Il Burlo Garofolo di Trieste capofila del “Global Burden of Disease” Italia. Al centro della ricerca malattie e qualità della vita.

09.11.2018 – 00.31– Sarà l’ospedale Burlo Garofolo di Trieste a coordinare la ricerca che per venti mesi, da ottobre 2018 a maggio 2020, vedrà coinvolti 14 istituti italiani e oltre 40 ricercatori nella raccolta di indicatori utili a tracciare un quadro dei principali fattori di rischio che impattano sulla salute degli italiani, come ad esempio fumo, ambiente, abitudini alimentari, incidenti e molto altro. I dati, a differenza delle edizioni passate, saranno raccolti e suddivisi regione per regione, per consentire una migliore pianificazione delle iniziative sanitarie negli anni a venire. L’edizione 2019 del “Global Burden of Disease” (GBD) – così si chiama il sistema di “misurazione della salute” nato nel 1991 su richiesta della Banca Mondiale – prevede infatti un’imponente raccolta di informazioni e di analisi a livello sia locale che regionale, proprio per tracciare un quadro esaustivo di ciò che influisce sulla salute dei cittadini. Il Burlo Garofolo agirà quindi a livello nazionale come capofila ma sarà nello stesso tempo molto presente e coinvolto sull’attività di tutto il Friuli Venezia Giulia.

Visto l’importante lavoro di coordinamento svolto dall’ospedale pediatrico del Friuli Venezia Giulia a livello nazionale, la scelta del Burlo come capofila nazionale è stata fatta in accordo tra i centri italiani coinvolti e l’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME), Università di Washington, che gestisce questi studi a livello mondiale. “Sono anni che il nostro istituto è impegnato in una raccolta capillare e nell’analisi di dati relativi alle condizioni che modulano lo stato di salute della popolazione”, spiega Lorenzo Monasta, coordinatore dell’iniziativa GBD per l’Italia e Dirigente Statistico presso la struttura di Epidemiologia clinica e ricerca sui servizi sanitari del Burlo. “La possibilità di coordinare un gruppo di istituti nazionali e di esperti ricercatori italiani come quelli che aderiscono al GDB ci rallegra. La partecipazione di partner competenti ed esperti come quelli italiani garantirà certamente un’alta qualità dei risultati finali, e di conseguenza porrà le basi per scelte sanitarie maggiormente orientate”.

Quali sono gli ultimi dati sulla salute mondiale? I risultati del Global Burden of Disease 2017, appena pubblicati dall’importante rivista ‘Lancet’, sono frutto del lavoro di più di tremila collaboratori in quasi 150 paesi. L’analisi ha incluso 38 miliardi di dati a copertura di uno spettro di 359 malattie e 84 fattori di rischio. Il primo dato messo in evidenza dall’IHME è la bassa natalità di 91 paesi fra cui spiccano Italia, Spagna, Portogallo, Norvegia, Cipro, Singapore e Sud Corea, dove la media è inferiore a due figli per ciascuna donna. 104 paesi invece, in particolare quelli africani tra cui Niger, Mali, Chad, e Sud Sudan compensano il gap, con una media di sette figli per donna. Dal 2007 al 2017, la popolazione mondiale è cresciuta annualmente di 87.2 milioni di persone, rispetto alla crescita annuale di 81.5 milioni registrata dal 1997-2007, ma il dato di natalità rilevato per il nostro paese ci dice che l’Italia risulta quindi tra i paesi in cui il numero di nati non è sufficiente a mantenere l’attuale popolazione. “La speranza di vita in Italia è tra le migliori del mondo, con una media di 83,2 anni di vita pro capite; gli uomini vivono in media 80,8 anni (vivono di più solo in Svizzera, Israele e Giappone), mentre le donne vivono 85,3 anni (siamo settimi dopo Giappone, Kuwait, Islanda, Spagna, Francia e Svizzera)”, spiega Luca Ronfani, pediatra epidemiologo, direttore della struttura di Epidemiologia clinica e ricerca sui servizi sanitari del Burlo.

Quanto alle cause di morte, i dati recenti confermano che la situazione non è molto cambiata dal 1990: oggi la principale causa di morte per l’Italia è costituita dalle malattie cardiovascolari, seguite dai tumori nel loro complesso e da disturbi neurologici. Il morbo di Alzheimer non solo è cresciuto fra le cause di morte (da 59 casi x 100.000 abitanti nel 1990, a 121 casi/100.000 nel 2017), ma è tra le poche cause ad essere cresciuta anche in termini di tasso di mortalità: più del 100%, insieme alla cardiopatia ipertensiva, salita dal tredicesimo al sesto posto, e all’ictus. “Il valore dei dati prodotti dall’iniziativa GBD sta nel quantificare anche gli anni che le persone vivono affette da disabilità di vario genere, i cosiddetti YLD (Years Lived with Disability)”, precisa Monasta. “Dal rapporto emerge che alcune patologie molto diffuse, o molto impattanti, hanno un peso significativo sulla popolazione italiana”. Si vive di più, quindi, ma non sempre in condizioni buone o di autosufficienza. Per quanto riguarda la qualità della vita, anche un altro dato che emerge dalla ricerca di ‘Lancet’ non è confortante: nel 1950 i paesi ad alto reddito corrispondevano al 24% della popolazione mondiale, ma, nel 2017, esso è passato solo al 14% del totale.

Una conseguenza non intenzionale e drammatica del maggiore accesso alle cure a livello globale è un notevole aumento della mortalità dovuta a malattie e disturbi da assunzione di farmaci e sostanze varie, in particolare antibiotici e oppiacei: nel decennio passato, le morti per disturbi causati da uso di oppiacei sono aumentate del settantacinque per cento (erano 61.859 nel 2007, e sono diventate 109.520 nel 2017).