interessi italiani in Egitto, con l’enorme giacimento di gas sfruttato dall’ENI solo per citarne uno e un volume di scambi commerciali salito da 4,7 a 6 miliardi di euro nel 2018, non fanno pensare a un’alta probabilità che l’Italia possa aumentare la pressione diplomatica fino al livello necessario a far muovere seriamente l’Egitto stesso.

Che cosa è accaduto a Giulio? Una delle ipotesi fatte nel 2016, in particolare dal quotidiano “La Stampa”, è stata quella di una forte frammentazione dei poteri internamente all’Egitto stesso, ciascuno di essi collegato a interessi economici internazionali diversi, appartenenti a diverse nazioni europee e non. Uno di questi ‘interessi economici’ avrebbe potuto ingaggiare agenti, pagandoli, per far assassinare Regeni, in modo tale da causare forte imbarazzo per il governo egiziano e danneggiare le sue relazioni con l’Italia, favorendo altri stati: se così fosse, la via verso la verità passerebbe da un rafforzamento delle relazioni diplomatiche italiane con l’Egitto, e non dall’opposto. C’è poi la questione Cambridge: Giulio Regeni, cittadino italiano, era un dottorando alla Cambridge University e un affiliato all’American University del Cairo, quindi un aderente alla comunità accademica occidentale. Da qui sono partite negli anni scorsi due vie di riflessione: la prima, sul fatto che Regeni possa essere stato assassinato come atto di intimidazione fatto dal governo egiziano nei confronti della comunità universitaria stessa, anche internazionale, spesso oggetto di minacce e di azioni repressive in una nazione in cui la libertà d’opinione è qualcosa di distante; filone al quale si sono agganciate considerazioni di natura religiosa, vista anche la forte presenza nell’area di confraternite musulmane radicali. Il secondo filone di riflessione, ispirato anche dal comportamento della Cambridge University stessa e del governo britannico che sono apparsi in più episodi non del tutto disponibili, va a ricordare la possibilità che Giulio Regeni sia rimasto vittima di una retata dei servizi di sicurezza egiziani in occasione del quinto anniversario della Rivoluzione del Nilo: la ricorrenza delle manifestazioni del 25 gennaio 2011, al quale gli era stato suggerito di partecipare. La natura stessa del lavoro di Regeni ha sollevato dubbi: all’interno dello scopo del suo dottorato, stava conducendo ricerche sui movimenti sindacali e sulle condizioni dei lavoratori egiziani, un argomento estremamente sensibile per il governo di al-Sisi, presidente della Repubblica Egiziana e militare che ha rovesciato nel luglio 2013 con un colpo di stato il presidente Morsi, recentemente scomparso, prendendo la guida del paese. Giulio scriveva allo stesso tempo articoli che sarebbero stati poi pubblicati da “Il manifesto”; parlava l’arabo, oltre all’inglese, francese e spagnolo, ed era molto bravo a investigare, approfondire. Un ragazzo con grandi ideali, un candidato perfetto per essere avvicinato da un servizio segreto e inviato, magari con un pretesto, a raccogliere informazioni sul campo: torniamo al problema della consapevolezza o meno del suo ruolo, alla percezione o meno del livello di pericolo, cosa su cui avrebbe dovuto essere fortemente supportato dai suoi Tutor; e se Giulio non ne era consapevole, non avrebbe potuto saperlo neppure la famiglia. Forse, però, avrebbero potuto saperlo gli egiziani; e buttare là il corpo, dove può essere ritrovato con facilità, e con quelle torture addosso – anche per un paese in cui la tortura è un fatto all’ordine del giorno che sembra non raggiungere spesso la stampa estera – sembra più un atto dimostrativo che una morte accidentale.

Con quello che si ha in mano oggi, quindi, è impossibile determinare se la morte di Giulio sia stata causata da un atto deliberato o da un incidente, o se sia stato ucciso dai servizi di sicurezza piuttosto che da un criminale comune. Giulio Regeni vittima, inconsapevole, di interessi strategici, del quadro di alleanze internazionali e di qualcosa, alla fine, enormemente più grande di lui, ucciso mentre faceva qualcosa non per diventare un eroe – meno che meno, per essere premiato alla memoria – ma perché, convinto delle sue idee, lo riteneva giusto, e su questo voleva costruire anche un progetto di vita e una carriera? Questa rimane per ora la spiegazione che suona più plausibile, e il richiamo a Ustica, che non è che una delle tante ‘verità italiane mai rivelate’, fa ricordare come molte altre tragedie siano state coperte con un velo, anche per quarant’anni di fila. Il ‘muro di gomma’. John Kerry, Segretario di Stato americano dal 2013 al 2017, in merito alla rinuncia degli Stati Uniti di pretendere il rispetto dei diritti umani nell’Egitto di al-Sisi aveva dichiarato: “Abbiamo un grande interesse nell’evitare di creare per l’Egitto condizioni ancora più difficili di quelle in cui già si trova”. Dei diritti umani in Egitto, quindi, ‘meglio non parlare’. Di Giulio Regeni è giusto continuare a parlare: anche dire: “Non ci è permesso dire niente” è dire qualcosa. L’importante è non banalizzare, non restare sul vago e non rendere vano.

[r.s.]

[l’assenza di chiarezza sulle circostanze della morte di Giulio Regeni e la rimozione dalle sedi della Regione Friuli Venezia Giulia dello striscione ‘Verità per Giulio Regeni’ sono state, oggi mercoledì 26 giugno 2019 al Caffè San Marco di Trieste, oggetto di denuncia in conferenza stampa da parte della Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin, come grave gesto simbolico che identifica la rinuncia a chiedere giustizia.

Le associazioni e i gruppi che in questi anni si sono mobilitati e raccolti attorno alla famiglia del giovane ricercatore di Fiumicello, per sostenere la richiesta di verità e giustizia a favore del loro figlio e fratello, considerano inaccettabile la scelta del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia stessa, Massimiliano Fedriga. L’incontro con la stampa e la denuncia hanno avuto l’adesione di Amnesty Friuli Venezia Giulia, Articolo 21, Bisiachinbici Fiab Monfalcone, Ciclostafetta per Giulio Regeni, Collettivo WithGiulio, Comitato di azione civica Ritorno al Futuro – Società aperta TS, Comunità di Sant’Egidio, Comunità San Martino al Campo, Consorzio italiano di solidarietà Ics, Coordinamento regionale delle botteghe del commercio equo e solidale, Leali delle Notizie, Libera Friuli Venezia Giulia, Liceo classico e linguistico “Francesco Petrarca” di Trieste, Tenda per la pace e i diritti, Trieste recupera Onlus, Ucsi Friuli Venezia Giulia, Un’altra città]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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