23.06.2018 – 10.05 – Nonostante Trieste possa vantare un numero certamente fuori dalla norma di caffè, librerie e teatri – eredità tanto culturale quanto borghese della crescita demografica e urbana sotto l’Austria – rimane sorprendente constatare dai giornali e dalle vecchie guide quanti e quali edifici siano stati abbattuti nel corso degli anni, a partire dal “piccone risanatore” (sic!) degli anni trenta, proseguendo con la Seconda Guerra Mondiale e passando dalle barbarie militari a quelle civili con il boom edilizio degli anni sessanta.
Il ruolo nell’ottocento predominante del teatro come pura forma d’intrattenimento, ancora lontana dall’esperienza elitaria e falsamente declinata nella forma di una cultura “alta” conosciuta oggigiorno, si traduceva in una moltitudine di teatri popolari e a basso prezzo. Si trattava di un genere ancora “vivo”, egualmente apprezzato da tutte le classi sociali, che alternava agli spettacoli elevati a cui siamo abituati, un’infinita rassegna di repliche, commedie e spettacolini dove gli spettatori rumoreggiavano alle performance meno convincenti, chiacchieravano e sfruttavano la recitazione sul palco come uno sfondo con cui rilassarsi, in maniera non dissimile da un drive-in americano negli anni cinquanta o dai cinema popolari fino a qualche decennio orsono. Il teatro allora non era ancora quant’è diventato attualmente, ovvero una forma di cultura fossilizzata, estremamente costosa e pressoché incomprensibile per le persone normali.
Tra i tanti teatri scomparsi, si ricorda il Teatro Corti, demolito nel 1929, il Teatro Armonia, bellissimo edificio distrutto tra le proteste della gente nel 1912 e il Teatro Filo-Drammatico, in seguito divenuto Cinema al Corso a partire dagli anni cinquanta per essere poi abbandonato agli inizi del duemila.
Un altro fantasma dei teatri asburgici era l’Anfiteatro Mauroner, un autentico esempio di teatro popolare, frequentato tanto dai triestini di ogni estrazione, quanto dai turisti in visita alla città.

“El Teatro Giazzera”, come lo soprannominò Giglio Padovan, nell’omonima poesia dialettale, viene ad esempio ricordato da Henry Shaw (1800-1873), romantico viaggiatore inglese conosciuto in Inghilterra per i suoi studi antiquari. Uno dei suoi diari di viaggio, risalente al 21 settembre 1841, contiene un’interessante annotazione sull’Anfiteatro Mauroner, presso cui trascorse un’allegra serata dopo aver ammirato a “Lippizza” i cavalli “of the Emperor”.
Returned to town – dined at the restaurateur La Regina dello Grecia – alla carta in the evening went to the Anfiteatro Mauroner – in company with Signor Giuseppe Lofari – a young man from Rome who came from Ancona in company with us – this theatre is a circus the floor of which serves for a pit – the elevated seats around are occupied by ladies alone – and this evening was well filled and had a fine effect – the opera was the Turco in Italia – music of Rosini – and the first representation of the historical ballet of Louis the Xlth – by a new ballet company – the prima Ballerina danced with castanets very gracefully and gained lots of applause – some of the female chorus dancers were very young and of course, were deficient in form and effect the scenery of the ballo storico was grand, only exceeded by that I saw at the grand opera at Paris – in the Juive
Dopo aver cenato al ristorante “La Regina della Grecia”, Shaw si reca a teatro, di cui ammira la grandezza e le dimensioni nello stile di un’arena, mentre sottolinea tra il pubblico un’inconsueta presenza femminile, concentrata nelle ultime fila, tra i posti più in alto. Il giudizio appare nell’insieme positivo, anzi Shaw loda dello spettacolo i ballerini e in generale la giovinezza dei partecipanti, arrivando a paragonarlo alle opere viste a Parigi – un confronto non da poco!
Il folto pubblico femminile e nel contempo le dimensioni notevoli per la prima metà dell’ottocento dell’Anfiteatro Mauroner vengono sottolineate nuovamente nel “Cosmorama Teatrale”, addendum alla rivista italiana “Cosmorama Pittorico”. Una recensione del giornale di tendenze liberali e nazionali, La Favilla, descriveva così la tipologia di pubblico e il genere di struttura, tre anni prima di Shaw, nell’agosto del 1838:
Scorrete quanto è lunga e larga tutta Italia, e in fatto di teatri non incontrate uno spettacolo, che possa assomigliarsi a quello del pubblico Triestino riunito nell’Anfiteatro Mauroner la sera di giovedì.
Immaginatevi un uditorio di quasi due mila persone, delle quali una buona metà disposte in bell’ordine su per l’ampia scaléa; e tra questa buona e bella metà non temete di incontrare un volto barbuto, nè un duro sajo di uomo: sono tutti visini di latte, cappellini di paglia e fettucce di mille colori, è la più gentile porzione del genere umano come schierata in una grande corte d’amore che vi risplende all’intorno: imaginatevi una corona di stelle, una serra di fiori, o quello che la vostra fantasia può figurare di più gentile, e di più amoroso, e avrete una debita idea del pubblico Triestino raccolto nell’anfiteatro Mauroner la sera di giovedì.
Ma cos’era, esattamente, l’Anfiteatro Mauroner?
Quando venne costruito e domanda ancor più importante, quando e perchè fu abbattuto?
Il Teatro Mauroner fu costruito “nei prati fra i due torrenti”, ovvero tra Via Battisti e Via del Coroneo, nel 1826, su volontà del suo ideatore, Leopoldo Mauroner, filantropo, politico e futuro garibaldino. Il progetto, compilato dall’ingegnere civile Jacopo Ferrari e realizzato da Domenico Corti, riecheggiava canoni classici, ispirati all’antica Roma. La facciata monumentale presentava una vetrata irrobustita da sei colonne doriche e dotata di grandi finestre, che potevano essere spalancate nei mesi estivi per evitare la calura. In realtà, come ricorda Giglio Padovan, questo rendeva il Teatro estremamente vulnerabile ai venti della Bora e pertanto freddissimo nelle altre stagioni, una “giazzera”, appunto. La sala ricordava le linee di un anfiteatro romano, nella forma di sei ordini di gradinate disposte a ferro di cavallo.
Inizialmente l’Anfiteatro dovette essere chiamato “Liceo Ginnastico – Teatro Diurno” e a causa della concorrenza, pubblicitaria e legale, del Teatro Grande (oggi Verdi), venne inibito da diversi spettacoli, dovendosi limitare a poche opere di repertorio. Nel giro di pochi anni, tuttavia, l’Anfiteatro recuperò terreno e diventò un punto di riferimento per tutta la città, con prestigiose opere di prosa e con l’onore di “prime assolute”, oltre a essere il solo a presentare composizioni straniere e contemporanee. Si ricorda particolarmente la prima rappresentazione della “Marinella”, 26 agosto 1854, con musica di un appena diciottenne Giuseppe Sinico e un libretto di Pietro Welponer, tratto dal romanzo di Adalberto Thiergen.

Il Mauroner, nei suoi decenni di attività a metà ottocento, rimarrà sempre un teatro del popolo, frequentato, come trasmettono le cronache, da una folta compagine femminile di popolane, così come alla domenica dagli artigiani e dai piccoli commercianti. In seguito alla concessione della libertà di parola e riunione con le riforme liberali austriache del 1860 e la proclamazione dell’Austria-Ungheria nel 1867, l’Anfiteatro Mauroner diventerà arena non solo teatrale, ma anche politica, con la proclamazione della Società Ginnastica triestina (1868) e una manifestazione anticlericale e nazionale a favore della vittoria a Roma con la breccia di Porta Pia (20 settembre 1870). L’Anfiteatro Mauroner sembrava avviato a un futuro glorioso, quando, il 27 maggio 1876, un incendio scaturito da un incidente sconosciuto divorò la sala in meno di un’ora. Risultò vano ogni tentativo di salvare l’Anfiteatro, completamente distrutto.
Tre anni dopo, dalle ceneri dell’Anfiteatro, sorgeva un nuovo Teatro: la Fenice. L’edificio avrà alterne fortune, andando incontro a continui incidenti; restaurato nel 1937, si riciclerà come cinema nel 1954, divenendo noto come il più grande di Trieste (1200 posti). Nel 1988, la vecchia maledizione del Mauroner colpirà anche la Fenice, devastata da un incendio dal quale non si riprenderà mai.


