20.10.2018 – 09.15 – Trieste amava Richard Francis Burton, ma è indubbio come non fosse un amore ricambiato: costretto ad abbandonare Damasco, Burton considerò sempre il consolato a Trieste un ripiego, una soluzione temporanea in attesa di tempi migliori. Il celebre esploratore, archeologo e poliglotta vittoriano, dall’animo dinamico proteso a nuove avventure e lande esotiche da scoprire, trovava una città come Trieste troppo borghese, troppo calma.
Ironicamente Burton era popolare tra i triestini proprio per le sue manie eccentriche, per i suoi vestiti, per il suo fascino mediorientale: quegli stessi borghesi disprezzati da Burton in realtà erano i suoi più grandi ammiratori, suggestionati dai racconti di eroismi in terre lontane.
Durante alcune dichiarazioni del 1877 al giornale “The World”, Burton si abbandonò ad alcune considerazioni su Trieste, accusata di avere un “vago aspetto” e di essere una “città costosa e insalubre, ultraventilata e con pessime fognature”. La città portuale era inoltre “un miscuglio politico di austriaci, italiani, slavi, ebrei e greci: quest’ultimi hanno il monopolio del commercio”.
Il giudizio di Burton è caratteristico di un uomo convinto della bontà di uno stato-nazione omogeneo e pertanto riflette più l’uomo inglese e vittoriano, che l’esploratore aperto a nuove culture. Il carattere multietnico della città “irrita” Burton, che non ne comprende il collante fornito dalla ricchezza del commercio e del porto: un’intuizione invece bene presente nella mente dei tanti mercanti inglesi del periodo, stanziati nella piccola comunità anglicana della “Christ Church” di Via San Michele.
La menzione di ebrei e greci evidenzia la sopravvivenza di quelle comunità prima etnico-religiose e poi commerciali, caratteristiche della Trieste teresiana: gli ortodossi ancora mantengono il “monopolio del commercio” nell’ottocento inoltrato. Questo conduce infine all’argomento di oggi, ovvero il Caffè alla Stella Polare: originariamente infatti, nel XVIII secolo, l’edificio del Caffè era di proprietà della Confraternita Greco-Illirica. Solo in un secondo momento gli ortodossi scelsero di dividersi nella comunità greco-ortodossa (Rive, Chiesa di San Nicola) e Serbo-ortodossa.
L’edificio (Piazza Sant’Antonio Nuovo, 6) fu inizialmente donato alla Confraternita dal signor “Aleksandar Vukasovic” e in seguito divenne proprietà dei serbo-ortodossi nell’ottocento. Il Caffè venne finalmente inaugurato nel 1865 in una posizione eccezionalmente favorevole: all’incrocio tra la Chiesa di Sant’Antonio e il Canale di Ponte Rosso. Il responsabile, durante questo primo periodo, fu Antonio Carmelich, mentre nel 1910 la gestione passò Riccardo Leipziger e Mario Sbisà. Nonostante ora non conservi più gli interni storici, il caffè originariamente era un tipico locale austro-ungarico con un lussuoso arredamento proprio di stucchi e specchi dorati.
La composizione sociale della città veniva riflessa dai suoi diversi Caffè, suddivisi a seconda del ceto e del mestiere: se il Caffè della Borsa ospitava gli ebrei polacchi e il Caffè Greco i levantini, il Caffè Stella Polare era spesso e volentieri luogo di ritrovo della (nutrita) comunità tedesca. Sopravvissuto – più o meno malconcio – ai conflitti mondiali, il Caffè Stella Polare ridivenne famoso durante l’occupazione angloamericana, grazie a una sala da ballo prediletta dalle giovani triestine e dai militari americani.
Oggigiorno il Caffè conserva solo una minima parte della sua eredità storica e rimane ciò nonostante un “must” per gli itinerari turistici, se non altro per la sua perfetta posizione presso il Canal Grande, naturalmente scenografico e nel cuore della città.

Talvolta una costruzione effimera e destinata fin dalla sua nascita alla distruzione può motivare l’architetto a “osare” e sperimentare soluzioni troppo ardite per un edificio invece progettato per perdurare nel tempo. Questo senza dubbio è stato il caso del Padiglione Liberty destinato a ospitare per due anni, dal 1902 fino al 1904, il Caffè alla Stella Polare.
La memoria di questo luogo sopravvive solo nelle foto e nei disegni tecnici e delinea un progetto fantasmagorico, assolutamente surreale: una costruzione “floreale” di legno e gesso, sbocciata come una strana pianta aliena di fronte alla Chiesa di Sant’Antonio Nuovo.
Il Padiglione era un’oggettiva necessità: si voleva rimodernare l’edificio al n.6 della Piazza, ma l’attività edilizia prevedeva almeno due anni d’intensi lavori. Con i mesi e gli anni, il Padiglione crebbe in popolarità, fino a quando si discusse seriamente se conservarlo o meno e se davvero il nuovo, restaurato Caffè, nel “vecchio” edificio era degno della successione. Infine prevalse il ritorno alla “tradizione” con la demolizione del Padiglione e il ritorno del Caffè Stella Polare nell’edificio originario.
Ebbe tutto inizio quando nel 1902, all’inaugurazione del cantiere, si progettò una costruzione che “durante la passeggera sua esistenza (…) servirà mirabilmente al suo fine, non sarà punto di disdoro a quella parte della città dove dovrebbe sorgere, ma anzi darà alla stessa abbellimento ed animazione maggiore”. La clausola edilizia già prevedeva al suo nocciolo la demolizione nell’agosto del 1904.
Le carte degli archivi dell’Ufficio Tecnico Comunale e dell’I.R. Capitanato di Porto prevedevano l’accesso via mare, dal canale, con la possibilità di ormeggiare piccole imbarcazioni e d’entrare pertanto nel Padiglione “dall’acqua”. Quando realizzato, il Padiglione si rivelò infatti essere una costruzione di notevoli dimensioni, occupante l’intera area della Piazza di Sant’Antonio Nuovo, proprio davanti alla Chiesa. La libertà per le decorazioni del Padiglione era assoluta; gli unici obblighi derivavano dall’uso di materiali resistenti, “in modo che l’opera dia affidamento di durata in buono stato per il periodo di tempo durante il quale è destinato a sussistere”.
La nuova corrente artistica dell’art nouveau aveva d’altronde colpito l’Europa e in particolar modo Vienna con la Secessione, con la forza di una tempesta senza eguali: a Trieste i tanti architetti veterani della Scuola Wagnerschule di Otto Wagner sprigionarono le proprie energie creative con un progetto dietro l’altro, dando vita a quanto viene oggi definita la Trieste Liberty.
Un confuso, anarchico insieme di edifici senza un reale collante, permesso dall’immensa crescita della Trieste d’inizio novecento: con una popolazione intorno ai 200mila abitanti e una borghesia ansiosa di spendere, c’erano tutte le condizioni per un “fervore” edilizio, avveratosi con una serie di palazzi e ville tanto individualisti quanto squisitamente art nouveau.
La rielaborazione viennese del liberty, nella forma della Secessione, era già una personale visione di questo movimento artistico, ma la sua trasposizione a Trieste permise di filtrarla e raffinarla ulteriormente, fino a distillarne un concentrato tutto triestino: un’art nouveau dove il classicismo incontra la modernità della linea e la razionalizzazione caratteristica di Otto Wagner. Gli eccessi e il “vecchiume” della tradizione classica trovarono così a Trieste un perfetto ringiovanimento nel gusto strutturale e decorativo proprio dell’Austria.
Schematicamente il Liberty a Trieste può essere suddiviso in tre diversi correnti, tutt’altro che rigidamente distinte: la corrente floreale italiana, la corrente secessionista viennese, con Joseph Maria Olbrich e la corrente protorazionale dei seguaci di Otto Wagner.
Il Padiglione, dalle poche foto e schizzi conservatasi, rientrava in quest’ultima corrente, proponendosi con dei prospetti (quasi) teatrali nelle facciate, ma depurati da ogni superflua decorazione. Il Padiglione strappò qualche mese di vita in più grazie a un’esposizione di quadri di Umberto Veruda, nell’estate del 1904, ma alla fine dovette essere abbattuto.

I due “costruttori edili” responsabili dell’ideazione, Silvio Malossi e Ferruccio Piazza, riproposero il progetto nel 1909 con l’obiettivo di ospitare i tanti negozi allontanati dalle proprie case per la demolizione degli edifici di Piazza della Repubblica (all’epoca Piazza Nuova). La causa era la progettazione della nuova sede della Riunione Adriatica di Sicurtà.
La proposta, nonostante il successo a suo tempo del Padiglione presso il pubblico, incontrò la triplice opposizione della Commissione alle Pubbliche Costruzioni, il Magistrato Civico e la Società “d’abbellimento della città di Trieste”.
In quest’ultimo caso, la Società protestava il 18 gennaio 1909 con una nota, dove ricordava “lo sconcio d’una consimile costruzione che per troppo tempo deturpò quel punto eminentemente artistico della nostra città”.
La Società degli Ingegneri e degli Architetti di Trieste “demolì” a sua volta il progetto, definendolo il 20 gennaio del 1909 un “baraccone”, il quale “arrecherebbe nocumento gravissimo alla linea estetica di quella contrada”.
In tal senso è significato il giudizio dell’Ufficio Tecnico Comunale, che osservava come “il progettato padiglione così detto provvisorio è ideato come un’opera stabile con muri di comuni dimensioni e trattato esteticamente con una certa pretesa architettonica”. I progettisti non avevano inoltre richiesto i permessi per costruire sul Canal Grande.
In altre parole non si contestava il progetto artistico, ma la sua pretesa di essere stavolta un edificio tanto “liberty” quanto destinato a durare nel tempo; non più una bizzarria passeggera, ma una fantasia che aveva l’audacia di farsi pietra e mattoni. E questo per il Comune, non era possibile: la completa libertà formale di cui i progettisti avevano goduto nel 1902 era tale solo quando circoscritta a progetti limitati nel tempo e nello spazio. Quando l’edificio diventava una costruzione pubblica o religiosa o di grandi dimensioni, il Liberty triestino doveva rientrare nell’alveo del precedente eclettismo e del neoclassicismo.
La Stella (Polare) dell’art nouveau a Trieste, nel 1909, era d’altronde in via di declino: presto il movimento si sarebbe mummificato nella ripetizione dei soliti stilemi e con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale la crescita della città si sarebbe arrestata, senza più tornare agli immaginifici sogni floreali d’inizio ‘900.


