25 giugno 2026 – ore 13:00 – Premessa – Da alcuni mesi l’autorevole Council on Foreign Relations, think tank newyorchese di notevole spessore scientifico e di forte influenza geostrategica, si sta interrogando sul ruolo globale dell’America, atteso che la strategia statunitense appare oltremodo controversa e decisamente incerta. Nel Nord America i maggiori analisti concordano sulla necessità di una rivalutazione dell’intera strategia statunitense: una strategia che, secondo alcuni, accetti la realtà che non si potrà tornare alla consueta politica estera dopo questa amministrazione e che cerchi con urgenza idee creative per il futuro. Viviamo in un mondo sempre più conteso e competitivo, caratterizzato dall’emergere di nuovi centri di potere, da continui riallineamenti geopolitici e da un’economia globale frammentata. È un mondo plasmato da fattori dirompenti a livello strutturale e da una crescente incapacità di cooperazione diplomatica internazionale. Con la convergenza di queste forze, la gran parte degli analisti americani ritiene che i loro effetti si stiano amplificando, accelerando il ritmo del cambiamento. In tale complesso scenario, Rebecca Lissner, senior analyst dell’istituto di analisi strategica in argomento, ci dice che Washington continua, in ogni caso, a confrontarsi con il mondo da una posizione di notevole forza. Il potere americano rimane formidabile in ogni ambito principale: economico, tecnologico e militare. Ma i concorrenti stanno guadagnando terreno e queste capacità coesistono con vincoli interni: polarizzazione partitica, un patto sociale in via di sgretolamento, indebolimento della capacità statale e difficoltà nel tradurre la potenza militare in vittoria. Qualsiasi strategia efficace deve affrontare seriamente questi limiti, comprendendo che la forza all’estero dipende dalla forza in patria.
Cercare di conoscere e capire, senza pregiudizi politici e/o ideologici, il punto di vista statunitense appare fondamentale per noi europei e, in particolare, per noi italiani. I legami storici, politici, industriali e diplomatici tra Roma e Washington non sono in discussione, al di là di crisi temporanee. Scherzando, alcuni giorni or sono, con un amico gli ricordavo che gli americani sono arrivati in Italia nel 1943 e, da allora, non sono mai, neppure per un giorno, tornati a casa. La declamata riduzione delle forze militari americane in Europa non avverrà certamente nel breve periodo: anche questo è un bluff, una velata minaccia di Washington diretta, da almeno una decina di anni, a far comprendere a molti europei la necessità di contribuire in maniera diversa alla sicurezza comune. Negli ultimi mesi, in realtà, sono aumentate le forze americane in Europa, con l’invio di un primo contingente di 500 militari in Polonia. Anche la querelle a cui stiamo assistendo sui “500 voli” appartiene alla sfera del risibile e dell’inverosimile. Tutti sanno tutto, da sempre! Non cadiamo in questi facili tranelli di basso impero.
Inoltre, come ho scritto nel mio ultimo libro, ci hanno insegnato, da oltre cinquanta anni, attraverso immagini, racconti, film, commedie teatrali e dibattiti, che per comprendere ciò che ci circonda dobbiamo applicare le regole certe del pensiero dicotomico, il modello del buono e del cattivo, del bianco e del nero, del giusto e dello sbagliato: un modello che si caratterizza per la tendenza a vedere le situazioni, le persone e gli eventi in termini di due estremi opposti e totalmente assoluti. Forse ora ci stiamo accorgendo, parafrasando il titolo di un famoso libro, che il mondo è caratterizzato, invece, da infinite sfumature di grigio! Abbiamo studiato la storia concentrando, spesso, la nostra attenzione sui leader, dimenticando i popoli che li hanno “creati”. Invece, proviamo insieme, almeno una volta, a cambiare i parametri e iniziamo a pensare, ad esempio, che sono gli americani ad aver creato il fenomeno Trump, che sono stati i russi a volere Putin, e potrei continuare all’infinito. In altre parole, se non comprendiamo le dinamiche che hanno determinato le scelte dei popoli, tutti, nessuno escluso, non solo non afferriamo il perché profondo delle successive dinamiche, ma, sostanzialmente, ci nascondiamo. Ci nascondiamo perché abbiamo probabilmente interiorizzato la facile soluzione: abbattiamo il leader di turno, neghiamo il consenso fornito e giriamo pagina.
Torniamo a noi.
Se dovessimo descrivere l’attuale situazione globale, basterebbe ricordare le parole di Antonio Gramsci quando scrisse: «La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere; in questo interregno si manifesta una grande varietà di sintomi morbosi».
Alla luce di quanto sopra, proviamo umilmente ad avvicinarci a questa complessa visione, spesso poco conosciuta da noi europei e decisamente sottostimata. Stiamo parlando della crisi di un Impero, non solo di un grande Paese, a cui siamo, unitamente all’intera Europa, strettamente connessi e fortemente vincolati.
In tale complesso scenario, in questa prima puntata, daremo la parola a:
- Charles A. Kupchan, professore di affari internazionali presso la Georgetown University, nella Walsh School of Foreign Service e nel Dipartimento di Scienze Politiche, già assistente speciale del Presidente e direttore senior per gli affari europei presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) durante l’amministrazione di Barack Obama.
- Gideon Rose, senior analyst presso il Council on Foreign Relations (CFR). In precedenza è stato direttore di Foreign Affairs dal 2010 al 2021 e professore di politica estera americana a Princeton e alla Columbia University.
- Paul B. Stares, noto esperto internazionale per la prevenzione dei conflitti e direttore del Wachenheim Center for Peace and Security presso il Council on Foreign Relations (CFR).
Ricordiamoci che questi analisti ci offrono il punto di vista americano, una visione delle dinamiche globali per molti versi diversa da quella che potremmo osservare parlando, invece, con analisti europei, russi, africani e asiatici.
https://www.cfr.org/articles/where-does-american-strategy-go-from-here
UNA CRISI COMPLESSA
Charles A. Kupchan ci dice che la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, la guerra della Russia contro l’Ucraina, l’attacco israelo-americano contro l’Iran, le guerre in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo ci stanno facendo osservare plasticamente che la competizione tra le grandi potenze è prepotentemente tornata e che gravi conflitti continuano ad affliggere molte parti del globo. I mercati interdipendenti e globalizzati emersi dopo la Guerra Fredda si stanno sgretolando, soccombendo al disaccoppiamento strategico e alle barriere protezionistiche. Il mondo sta diventando decisamente meno libero. I regimi autocratici stanno diventando ancora più autocratici e i Paesi che un tempo erano considerati democrazie stabili, compresi gli Stati Uniti, stanno vacillando e regredendo. In gran parte del mondo democratico, il centro politico non regge.
Questi sintomi morbosi, insieme ad altri sviluppi destabilizzanti, sono il prodotto di due cambiamenti tettonici che stanno spingendo il mondo in un interregno gramsciano. Uno è una ridistribuzione del potere globale che porrà fine al lungo periodo di egemonia materiale e ideologica dell’Occidente. Nella seconda metà del XXI secolo, tre delle quattro maggiori economie mondiali saranno probabilmente in Asia: Cina, India e Indonesia. Entro il 2100, si prevede che oltre l’80% della popolazione mondiale sarà africana o asiatica. A quel tempo, si prevede che l’Europa, le cui grandi potenze un tempo colonizzavano gran parte del mondo, rappresenterà circa il 10% del PIL globale. Ci attende un mondo decentrato e multipolare.
Il secondo cambiamento epocale è che l’era industriale sta rapidamente cedendo il passo all’era digitale, con l’automazione e le tecnologie in continua evoluzione che trasformano i mercati del lavoro e minano il contratto sociale dell’era industriale. Sebbene il libero scambio abbia peggiorato la situazione, il cambiamento tecnologico è il principale motore dello sconvolgimento socioeconomico che colpisce la classe media e spinge i lavoratori da impieghi ben retribuiti nel settore manifatturiero a lavori a basso salario nel settore dei servizi.
Negli Stati Uniti, molti lavoratori faticano ad arrivare a fine mese e vedono poche opportunità di ascesa sociale. Anche la disuguaglianza è in forte aumento: il 10% delle famiglie americane più ricche possiede ora oltre due terzi della ricchezza totale del Paese, mentre l’1% più ricco ne detiene il 31%, solo leggermente meno del 90% delle famiglie statunitensi con i redditi più bassi.
Queste tendenze stanno dividendo il Paese lungo linee socioeconomiche, educative e di distinzione tra aree rurali e urbane. E il problema è destinato a peggiorare. Le prime evidenze indicano che le aziende che integrano l’intelligenza artificiale (IA) nelle proprie attività riducono il numero complessivo dei dipendenti, suggerendo che una diffusione capillare dell’IA contribuirà più a sostituire la forza lavoro che ad ampliarla e arricchirla.
L’avanzata dell’era digitale sta quindi erodendo la prosperità ampiamente condivisa e il centrismo ideologico che, per lungo tempo, hanno sostenuto la democrazia statunitense e stabilizzato la politica americana. Il presidente Donald Trump e il suo approccio politico “America First” sono il prodotto di questi cambiamenti epocali. L’ascesa politica di Trump rappresenta una reazione elettorale contro un establishment politico statunitense che ha gestito male la diffusione del potere e si è dimostrato insufficientemente sensibile alle difficoltà di milioni di americani lasciati indietro dall’automazione e dalla globalizzazione.
Ma, anche se Trump è abile nello smantellare un vecchio ordine che deve essere abbattuto, sta facendo ben poco per costruire il nuovo ordine. Il suo unilateralismo, anziché incanalare e plasmare la diffusione del potere, sta mettendo a disagio alleati e avversari, amplificando le forze centrifughe che alimentano l’instabilità internazionale. I suoi dazi non riescono a riportare in patria i posti di lavoro nel settore manifatturiero e, al contrario, stanno sconvolgendo il commercio internazionale e aggravando la crisi del costo della vita che affligge i lavoratori americani.
Se la grande strategia statunitense vuole essere all’altezza della situazione attuale, deve concentrarsi sulla gestione di entrambi i cambiamenti epocali in atto. Washington dovrebbe guardare oltre l’orizzonte e ancorare la transizione verso un mondo decentrato e multipolare. Il prossimo ordine dovrà essere pluralistico e facilitare esplicitamente la cooperazione al di là delle divisioni ideologiche e geopolitiche. Le democrazie dovranno competere con rispetto, nel mercato delle idee, con i Paesi che aderiscono a forme di governo alternative. Cina, Russia e altre autocrazie dovranno convivere pacificamente con le democrazie liberali. Tutti i Paesi dovranno tollerare le differenze di valori e di governo per dare priorità all’ampia cooperazione necessaria a domare la rivalità tra le grandi potenze, arrestare il cambiamento climatico, gestire il progresso tecnologico e affrontare altre sfide globali.
La seconda priorità assoluta per gli Stati Uniti è quella di elaborare un nuovo contratto sociale per l’era digitale. La reindustrializzazione è un’illusione. La promessa ripresa del settore manifatturiero, ottenuta grazie a dazi e politiche industriali, non si avvicinerà nemmeno lontanamente all’occupazione di una parte consistente della forza lavoro statunitense, la maggior parte della quale è già impiegata nel settore dei servizi. Al contrario, gli Stati Uniti e le altre democrazie in fase di deindustrializzazione devono delineare il futuro del lavoro nell’era digitale e formare i cittadini per le professioni del futuro. Ricostruire la classe media e rivitalizzare il centro politico è il punto di partenza per la rinascita della democrazia liberale.
Il ritorno delle democrazie liberali conferirebbe loro la funzionalità e lo scopo necessari per ancorare la transizione verso un nuovo ordine internazionale. Una ripresa politica permetterebbe inoltre alle democrazie di superare le autocrazie in termini di servizi offerti ai propri cittadini. In un periodo di immense fluttuazioni geopolitiche e ideologiche, le democrazie devono mettere ordine al proprio interno, se vogliono prevalere sulle alternative autocratiche e orientare nuovamente la storia verso una maggiore libertà e giustizia.
LA VOLONTÀ AMERICANA DI NON ESSERE PIÙ EGEMONE ASSOLUTO
Un insegnamento del buddhismo Zen recita: “Dopo l’illuminazione, il bucato”. Potresti improvvisamente ripensare a tutto, guardando il mondo con occhi nuovi, ma poi devi comunque viverci. L’illuminazione non cambia ciò che devi fare: cambia il modo in cui lo fai.
Gideon Rose, facendo riferimento al buddhismo, dichiara che qualcosa di simile si potrebbe dire del futuro della politica estera statunitense: dopo l’egemonia, il bucato. Washington ha deciso di essere stufa delle seccature e dei fardelli della leadership globale. Ma cosa significa concretamente questo per il modo in cui gestisce il sistema che usa per governare il mondo?
Come tutti i Paesi, gli Stati Uniti hanno interessi materiali, che mirano alla sicurezza e alla prosperità, ma anche interessi ideologici. Fin dall’inizio, sono stati concepiti come una nazione e una causa, una comunità nazionale distinta e il portabandiera di una rivoluzione politica globale, impegnata a favore della libertà in tutto il mondo. In ogni epoca, pertanto, gli strateghi americani si sono trovati di fronte a una duplice sfida: capire come perseguire sia gli interessi materiali del Paese sia i suoi ideali nazionali.
Nella giovinezza del Paese sembrava prudente concentrarsi sulla protezione della rivoluzione e sul perfezionamento dell’Unione. La strategia di ampio respiro e distaccata che ne emerse, tuttavia, poté funzionare solo perché gli Stati Uniti erano protetti dalla geografia e dalla supremazia navale britannica. Con l’inizio del XX secolo, il potere britannico era declinato e gli Stati Uniti dominavano ormai l’emisfero occidentale, pattugliavano gli oceani e guidavano l’economia globale. Gli interessi americani, un tempo tutelati dall’isolamento dal resto del mondo, ora richiedevano un maggiore coinvolgimento. Ma quale tipo di coinvolgimento era possibile per un Paese fondato sul rifiuto della tradizionale politica amorale?
Nel corso del secolo, la risposta è emersa gradualmente, rivelandosi stranamente familiare: esportare la logica della teoria del contratto sociale dalla politica interna a quella internazionale, nella speranza che potesse funzionare anche lì. I funzionari decisero che i Paesi autonomi avrebbero potuto cooperare per il reciproco vantaggio e, gradualmente, le interazioni si sarebbero potute trasformare in relazioni e poi in comunità: dapprima funzionali, poi istituzionali e, forse, un giorno persino sincere.
Questo approccio prometteva di risolvere la tensione tra interessi e ideali americani, raggiungendoli simultaneamente e gradualmente. Gli Stati Uniti avrebbero protetto i propri interessi accumulando potere e utilizzandolo quando necessario e avrebbero perseguito i propri ideali coltivando una comunità sempre più ampia di Paesi indipendenti che interagissero pacificamente tra loro. La cooperazione avrebbe portato all’integrazione e alla prosperità, che, a loro volta, avrebbero condotto alla liberalizzazione. Lentamente, ma inesorabilmente, il mondo di Locke sarebbe emerso da quello di Hobbes.
La nuova grande strategia ha prodotto la fitta rete di interazioni reciproche e benevole oggi nota come ordine internazionale liberale. Il presidente Woodrow Wilson tentò per la prima volta di instaurarla dopo la Prima Guerra Mondiale. Fallì, ma offrì ai suoi successori un modello e alcuni insegnamenti ammonitori. I presidenti Franklin Roosevelt e Harry Truman ne misero in atto una versione nuova e migliorata in metà del mondo durante la Guerra Fredda e i presidenti George H.W. Bush e Bill Clinton la estesero dall’Occidente al resto del mondo nell’era post-Guerra Fredda.
Dal 1945, pertanto, la politica estera statunitense si è caratterizzata per cinque elementi fondamentali: guidare un gruppo di nazioni che condividono gli stessi ideali nella creazione di una zona di pace e sicurezza collettiva; evitare la guerra con le grandi potenze al di fuori di tale zona; tutelare i beni comuni globali; mantenere un sistema commerciale globale aperto; e contribuire alla fornitura di beni pubblici globali. I risultati di questo approccio sono stati straordinari. L’ordine creato dagli Stati Uniti ha generato una pace senza precedenti tra le grandi potenze e un incremento, altrettanto senza precedenti, dello sviluppo economico, sociale e politico, non solo per gli Stati Uniti e per i loro alleati, ma per gran parte del mondo intero.
Eppure, negli ultimi decenni il sistema ha incontrato delle difficoltà. Le campagne militari in Afghanistan, Iraq e la guerra al terrorismo hanno offuscato la reputazione di Washington in termini di competenza militare e hanno reso l’opinione pubblica americana diffidente nei confronti di un ruolo attivo a livello globale. Poi la crisi finanziaria del 2008, la Grande Recessione, la stagnazione dei salari della classe media e bassa e l’aumento di una disuguaglianza economica senza precedenti hanno ulteriormente offuscato la reputazione di Washington in termini di competenza economica e hanno reso l’opinione pubblica americana diffidente nei confronti del neoliberismo. La polarizzazione partitica, la politica aggressiva e l’ascesa dei social media hanno contribuito ad alimentare il populismo e a frantumare quel che restava di una coscienza nazionale. Nel frattempo, gli alleati americani si disarmavano e ristagnavano, mentre i nemici americani si riarmavano e crescevano.
La sfida per gli Stati Uniti oggi è capire come operare in un mondo che non si è evoluto nella direzione liberale un tempo auspicata, mentre ampi settori dell’opinione pubblica americana vedono pochi vantaggi in un attivo impegno globale. Nonostante le opinioni diffuse contrarie, la strategia americana del dopoguerra di considerare le relazioni internazionali come uno sport di squadra, piuttosto che individuale, ha funzionato bene sotto molti aspetti. Ma, con l’attuale approccio sempre più impopolare in patria e all’estero, ripetere semplicemente questo mantra non servirà più. Gli esseri umani hanno la memoria corta, le aspettative aumentano e le sensazioni prevalgono sui dati.
Quindi, qualcosa deve cambiare.
Ma quali elementi dell’ordine esistente dovrebbero essere salvati, quali scartati e quali nuovi elementi dovrebbero essere aggiunti? E quanto tempo, impegno e attenzione dovrebbero essere dedicati a nuove questioni come l’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico e la rivoluzione demografica, che si stanno avvicinando a noi con una velocità e una portata tali da cambiare tutto, ovunque, molto presto? Come diceva lo spot pubblicitario, le menti curiose vogliono saperlo.
Parlando agli studenti del National War College nel giugno del 1947, George F. Kennan cercò di spiegare le difficoltà che incontrava come primo direttore della pianificazione politica del Dipartimento di Stato. Paragonò il mondo alla sua fattoria nella Pennsylvania rurale. Su ognuno dei suoi 235 acri c’era sempre qualcosa che necessitava di manutenzione: una recinzione marcia, la vernice sbiadita, le erbacce incolte, un maiale in libertà. Kennan comprese che gli Stati Uniti avevano bisogno di aiuto per garantire il buon funzionamento della loro “fattoria globale” e lui e i suoi colleghi misero insieme un sistema per assicurarsene. Dal Piano Marshall alla NATO, l’ordine cooperativo e basato sul lavoro di squadra che lui e i suoi colleghi costruirono si dimostrò efficace e duraturo. Centinaia di milioni di americani e miliardi di altre persone ne hanno tratto enormi benefici. Ora la squadra si sta sfaldando e gli americani sembrano interessati a ridimensionare l’operazione e a cercare di gestire tutto da soli. Possiamo solo sperare che i risultati del nuovo approccio siano anche solo lontanamente paragonabili a quelli del vecchio.
RIPARTIRE DA ZERO DOPO TRUMP
Paul B. Stares decide di esordire nella sua analisi affermando che un ritorno allo status quo ante è altamente improbabile, anche se auspicabile. Troppe cose sono già successe per poter tornare indietro. La questione di quale tipo di mondo gli Stati Uniti dovrebbero ora cercare di plasmare per i propri interessi sarà oggetto di dibattito. Anzi, alcuni esperti di politica estera stanno già chiedendo una revisione completa e radicale degli obiettivi e della strategia statunitense dopo la fine del mandato di Trump.
Se la strategia consiste essenzialmente nel definire modalità e mezzi pratici per raggiungere gli obiettivi desiderati, allora qualsiasi esercizio di questo tipo deve iniziare con una valutazione lucida degli interessi e degli obiettivi degli Stati Uniti nel mondo. Troppo spesso, quelli che in realtà sono obiettivi di scelta assumono lo status di obiettivi di necessità.
Tutti gli obiettivi di necessità possono essere considerati cruciali per il benessere degli Stati Uniti, ma, a rigor di termini, non sono tutti uguali. Utilizzando una gerarchia dei bisogni di tipo Maslow, gli obiettivi di necessità possono essere classificati, in ordine di priorità, come segue: primo, garantire la sopravvivenza degli Stati Uniti come Stato sovrano indipendente; secondo, proteggere i suoi cittadini dai rischi fisici, in particolare quelli catastrofici; terzo, preservare la libertà e i diritti civili fondamentali degli americani; e quarto, promuovere la prosperità degli Stati Uniti, in modo che possano far fronte ai propri bisogni essenziali, inclusa la difesa.
Gli obiettivi di scelta, d’altro canto, sono traguardi strategici ritenuti di vitale importanza per il benessere degli Stati Uniti. In alcuni casi hanno acquisito uno status quasi sacro. Ne sono un esempio il principio, spesso ribadito, secondo cui gli Stati Uniti devono impedire il dominio dell’Eurasia da parte di una singola grande potenza, un obiettivo che ha preso piede all’inizio del XX secolo e che continua a essere sostenuto anche cento anni dopo. Argomentazioni simili vengono regolarmente avanzate riguardo alla necessità di una presenza militare statunitense in Medio Oriente e in Asia orientale. Più in generale, alcuni sostengono che il mantenimento del “primato” americano nel mondo o la promozione dei diritti umani, della democrazia e di un sistema commerciale aperto siano obiettivi strategici necessari. Per gran parte dell’opinione pubblica americana, tuttavia, tale ragionamento non è scontato. Un’analisi a base zero, pertanto, dovrebbe distinguere ciò che è “necessario” da ciò che è “auspicabile“.
La scelta del modo migliore per salvaguardare o promuovere gli interessi vitali degli Stati Uniti dovrebbe scaturire da un’attenta valutazione della potenziale efficacia delle diverse linee d’azione, nonché dei relativi costi e rischi. Tale requisito può sembrare ovvio, ma l’esperienza passata dimostra che Washington ha preso importanti decisioni strategiche senza vagliare adeguatamente i presupposti di base e senza valutare i potenziali svantaggi.
Dimostrare l’efficacia di una strategia richiede di spiegare come una specifica serie di passaggi possa plausibilmente portare ai risultati desiderati, presupponendo che la strategia venga fedelmente seguita. Durante la Guerra Fredda, la teoria alla base della strategia di contenimento era che un Occidente economicamente prospero e democratico non solo sarebbe stato più forte nel resistere a ulteriori avanzate sovietiche, ma avrebbe anche prevalso offrendo un’alternativa più attraente per coloro che vivevano sotto il comunismo. La strategia statunitense post-Guerra Fredda di promuovere la democrazia e il libero scambio nel mondo si fondava sulla convinzione che avrebbe favorito la pace e la prosperità e sarebbe stata infine adottata dalle potenze autocratiche recalcitranti, in particolare dalla Cina. La stessa logica si è applicata alla “guerra globale al terrorismo” post-11 settembre, con la sua enfasi sulla costruzione della nazione come miglior antidoto all’estremismo violento. Idealmente, quindi, le diverse opzioni strategiche dovrebbero essere sottoposte a test di stress per garantire che la loro teoria sia logicamente valida e, meglio ancora, fondata su prove empiriche di ciò che ha funzionato e non ha funzionato in passato.
Una volta accertata la potenziale efficacia di un’opzione strategica, è necessario valutarne anche i probabili costi e rischi, insieme a eventuali compromessi evidenti. Idealmente, questo processo dovrebbe essere condotto nel modo più trasparente e rigoroso possibile. Un vero e proprio esercizio “a tabula rasa“, in altre parole, dovrebbe partire da zero e solo in seguito considerare gli aspetti pratici e i costi dell’abbandono di politiche precedenti, qualora non fossero più adeguate allo scopo. Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente, ma esistono metodi collaudati per promuovere un’analisi aperta e imparziale.
La terza e ultima componente di una valutazione a base zero dovrebbe valutare se esistono i mezzi necessari per attuare le opzioni strategiche prese in considerazione. Gli strumenti politici ed economici, nonché quelli militari, necessari sono immediatamente a disposizione degli Stati Uniti? In caso contrario, possono essere ottenuti in tempi relativamente brevi oppure possono essere forniti da partner che condividono gli stessi ideali e che li sostengono? L’importanza di questo calcolo è diventata fin troppo evidente negli ultimi anni, poiché gli Stati Uniti e i loro partner hanno consumato munizioni difficilmente sostituibili a un ritmo più rapido del previsto in diverse operazioni militari.
In un senso più fondamentale, tuttavia, calcolare se esistono i mezzi per attuare una determinata strategia significa valutare se il livello complessivo di risorse – umane, finanziarie, politiche e così via – sarà sufficiente a sostenerla nel tempo. La strategia occidentale durante la Guerra Fredda si è dimostrata straordinariamente efficiente in termini di costi, a differenza degli investimenti economici necessari per sostenere la guerra globale al terrorismo.
Una vera e propria revisione a base zero è un compito arduo per qualsiasi amministrazione. È irrealistico aspettarsi che funzionari oberati di lavoro possano dedicare molto tempo a un’analisi così impegnativa. Tuttavia, esperti esterni possono quantomeno porre le domande giuste e cercare risposte utili nel modo più rigoroso possibile, prima che la prossima amministrazione entri in carica. La posta in gioco è troppo alta perché gli Stati Uniti possano andare avanti senza una chiara visione di come tutelare al meglio i propri interessi nel mondo.
RIFLESSIONE
Leggendo queste prime analisi, seppure in estrema sintesi, possiamo affermare che l’America che avevamo conosciuto non esiste più: si sta interrogando, sta cercando di individuare scenari strategici nuovi, sia in ambito interno sia in politica estera. Gli ultimi sondaggi del noto istituto Pew Research Center rilevano che, nei 36 Paesi intervistati, unicamente una media del 23% degli adulti esprime fiducia nella sua leadership negli affari mondiali. In molti Paesi, la fiducia in Trump è diminuita drasticamente rispetto all’anno scorso. L’opinione favorevole sul sistema-Paese statunitense, anche in termini di affidabilità, è diminuita sensibilmente in molti Paesi nell’ultimo anno, con cali a doppia cifra in Indonesia, Italia, Nigeria, Sudafrica, Corea del Sud e Turchia.
Tuttavia, merita ricordare che gli USA continuano a essere la prima potenza mondiale, certamente una potenza in decisa difficoltà, in crisi d’identità, forse destinata al declino nel lungo periodo, a cui i grandi Paesi europei dovrebbero immediatamente affiancarsi con modalità diverse: da attori protagonisti, da partner autorevoli e non, come spesso accade, da semplici “clientes” di un Imperatore anziano, preda del suo entourage, quest’ultimo costituito da molti personaggi che abilmente sfruttano, indirizzandolo, lo sfrenato egotismo del loro Presidente.
In tale complesso scenario, la domanda che da alcuni anni mi pongo, senza trovare risposta, è questa: i leader europei dispongono realmente di una cultura politica adeguata al disordine internazionale che stiamo vivendo? Sono e saranno in grado di proporre una visione diversa del futuro?
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


