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mercoledì, 29 Giugno 2022

Le più curiose lapidi e targhe di Trieste, dall’età romana ad oggi

13.04.2019 – 08.06 – Massimo Bucciantini racconta nell’opera “Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto” la sfida di erigere una statua controversa quale Giordano Bruno nel cuore di una Roma all’epoca dilaniata tra il Vaticano e il neonato stato unitario.
Il comitato di universitari che propose la statua avrebbero potuto accontentarsi con facilità di qualcosa di meno: una statua in un altro luogo, magari nell’innocuo scenario della periferia; o ancor più un busto, un mezzobusto, una sola testa con targa, giungendo infine all’insulto finale di un’epigrafe, una targa sotto la quale transitare senza porre attenzione. Tuttavia i promotori furono irremovibili: statua era e statua fu. La targa apposta sopra un cancello o su un muro è infatti la forma di commemorazione più facile ed economica: il costo è contenuto, la burocrazia gestibile e la libertà di scrittura relativamente maggiore. Non a caso infatti targhe ed epigrafi rappresentano il mezzo più efficace e veloce di propagandare un’idea, tanto per le istituzioni centrali, quanto per le piccole associazioni. Uno stato può rapidamente tappezzare di targhe e iscrizioni una città conquistata (o liberata), mentre d’altronde un singolo politico od organizzazione facilmente ottiene il permesso di avere una sua targa per commemorare quel personaggio, quell’elemento della storia locale.
Eppure tanta facilità si scontra con l’inevitabile obsolescenza a cui targhe ed epigrafi vengono destinate: ancor più dei busti, sono elementi urbani facilmente ignorabili, spesso dimenticati e/o distrutti dalle barbarie della storia o più banalmente dal “piccone risanatore”.
La targa pertanto è ambigua, perché eternamente nascosta, trascurabile: eppure proprio la sua economicità e la sua facilità di utilizzo l’hanno resa uno strumento per dichiarazioni molto più ardite ed estreme di quanto permetta una statua o un monumento.
Il discorso assume caratteri suoi propri a Trieste, la quale proprio per la sua storia multiculturale, stratificata e sofferta esibisce una quantità di targhe ed epigrafi ipertrofica, ai limiti della leggibilità. Tutt’ora associazioni e politici proseguono una lotta a forza di scritte e targhe che non accenna a placarsi, della quale ultimo tassello è stata la targa dell’Associazione Italia-Austria in memoria di Carlo VI e della patente di Porto Franco, con un esplicito intento di recuperare un passato cancellato dalle targhe irredentiste che affollano il centro storico.

Le prime targhe a Trieste risalgono all’epoca romana, a cui seguono le prime iscrizioni a carattere religioso e commemorativo nel Seicento. Il secolo del progresso, l’Ottocento, si traduce in un proliferare di targhe governative dove si ringraziano inventori, architetti e costruttori di una Trieste dalla forte espansione edilizia. A partire dal 1870 e in special modo negli anni di passaggio al Novecento, iniziano a comparire le prime targhe irredentiste, favorite dalle istituzioni locali. Il passaggio della città all’Italia determina, negli anni Venti, un vero e proprio diluvio di iscrizioni, onde celebrare la “Redenzione”: ogni combattente per la patria, non importa quanto marginale, modesto o semplicemente tutt’altro che triestino riceve una sua targa e una sua via.
Il periodo dell’occupazione e i dieci anni del Territorio Libero di Trieste assistono a un proliferare di targhe paragonabile al primo dopoguerra, opera stavolta della Lega Nazionale di Trieste.
È una spinta nazionalistica dalla Lega molto forte, che si traduce in un revival di targhe ed epigrafi che recuperano quei dimenticati “patrioti” dell’Ottocento, qui ulteriormente stereotipati, stilizzati, trasformati in santini del Risorgimento.
Con il ritorno di Trieste all’Italia la città cessa la produzione en masse di targhe e avviene il ritorno alla targaeccentrica”, propria di piccoli eventi e iniziative particolarissime.
La produzione di targhe e il loro valore di propaganda diventa allora tanto più intenso quanto più si avverte incerta l’identità di Trieste: il primo dopoguerra, quando ancora ben vivo era il ricordo del passato governo austroungarico e allo stesso modo il Territorio Libero, quando era possibile un diverso destino per la città.

In questo caso si è scelto di selezionare alcune delle più curiose targhe costruite a Trieste dalla sua fondazione sotto i romani, fino ad oggi, preferendo di proposito le più curiose e nascoste. L’obiettivo è di allontanarsi dalle solite note, preferendo invece le targhe di personaggi dimenticati della città, specie sotto un profilo culturale e scientifico già molto presente nell’Ottocento.

La targa più antica di Trieste risale al II secolo d. C. e racconta la carriera militare di Quinto Petronio Modesto, proconsole della città. È ancora leggibile sul lato destro della cavea del Teatro Romano. Ne esistevano altre due in origine: una venne rubata dai veneziani nel 1509 e un’altra invece (ri)scoperta tra le lapidi della collezione dell’Arciduca Francesco d’Este. L’iscrizione è un’eloquente testimonianza della vivacità economica di Trieste, connessa allora come adesso al mare e al commercio.

Con un salto di diversi secoli ritroviamo a Trieste una delle sopravvissute targhe delle continue lotte e battaglie che imperversano nella città nel 1500. Il rione di Ponziana, nella zona dei gasometri, presenta infatti una lapide su uno dei muri delle case, che esibisce uno stemma nobiliare con una data, il 1528. Sconosciuto ai più, è lo stemma dei Giuliani che lì avevano un castello, costruito in quell’anno, che sorvegliava i possedimenti. Ettore Generini lo definisce nella sua guida ottocentesca “castellotto”, attribuendolo a un certo Antonio de’ Giuliani. L’abitazione attuale riutilizza le macerie del castello, distrutto il secolo scorso da un fulmine.

Il Seicento è il secolo della Controriforma, dell’infuriare delle guerre religiose: naturale dunque che la presenza di conventi e associazioni ecclesiastiche fosse molto viva nella stessa Trieste.
La zona di Cavana, specificatamente la via Felice Venezian e via Madonna del Mare, erano note per la quantità di chiese e conventi. Lo spazio di poche centinaia di metri di Cavana ospitava il Convento dei Padri Cappuccini, la Chiesetta di Sant’Apollinare, l’orfanotrofio, l’“Ospitale per li schifosi”, il convento dell’Annunziata dei Padri Cruciferi dell’Ordine di San Giovanni di Dio, l’“Ospitale delle donne”, il convento di San Francesco dei Padri Minoriti, la Chiesa della Beata Vergine del Soccorso, il Convento dei Padri Benedettini e l’“Ospitale della Misericordia”.
Molti di questi conventi vennero chiusi durante il secolo successivo e incontrarono soprattutto un nemico formidabile nella forma dell’editto sovrano di Giuseppe II d’Asburgo (18 luglio 1785). Gli edifici e i terreni vennero requisiti, consegnati al Comune, che a sua volta li mise all’asta. Sarà grazie ai proventi così ottenuti che Giuseppe II proseguirà quei programmi sanitari e scolastici già perseguiti con forza da Maria Teresa d’Austria, che non aveva osato toccare i privilegi ecclesiastici. Oggigiorno dell’immenso concentrato religioso un tempo presente a Cavana sopravvive solo una targa, collocata sopra il portone di via Felice Venezian 9.
È il ricordo della posa della prima pietra del convento di Sant’Apollinare (24 aprile 1623).

La casa settecentesca di via Lazzaro 15 attira l’attenzione dei passanti per il portone, che presenta un elaborato gruppo scultoreo con tre aquile, simbolo della Santa Alleanza (Russia, Prussia ed Austria), intente ad azzannare il “serpente” Napoleone, il quale a sua volta strangola il mondo. Incongruamente, tuttavia, le formelle riprodotte sul legno del portone sono sì aquile, ma stavolta napoleoniche, risalenti a una delle due occupazioni militari.
L’atrio della casa presenta due epigrafi, delle quali ci interessa la prima, che ricorda un evento inconsueto: una casa costruita con l’aceto! Trieste infatti nell’estate del 1771 soffrì una siccità che obbligò a ricorrere al razionamento dell’acqua dolce. Il costruttore, messo alle strette dalle scadenze, ebbe un’intuizione e visitato un magazzino del vino, acquistò una partita di aceto. Il fluido si rivelò valido quanto l’acqua per preparare le malte e l’edificio venne presto completato.

L’edificio della Creditanstalt, proprio a fronte del Palazzo della Ras, si svela finalmente al pubblico dopo lunghi anni di lavori. Lo sgombero del cantiere ha rivelato, nell’edificio a fianco, presso via Santa Caterina 1, una targa che ricorda il primo consolato degli USA (7 febbraio 1797). Il senso degli affari e la natura capitalista degli Stati Uniti traspaiono dalla decisione, a pochi anni dalla loro liberazione dagli inglesi, di aprire un consolato persino in una sede così lontana quale Trieste. Un’“antica e rinnovata amicizia” che comprova quanto Trieste fosse già all’epoca un centro internazionale, tale da attirare le mire di giovani potenze come quella statunitense.

Via Fabio Severo presenta tutt’oggi diversi edifici storici purtroppo trascurati, tra cui va annoverata “La Casa degli Sposi” o “Ninfeo”. La si può ammirare al n. 79 della via, poco prima della fermata dell’autobus 17. L’edificio, realizzato su commissione per il barone Stefano Ralli, dall’architetto Giuseppe Baldini (1863), era destinato alle giovani coppie di sposi senza una propria casa o troppo poveri per permettersene una. La casa forniva ospitalità alle coppie povere per almeno un anno, al cui termine era garantita una proroga in casi eccezionali (solitamente la nascita di un figlio…).
Un ulteriore tassello di un sistema di assistenza sociale gestito da privati e assai diffuso nel tessuto urbano triestino. Non a caso il timpano del portone presenta la parola greca “Pastas”, ovvero “camera nuziale”.
La casa offrì ospitalità ai (poveri) piccioncini dal 1864 al 1954: quasi un secolo di soccorso alle giovani famiglie.

L’atrio, all’interno, presenta un’altra targa in greco, un appello agli sposi di un tempo: “Voglio quell’albero dalle alte chiome lucenti piene di frutti rigogliosi. A quanti (vi si accostano) a migliaia offre la sua lieta ombra scacciatrice di mali. A meno che la dea della morte come ghiaccio secchi la mano del giardiniere prima che i miei boccioli coprano i rami”.

Il ricordo della Trieste ottocentesca è indelebilmente legato alla comunità britannica, un tempo parte viva e fondamentale della città. Il pensiero corre allora alla targa di via Bramante 4, affissa su quella casa Lorenzetto (1912-15), dove visse un certo scrittore più che inglese, irlandese… È infatti una piccola targa dedicata a James Joyce, dove si cita come proprio in quella via, in quell’edificio venne scritto il primo episodio del romanzo “Ulisse”. Era il 16 giugno 1915.

Passando dai grandi eventi storici ai personaggi, via Cavana 13 ricorda uno storico ormai dimenticato dai triestini, Luigi de Jenner (1803-1868). Autodidatta vivace e appassionato, lo Jenner non aveva frequentato alcuna scuola, prima di lavorare tutta la vita come segretario dell’avvocato Domenico Rossetti e addetto alla Cancelleria del Procuratore Civico.
Come recita la targa, fu “emerito ricercatore e conservatore di patrie memorie”. Le sue ricerche nel campo della storia triestina rimangono fondamentali, nonostante siano state oscurate dalla “vergogna” di non aver percorso una carriera accademica tradizionale. Il suo reale nome dimostra la ricchezza linguistica della Trieste che fu: Luigi de Jenner von Seebegg und Berrburg.

La storia e la letteratura hanno ceduto il passo, negli ultimi decenni, alla scienza; in modo non dissimile a come avveniva nell’Ottocento. In tal senso è emblematica la targa della Società Speleologica del 1985, tutt’ora la più nascosta e misteriosa di Trieste.
La Chiesa di Santa Maria Maggiore o “dei Gesuiti” presenta infatti un complicato sistema sotterraneo, all’interno del quale gli speleologi hanno compiuto difficili esplorazioni negli anni Ottanta. La chiesa, edificata dai gesuiti di Boemia a inizio Seicento, presenta diversi cunicoli e passaggi murati, più volte modificati per il sistema delle caldaie introdotto successivamente. Secondo la leggenda vi sarebbe una “camera rossa”, sede dell’Inquisizione dell’epoca, con tanto di scranno per gli inquisitori e un pozzo d’acqua nel quale immergere il prigionieri per fargli riprendere i sensi dopo la tortura. Al di là delle leggende nere sull’Inquisizione, il “pozzo delle anime” venne effettivamente scovato durante gli scavi: seppellito e nascosto, il pozzo aveva un’apertura ottagonale, proseguiva poi a quadrato, diventava cilindrico, salvo poi ridiventare quadrato. La struttura singolarissima derivava da più costruzioni successive, stratificatosi nel corso dei secoli: dapprima una qualche forma di fortezza, sulla quale solo in seguito era stata costruita la chiesa e l’annesso pozzo. Prima di chiudere nuovamente il pozzo, la Società Adriatica ha apposto una targa con l’anno della scoperta (1985), i nomi degli eroici speleologi e ovviamente il nome della Società Speleologica. E lì rimane, nelle tenebre secolari, in compagnia di teschi di gatti e fantasmi di eretici.

Sarebbe facile perdersi tra le tante targhe di storici e politici illustri quali Domenica Rossetti e Pietro Kandler, vittime di successive appropriazioni ideologiche. Tuttavia merita una menzione un dimenticato poeta dialettale triestino, Giglio Padovan, qui già citato per il teatro “Giazzera”.
La targa, apposta in via Settefontane 45, sull’omonimo Ricreatorio, ricorda la nascita del poeta (27 agosto 1836). In realtà, come ha osservato il Comitato Ex Allievi “Giglio Padovan”, il poeta nacque in via della Maiolica.
Tra le tante opere di Padovan, impossibile non citare la traduzione in versi dell’Amleto.

Una città non sarebbe nulla senza un approvvigionamento idrico, senza la sua acqua. Trieste non fa eccezione e la continua ricerca di una fonte sicura e costante di acqua è legata alle perigliose esplorazioni di Antonio Federico Lindner, nelle profondità del corso sotterraneo del Timavo.
A cento cinquant’anni dalla scoperta dell’abisso di Trebiciano e della morte del suo scopritore, Lindner, la Federazione Speleologica Triestina appose una targa nelle sue lontane profondità, a pochi passi dal corso sotterraneo del fiume. Situata a 273 metri e risalente al 3 aprile 1991, la targa commemora il coraggioso esploratore. Se la targa della Chiesa dei Gesuiti è la più nascosta di Trieste, questa è senza dubbio la più profonda…

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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