Chi era Norma Cossetto, che cosa accadde e perché? Il ricordo a 75 anni dalla morte.

03.10.2018 – 11.34 – “Aveva una vera e propria passione per la politica. Ricordo che partecipava con entusiasmo alle manifestazioni per la guerra d’Africa e non faceva mistero del suo nazionalismo spinto. Posso dire che sentiva molto decisamente la sua italianità. E diceva sempre che in Istria erano gli sloveni e i croati a essere fuori posto; perché gli italiani abitavano quella terra con più diritti”. Scrisse così Frediano Sessi, autore di “Foibe rosse”, descrivendo come Andreina Bresciani parlava di Norma Cossetto, sua Amica. Venerdì 5 ottobre, alle ore 18, nella sala Tiziano Tessitori in piazza Oberdan 5, il gruppo consiliare “Fratelli d’Italia”, presieduto da Claudio Giacomelli, con l’intervento di Paolo Sardos Albertini, di Emanuele Merlino e di Andrea Vezzà, ricorda Norma Cossetto, Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria, conferita nel 2005 dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel settantacinquesimo anniversario della morte.

Norma Cossetto, nel 1943, ha 23 anni; vive a Santa Domenica di Visinada, in Istria, a settanta chilometri da Trieste, e studia all’Università di Padova. Sta preparando la tesi. È fascista ed è iscritta ai Gruppi Universitari Fascisti. La sua vita è tranquilla; il vento che porta il cambiamento nelle sorti della Seconda Guerra Mondiale non è ancora arrivato in Istria, e la resistenza partigiana di Tito, più forte nel centro della Slovenia – è debole sul litorale istriano. Tutto cambia con la caduta del Fascismo e soprattutto dopo l’8 settembre 1943: i dirigenti di Mussolini sul territorio, le forze dell’ordine italiane e tutte le persone che hanno avuto qualche visibilità sono ora il bersaglio dei comitati locali. Il padre di Norma, esponente importante del fascismo istriano, si è allontanato, e per evitare rappresaglie si è spostato a Trieste, sottovalutando però i pericoli che corre la sua famiglia: il 26 settembre del 1943, Norma viene presa e interrogata una prima volta, per alcune ore, da esponenti delle forze di Tito, che cercano il padre e vogliono informazioni. La minacciano e le chiedono di rinnegare il fascismo. Il giorno dopo, la prendono di nuovo, la portano via, e non ritornerà più a casa: viene seviziata, violentata, uccisa e gettata il 5 ottobre in una foiba assieme ad altri. Il padre rientra con urgenza – forse ha saputo – ma cade in un’imboscata, viene anche lui ucciso e fatto scomparire, il 7 ottobre, nello stesso modo.

 

 

 

 

 

Norma Cossetto, impersonata dall’attrice Selene Gandini, è la protagonista della storia raccontata nel film “Red Land”, presentato a Venezia e diretto dal regista Maximiliano Hernando Bruno. “Red Land – Rosso Istria” e la conferenza stampa sono andate però in scena in sordina, rimanendo distanti dai riflettori e dalla mostra vera e propria. “Gli organizzatori hanno detto che c’erano già troppi film in concorso”, ha dichiarato Bruno, “eppure per un lavoro del genere avrebbero potuto fare un’eccezione e dargli il giusto riconoscimento”. L’interpellanza presentata alla Giunta del Friuli Venezia Giulia da Claudio Giacomelli e Alessandro Basso chiede che il film venga proiettato nelle scuole della regione, al fine di far conoscere agli studenti, attraverso la storia di Norma, il dramma delle foibe e le vicende del confine orientale. “Norma Cossetto è un emblema della pulizia etnica e delle violenze operate dai partigiani titini nei confronti degli italiani d’Istria. Un valore civile per le future generazioni”, hanno detto i consiglieri. Alla domanda su un possibile boicottaggio ideologico, il regista Bruno ha preferito rispondere: “Aspettiamo che arrivi nelle sale e quale sarà l’accoglienza del pubblico, solo allora potremo dire se chi ha deciso di escluderlo ha fatto bene”.

Rosso è il colore della terra dell’Istria, e “Istria rossa” era il titolo della tesi di Norma, riferito ai minerali; nell’aprile del 1949, su proposta del professor Concetto Marchesi dell’università di Padova, Norma Cossetto ricevette la laurea honoris causa in Lettere, con la motivazione: “morta per la difesa della libertà”. “Gli italiani abitavano quella terra con più diritti”: Andreina Bresciani negò, successivamente, di aver detto le parole che Sessi aveva riportato, e forse può bastare già questo a far capire quanto difficile sia discutere apertamente – con lucidità e, seppur nell’emotività di chi ancora ricorda, con serenità storica – delle foibe e di ciò che accadde in Istria negli anni della Seconda Guerra Mondiale e successivamente.

Vi furono, in Istria, vendette ed esecuzioni sommarie. I corpi delle persone vittime di queste violenze, spesso scomparsi nel nulla, furono anche gettati nelle foibe: è un fatto. Le foibe sono innegabili, tanto quanto l’Olocausto, le fosse di Katyn, o i voli della morte in Argentina. Quanti furono gli infoibati? Furono migliaia, come sostenuto da chi, italiano, lasciò l’Istria, o centinaia, come sostenuto da chi rimase in Istria o vi arrivò?
La guerra dei numeri è amara e sterile in quanto una valutazione su dieci, cento, mille o diecimila scomparsi non rende meno orrendo ciò che accadde. Una parte delle foibe fu esplorata, e i ritrovamenti ci furono e vennero documentati al di là di ogni possibile smentita; una parte, in particolare quella risiedente in terreni privati e zone carsiche poco conosciute, non lo è stata ancora, e riserva di tanto in tanto nuove tragiche scoperte.

Relativamente alle sevizie cui sarebbero stati sottoposti i prigionieri prima di venire uccisi, come nel caso di Norma Cossetto, si trova scritto che risulta impossibile, per la scienza, valutare se un corpo ritrovato in avanzato stato di decomposizione abbia o meno subito violenze mentre era ancora in vita, “tantomeno sessuali”: è difficile per il cronista accettare queste affermazioni come verità. Non è infatti il solo atto tecnico dell’autopsia, di per sé stesso, a determinare l’evento di violenza sessuale, ma l’investigazione che viene fatta sull’intero corpo e l’insieme delle prove: ferite, stato degli abiti, segni o oggetti che possano far pensare a una costrizione. Nel caso di Norma Cossetto, le testimonianze ci furono e il contesto difficilmente lascia dubbi. Si legge anche che difficilmente un corpo che precipita per un centinaio di metri in una foiba può rimanere intatto dopo la caduta, e che quindi i segni dei traumi potrebbero essere attribuite agli urti; neppure questo è sempre vero, e il caso di Evelyn McHale, che saltò da un grattacielo a New York e rimase poi ferma, come addormentata, sul tetto di un’auto, è rimasto anch’esso nella storia. Chi vide il corpo di Norma Cossetto riferì di pugnalate, di una ragazza violata in modo bestiale, e di non poter sopportare il ricordo di quell’immagine.

Si è scritto che Norma Cossetto fu: “una tra i milioni di donne vittime della guerra”; è così, e proprio per questo è giusto parlarne. Per non lasciare che “una fra milioni” diventi sinonimo possibile di un – detto sottovoce, mezzo fra le righe: “in fondo non contava nulla”.