CULTURA Anche alcune battute su calcio, Triestina e doping nella lunga intervista fatta ai due figli del grande allenatore

30.5.2012 | 21.13 – Se avessero detto al Paròn che un giorno la sua Trieste gli avrebbe reso omaggio con una splendida esposizione interamente dedicata a lui, forse non ci avrebbe creduto. E di certo non ci avrebbero creduto nemmeno i suoi due figli, Tito e Bruno, che incontro – complice Renato Tugliach, ex della Triestina – in una calda giornata di maggio.
Strano, persino la location scelta per l’intervista porta in sé qualcosa di speciale; ci troviamo infatti a due passi dallo stadio che porta il nome del loro amato papà.
In queste ultime settimane in città non s’è quasi parlato d’altro; i festeggiamenti per i 100 anni dalla nascita di Rocco e la mostra al Magazzino 26 a cura di Gigi Garanzini sono sulla bocca di tutti. Se Trieste voleva far rivivere la leggenda del Paròn, ci è riuscita alla grande.
Ma il punto qui è un altro. Un uomo per essere leggenda deve – perdonate il gioco di parole – prima di tutto essere un uomo. Così, quando chiedo ai due fratelli che padre fosse Nereo, Tito, il figlio minore, non ha un attimo di esitazione e mi racconta che era «un padre giusto. Lavorava lontano da Trieste, è sempre stato lontano, Treviso, Padova, Torino e Milano. Ma devo dire che pur essendo lontano riusciva lo stesso a seguire tutte le nostre evoluzioni scolastiche e di vita. E poi ogni volta che tornava a Trieste, e questo accadeva circa ogni settimana, era una piccola festa in famiglia».
Anche Bruno ci tiene a ribadire come Rocco riuscisse comunque a essere vicino nonostante i chilometri che spesso lo separavano da casa. Poi, sorridendo, mi dice che «si interessava sempre di noi figlioli. Ci siamo sposati, gli abbiamo fatto i nipoti e lui ne era entusiasta. Il lunedì a pranzo la famiglia era sempre schierata. Pensava a tutti e ogni volta che rientrava a casa portava regali ai nipotini non sbagliando mai nemmeno la taglia di una mantellina. Pazzesco. Ci manca molto, io e Tito pur essendo diversi siamo sempre assieme e cerchiamo di fare quello che ci ha insegnato – poi, con un velo di nostalgia, aggiunge – ora siamo un po’ vecchiotti ma l’educazione resta sempre quella che ci ha dato papà».
Voglio saperne di più, penso, allora chiedo a entrambi cosa amasse fare “el Paròn” nella nostra bella città. Bruno comincia a ridere, poggia sul tavolo la tazzina del caffè che sta sorseggiando e attacca «papà rientrava a casa la domenica sera, di solito molto tardi. Il lunedì dormiva un po’ di più e poi…» si ferma un attimo, schiarisce la voce e riprende «e poi chiamavano i giornali. Ma proprio tutti i giornali, non posso elencarli altrimenti si fa notte. Chiamavano perché dovevano scrivere “il pezzo”. A quel punto aveva inizio un vero e proprio teatrino perché magari nei giorni precedenti qualcuno aveva scritto qualcosa che a papà non andava bene e lui, con questo qualcuno, non ci voleva parlare».
Comincio a ridere anch’io quando, imitando suo padre, mi descrive la scenetta cui assisteva puntualmente ogni settimana; «quando squillava il telefono, e a casa nostra il telefono si trovava appeso alla parete della cucina, papà diceva a me o a Tito “Va a veder chi che xè!” frase passata alla storia. Allora o io o mio fratello alzavamo la cornetta “Pronto? Ah signor Rovelli!” e ricevuta la tacita approvazione di nostro padre glielo passavamo. Ma spesso, come le ho detto, capitava che nominando per esempio un tale Aldo Pacor, papà proprio non ci volesse parlare e allora dovevamo fingere che non fosse in casa. Papà era fatto così, all’inizio si faceva negare ma poi concedeva l’intervista a tutti».
Tito aggiunge che Nereo, i giorni in cui si trovava a Trieste, non usciva quasi di casa; «nostro padre – mi dice – viaggiava tutto l’anno e quando tornava qui aveva voglia di starsene in pace a casa a ricevere gli amici. Frequentava la famosa Trattoria “da Jeti” vicino casa nostra, passava qualche serata in Carso e poi niente, arrivava il martedì e partiva di nuovo».
Mentre ascolto affascinata i loro racconti, i loro aneddoti di un Rocco inedito e privato, non smetto nemmeno per un attimo di pensare a chi ho davanti; solo qualche giorno prima ho fatto capolino alla mostra sul Paròn, un’esposizione che è riuscita ad emozionare persino me che di calcio non capisco nulla, e adesso mi ritrovo seduta ad un tavolo a chiacchierare con i suoi due figli.
Quando Bruno mi racconta qualcosa in più sulla carriera del padre, ricordo che anche Padova ha voluto omaggiare il campione triestino allestendo all’interno del suo museo del calcio uno spazio dedicato a lui. «Padova – mi spiega Tito – è stata la nostra seconda casa. Papà ha passato parecchi anni in questa città, forse i migliori anni della sua vita da cinquantenne. E la città ha sempre avuto una certa venerazione per lui, l’ha eletto allenatore al centenario e gli ha creato una bella nicchia nel suo piccolo museo, gli ha persino dedicato una via» poi ci pensa un attimo e aggiunge «sì, Padova e Milano erano le nostre seconde città».
E la mostra al Porto Vecchio? Tutti e due mi dicono di essere soddisfatti del risultato nonostante lo scetticismo iniziale. «Lei ha presente il Magazzino 26? – mi domanda all’improvviso Bruno – è enorme. Mi chiedevo come e con cosa sarebbero riusciti a riempire tanto spazio». Ma, esitazioni a parte, entrambi hanno seguito l’allestimento con molto interesse vedendo la mostra prender vita settimana dopo settimana.
Anche Tito si è trovato a combattere con più di qualche perplessità, mi spiega infatti che in un primo momento non riusciva a concepire una mostra multimediale e interattiva; suo fratello mi rivela di essere tuttora un po’ preoccupato perché gli anziani, che con la tecnologia spesso non hanno un buon rapporto, rischiano di non apprezzare a pieno l’esposizione. «È un problema – mi dice – le persone di una certa età hanno difficoltà ad entrare nell’ottica di una mostra multimediale, pensi che l’altro giorno mi sono dovuto improvvisare guida per una coppia di anziani. E poi c’è il problema della quasi assoluta mancanza di segnaletica in città: al giorno d’oggi chi non legge il giornale può faticare ad arrivare al Magazzino 26. Stiamo cercando di risolvere questo disguido, speriamo di dare la massima visibilità all’evento».
Già, la mostra. Volevo concentrarmi sul lato più umano del Paròn e alla fine, gira e rigira, mi ritrovo sempre a parlare della mostra; sarà che ne sono rimasta colpita, la scelta di una location mozzafiato dà un po’ l’idea di trovarsi proiettati fuori dallo spazio e dal tempo, in un piccolo tempio del calcio. Piccolo, a grandezza d’uomo.
A proposito, chissà cosa ne pensano loro del calcio dei giorni nostri. «Il calcio d’oggi con l’avvento delle tv è cambiato del tutto – attacca Tito – e poi ci sono gli sponsor, hanno modificato il modo di vivere e gestirsi dei giocatori. Ormai è sparita la figura dell’uomo bandiera di una volta, è sopravvissuto solo Totti ma per il resto mi sembra un po’ un giro di mercenari. Forse mercenari è una parola grossa, però il calcio si è globalizzato e lo vedo degenerato. Lo dimostrano questi ultimi fatti di violenza sfociati sul campo, una volta non c’erano queste cose o meglio, forse c’erano ma erano meno pesanti».
«Gli stadi sono poco frequentabili rispetto a prima, una volta si andava allo stadio con i bambini, si aspettava la domenica ed era un divertimento. Oggi no, oggi è guerriglia e personalmente alla mia età non mi sentirei tranquillo di andarci. E questo nonostante la mia passione per il calcio».
Sempre con Tito scambio due battute sul doping «mi sono interessato molto al problema – mi dice – per anni sono stato assistente all’antidoping della Triestina. Cosa posso dire, i ragazzi che si fanno influenzare da medici o pseudo medici sono i primi a cadere in questa rete. Non è un problema che riguarda solo il calcio, al mondo purtroppo qualunque cosa ti può dare euforia o una marcia in più attira sempre. Ad ogni modo è una cosa negativa e da evitare, la salute è la cosa più importante».
Alla fine, mentre Bruno sfoga la sua delusione per le ultime fallimentari performance dei rosso-alabardati «tre anni e tre retrocessioni. È una vergogna», mi ritornano in mente le parole di suo fratello: «Vuole sapere com’era papà? Era un una persona di una grande intelligenza sia in casa sia nel suo campo di lavoro. Era ironico, autoironico e cercava di sdrammatizzare sempre le situazioni. Ma quando bisognava affrontarle di petto non si tirava mai indietro. Penso che abbia avuto successo nella vita appunto perché ha avuto successo in famiglia, e non poco».
Adesso sì, adesso ci siamo. Quando il mito di Rocco incontra la sua controparte più umana, la leggenda del Paròn è finalmente completa; ogni tessera del mosaico si trova al suo posto e, credo calcistico a parte, il ricordo di un grande campione è pronto a far battere nuovamente il cuore di tutti noi.
Daniela Mosetti


