La geopolitica presenta il conto: il fronte pro-Kiev non è più monolitico

10 luglio 2026 – ore 15:00 – Premessa – Le cancellerie europee, gli Stati Uniti, Israele, la Turchia e la Russia si stanno interrogando sugli esiti del vertice NATO ad Ankara. Come vedremo, cresce l’irritazione in Israele e in Russia, mentre in Ucraina emergono tensioni per gli arruolamenti forzati e alcuni Paesi dell’Europa orientale non nascondono una crescente insofferenza nei confronti di Zelensky. L’industria della difesa, in tutte le sue componenti, emerge al centro di ogni dibattito internazionale, mentre in diversi Paesi europei crescono le tensioni politiche interne, accompagnate da una crisi che non accenna a diminuire. Il Medio Oriente è in fermento: la crisi iraniana riemerge e i difficili accordi tra Libano e Israele rischiano di saltare. Un quadro di situazione estremamente precario. Appare evidente, inoltre, che in alcune cancellerie occidentali vi sia un desiderio profondo, seppur nascosto, di protrarre all’infinito il conflitto in Ucraina, allo scopo, certamente, di logorare ulteriormente la Russia e avviare contestualmente l’auspicato riarmo, che alleggerirebbe la crisi dell’industria pesante europea. I rapporti diplomatici tra Mosca e l’Occidente, come vedremo, si stanno ulteriormente sfilacciando e irrigidendo pericolosamente. In tale contesto, non possiamo assolutamente escludere un ulteriore innalzamento del livello dello scontro da parte di Mosca, con conseguenze facilmente prevedibili.

Non si parla, pertanto, di pace, ma unicamente di rapporti di forza e di affari per miliardi di dollari in armamenti. Migliaia di giovani muoiono nelle terre ucraine, nell’indifferenza generale.

Si avverte un clima di profonda instabilità e di fragilità generale. Non vi sono ancoraggi sicuri: si naviga a vista.

Oggi tratteremo argomenti scomodi, alcuni poco conosciuti, nel tentativo, come sempre, di dare voce a tutti.

L’irritazione di Israele nei confronti della Turchia

Dan Diker, presidente del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, tra i maggiori esperti internazionali del fenomeno del terrorismo globale, dopo alcuni giorni di riflessione, ha deciso di scrivere un approfondimento decisamente critico nei confronti di Erdoğan e non certo magnanimo nei confronti di Trump. Desidero proporvelo in alcuni stralci, perché dipinge un quadro fosco, suscettibile di future e accese fibrillazioni tra Gerusalemme e Ankara.

Leggiamo insieme:

I rinnovati attacchi del regime iraniano contro le navi che transitano nello Stretto di Hormuz, che hanno provocato le risposte militari statunitensi contro siti missilistici, droni e postazioni militari costiere iraniane, hanno intensificato le minacce su più fronti per Israele. Gli ultimi attacchi della Repubblica Islamica riflettono una tempistica strategica che rafforza la posizione della Turchia, Paese ospitante del vertice NATO ad Ankara, in un momento di rinnovata ostilità tra il regime iraniano e l’Occidente.

Un membro della NATO spicca come un’incognita preoccupante: la Turchia e il suo presidente neo-ottomano, Recep Tayyip Erdoğan.

Pur essendo formalmente allineata con l’Occidente, le azioni della Turchia riflettono sempre più quelle di una potenza canaglia legittimata dall’Occidente: retorica eliminazionista anti-israeliana, ospitalità delle reti dei Fratelli Musulmani, tra cui Hamas, avventurismo militare e competizione economica che mette da parte Israele e rivaleggia con la Repubblica Islamica. Per molti aspetti, la Turchia si sta posizionando come rivale imperialista sunnita della Repubblica Islamica sciita di Teheran.

Erdoğan è un attore islamista ambizioso che cerca la supremazia regionale a scapito degli interessi occidentali e, ancor più gravemente, della sicurezza e della stabilità israeliana e araba. Il 6 giugno, il ministro degli Interni di Erdoğan, Mustafa Çiftçi, ha dichiarato che, dopo Damasco, Aleppo e il Karabakh, «un giorno vedremo anche la liberazione di Gerusalemme», un’affermazione coerente con la visione di lunga data di Erdoğan di un’influenza turca che si estenda oltre i suoi confini territoriali.

Lo scontro tra Turchia e Israele si inserisce in questo quadro turbolento, personificato da Erdoğan e dal ministro degli Esteri Hakan Fidan. In qualità di capo dell’agenzia di intelligence nazionale turca, il MIT, per oltre un decennio, Fidan ha costruito la spina dorsale operativa del rapporto tra la Turchia e Hamas e ha condiviso informazioni con l’Iran. Il 21 giugno 2026, funzionari della sicurezza israeliana hanno riferito di aver identificato cinque membri di Hamas che dirigevano operazioni in Cisgiordania e in Israele dal territorio turco. Fidan ha inasprito la sua retorica, definendo Israele un «fardello che l’umanità non può più sopportare». Il Ministero degli Esteri turco ha recentemente respinto le accuse israeliane, definendole una «campagna di disinformazione coordinata»; ha accusato Israele di «genocidio a Gaza» e di politiche destabilizzanti, affermando, al contempo, che Ankara cerca «pace, stabilità e prosperità» per la regione.

Netanyahu ha reagito con fermezza, definendo Erdoğan un «dittatore antisemita» che sostiene Hamas, e ha chiesto al presidente Trump di bloccare la vendita di armi alla Turchia e di «tenere a freno» Erdoğan.

L’«effetto Erdoğan» potrebbe aver messo a dura prova i rapporti tra Washington e Gerusalemme. Per il presidente Trump, la Turchia appare come una potenza stabilizzatrice in un Medio Oriente altrimenti caotico: una posizione che ha sottolineato il 7 luglio 2026, al suo arrivo ad Ankara per il vertice NATO, dove ha elogiato Erdoğan, definendolo un «grande leader, una persona molto forte», alla guida di un «grande esercito», e ha affermato di partecipare al vertice principalmente «per via di Erdoğan». Erdoğan schiera il secondo esercito più grande della NATO, una forza armata di un milione di uomini, e ha proiettato potere e, presumibilmente, stabilità in Siria, il tutto evitando la condanna del regime iraniano e, in generale, del mondo arabo, che Israele affronta quotidianamente.

Eppure, la Turchia sta vendendo un’illusione. Ankara sta consolidando il proprio potere alleandosi con gli estremisti islamici, ospitando Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi, collaborando con il Qatar, legato ai Fratelli Musulmani, e sostenendo attori ostili in Somalia, Libia e Sudan, in tutta l’Africa e lungo lo strategico corridoio del Mar Rosso, anziché allearsi con l’Occidente.

La controversia sugli F-35: rischi crescenti nel contesto delle tensioni tra Stati Uniti e Israele.

Le contraddizioni nella politica di difesa statunitense sono evidenti. Parlando al fianco di Erdoğan il 7 luglio, al vertice NATO di Ankara, Trump ha confermato che avrebbe «certamente preso in considerazione» la vendita degli F-35 alla Turchia, definendoli «di gran lunga il miglior aereo», e ha affermato, a proposito delle sanzioni che bloccano la vendita: «Revocheremo le sanzioni… Non vogliamo sanzionare gli amici». Erdoğan ha fatto notare, durante il vertice, che Trump gli aveva promesso la vendita di almeno cinque F-35. Ciò annullerebbe il divieto imposto nel 2019 dopo l’acquisizione, da parte della Turchia, del sistema di difesa aerea russo S-400. I rischi per la sicurezza sono profondi. Il radar dell’S-400 potrebbe raccogliere informazioni cruciali sulla traccia stealth dell’F-35, informazioni che la Russia potrebbe sfruttare o condividere con avversari come l’Iran, particolarmente pericolose alla luce dei recenti attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz.

Qualsiasi ripensamento da parte degli Stati Uniti, tuttavia, si scontra con un rigido limite legale: la Sezione 1245 del NDAA per l’anno fiscale 2020 non conferisce al presidente alcuna autorità di deroga. Richiede una certificazione scritta congiunta dei Segretari di Stato e della Difesa, con 90 giorni di anticipo, che attesti che la Turchia non possiede più gli S-400, un passo che Ankara non ha compiuto e che non mostra alcuna intenzione di compiere.

Concorrenza e ambizioni regionali dell’IMEC

La sfida per la Turchia si estende alla geoeconomia. Il Corridoio India-Medio Oriente-Europa (IMEC) è stato concepito per rafforzare i legami regionali attraverso il porto israeliano di Haifa. La Turchia sta promuovendo alternative – la Strada di Sviluppo Iraq-Turchia e nuove rotte attraverso la Siria post-Assad verso i propri porti mediterranei – cercando di emarginare Israele e posizionandosi come polo sunnita chiave in un panorama iraniano indebolito. Come ha indicato Yoni Ben Menachem del JCFA, Ankara considera Israele un rivale strategico, un elemento destabilizzante della regione, e persegue un’influenza neo-ottomana in Siria e altrove.

La NATO nel XXI secolo: un’istituzione superata?

Il preoccupante comportamento della Turchia solleva interrogativi fondamentali sulla NATO stessa. Come l’ONU, la NATO è una creazione del dopoguerra, poco adatta alle minacce ibride del XXI secolo: reti islamiste, attacchi nella zona grigia, come l’interruzione delle rotte marittime, e la sovversione ideologica.

È opportuno notare che, nel giugno 2026, gli F-16 turchi, schierati a Cipro del Nord, occupata dal 2024, hanno intercettato e disturbato le comunicazioni radio degli aerei che trasportavano i ministri della Difesa di Grecia, Francia e Paesi Bassi, diretti a Nicosia per una riunione dell’UE, in un atto che sembrava voler mettere alla prova la risolutezza occidentale. In un altro atto di confronto diplomatico, la Turchia ha suonato la tradizionale marcia dei giannizzeri ottomani, «Ceddin Deden», durante il ricevimento ufficiale per il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis al vertice NATO di Ankara, una provocazione apparentemente nazionalista che viola il protocollo.

Considerata questa animosità, la NATO sembra aver legittimato il comportamento maligno, persino sovversivo, di un suo membro. Le sue regole, basate sul consenso, danno potere a elementi deviati e fuori controllo. In questo caso senza precedenti, la Turchia mantiene sistemi di difesa aerea russi, occupa Cipro del Nord, alimenta tensioni decennali con la Grecia e ospita gruppi terroristici islamisti e altri estremisti: tutto ciò mina la coesione dell’alleanza e i principi morali e strategici. Coalizioni più flessibili e affidabili, come un asse Israele-Grecia-Cipro-India con partner arabi, potrebbero rivelarsi più efficaci e sicure.

Raccomandazioni politiche

Israele e gli Stati Uniti devono affrontare immediatamente queste minacce, come ha sollecitato Netanyahu. Washington dovrebbe imporre linee rosse sui trasferimenti degli F-35, promuovere l’IMEC e le sue alternative, includendo Israele, denunciare il fatto che la Turchia ospita i Fratelli Musulmani e i suoi storici modelli di persecuzione delle minoranze. La NATO e altre organizzazioni internazionali devono adottare misure punitive laddove necessario e Washington dovrebbe rafforzare i quadri «minilaterali» che aggirano il problematico meccanismo di consenso della NATO.

La Turchia ha da tempo il potenziale per essere un leader e un fattore di stabilizzazione regionale, come dimostrato sotto il precedente governo kemalista e nel suo ruolo storico di democrazia a maggioranza musulmana, esempio di separazione tra religione e Stato. Ma il suo percorso attuale – che sfrutta le rimostranze regionali, si allea con gli estremisti islamici e minaccia l’alleato più affidabile dell’Occidente, entrando in competizione con gli interessi occidentali condivisi – non giova a nessuno. Come ha avvertito il JCFA, ignorare le ambizioni di Ankara non fa che alimentare una maggiore instabilità. Un realismo lucido e un’azione decisa sono essenziali prima che un’alleanza obsoleta possa generare proprio il caos che avrebbe dovuto prevenire.

https://jcfa.org/the-turkish-octopus-erdogans-imperial-ambitions-the-muslim-brotherhood-terror-network-and-the-crisis-of-nato-legitimacy/

La Russia non si fida più della dichiarata disponibilità al negoziato dell’Occidente

La Russia non ha più fiducia nella volontà dell’Occidente di raggiungere una soluzione negoziata sulla questione ucraina, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, nel corso di una conferenza stampa a Maputo, dopo i colloqui con la sua omologa mozambicana, Maria Manuela Dos Santos Lucas.

In particolare, Lavrov ha dichiarato:

«La Russia apprezza il sostegno del Mozambico alle nostre proposte per lo sviluppo della cooperazione con la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC), che sono state sottoposte all’attenzione dell’organizzazione.

Abbiamo discusso anche di altre questioni relative all’Africa, tra cui la situazione nella regione del Sahara-Sahel, il conflitto tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda e altri punti critici di crisi. Sosteniamo la necessità di risolverli attraverso negoziati, contrastando al contempo le minacce terroristiche, che purtroppo sono ancora presenti in Africa. Inoltre, di recente, mercenari ucraini sono stati ampiamente coinvolti in queste operazioni terroristiche.

Abbiamo delineato le nostre valutazioni sugli attuali sviluppi relativi all’Ucraina, comprese le azioni dell’Occidente che, pur fingendo di essere pronto al dialogo, ora, come annunciato dagli europei, è passato a lanciare veri e propri ultimatum alla Federazione Russa.

L’Occidente continua, ipocritamente, a invocare una soluzione negoziata. Accordi negoziati, sotto le sue garanzie, sono stati raggiunti nel 2014, nel 2015 e nel 2019. In tutti questi casi, i garanti occidentali hanno violato le proprie garanzie, che si sono rivelate invalide. Allo stesso modo, nel 2022, è stato raggiunto un accordo negoziato tra Russia e Ucraina. È stato apertamente e pubblicamente minato dallo stesso Occidente. Non crederemo più all’Occidente quando afferma di volere soluzioni negoziate. Abbiamo esaurito la nostra buona volontà e la nostra speranza.

Nel suo discorso al Ministero degli Esteri, il presidente Vladimir Putin ha chiarito che continueremo a lavorare per raggiungere gli obiettivi che erano stati fissati nel giugno 2024.»

Abbiamo ribadito la nostra gratitudine ai nostri amici mozambicani per la loro comprensione delle cause profonde del conflitto e per la posizione equilibrata, fondata e responsabile che mantengono in seno alle Nazioni Unite su tali questioni, in quanto non appoggiano i tentativi dell’Occidente di “ucrainizzare” praticamente l’intera agenda dell’Organizzazione.

Condividiamo una posizione comune riguardo agli sviluppi relativi all’Iran, allo Stretto di Hormuz e, più in generale, al Golfo Persico. Riteniamo che questo conflitto debba giungere a una conclusione. La sua risoluzione può avvenire solo attraverso un accordo che tenga conto degli interessi di tutte le parti coinvolte, non solo dell’Iran, dei suoi vicini e degli Stati Uniti, ma anche di tutti i Paesi che, in un modo o nell’altro, risentono dell’attuale situazione dell’economia globale.

La situazione relativa alla Palestina si sta evolvendo in modo estremamente negativo (e anche su questo punto condividiamo la stessa opinione). Le prospettive per la creazione di uno Stato di Palestina e per una soluzione a due Stati, con Palestina e Israele che coesistono in pace e stabilità, vengono compromesse sotto i nostri occhi, anche a causa dell’indifferenza dell’Occidente nei confronti delle soluzioni negoziate adottate dalle Nazioni Unite, che ora vengono di fatto apertamente tradite. Siamo grati al Presidente Daniel Francisco Chapo per aver accettato l’invito del Presidente Putin a partecipare al terzo Vertice Russia-Africa, che si terrà a Mosca alla fine di ottobre. Continueremo il dialogo con i nostri amici mozambicani a margine di questo evento.»

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2125366/

https://tass.com/politics/2158385

https://www.news.ro/externe/lavrov-rusia-nu-mai-are-incredere-in-disponibilitatea-declarata-a-occidentului-de-a-negocia-privind-ucraina-1922405110462026070522511928

https://ua.news-pravda.com/en/russia/2026/07/09/105770.html

Il governo ucraino cerca di minimizzare le dimostrazioni a Leopoli contro gli arruolamenti forzati

A Leopoli, l’8 luglio u.s., abbiamo assistito a nuove manifestazioni contro il personale addetto al reclutamento militare e contro la polizia. Non si tratta certamente di un episodio isolato; semplicemente, questo evento ha raggiunto una maggiore visibilità nei media europei. Il governo di Kiev appare preoccupato, temendo un’escalation.

Yurii Honcharenko, presidente dell’Ukrainian Security Club, ha dichiarato al Kyiv Independent che lo scontro potrebbe indicare che la lunga crisi della mobilitazione in Ucraina sta iniziando a trasformarsi, da problema politico e sociale, in una minaccia alla sicurezza nazionale. Secondo i media ucraini, l’incidente ha dato il via a indagini da parte della Polizia Nazionale e del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU), che stanno inoltre esaminando l’aggressione ai danni di un agente di polizia.

In merito, il presidente Volodymyr Zelensky si è limitato ad affermare: «Ci stiamo ponendo molte domande su Leopoli, sulla situazione generale, sull’attacco ai militari del TCC (Territorial Center of Recruitment and Social Support). A mio parere, questa situazione è molto grave. E l’atteggiamento nei confronti delle persone in uniforme militare è pessimo».

Il Ministero della Difesa ucraino ha definito l’attacco contro i militari «inaccettabile» e ha esortato le forze dell’ordine a identificare e perseguire i responsabili. «L’unica parte che trae vantaggio da situazioni del genere è il nemico. I discorsi d’odio diretti contro le nostre forze armate avranno conseguenze irreparabili. La mobilitazione è una componente necessaria della difesa dell’Ucraina. I suoi metodi necessitano di miglioramenti e questo processo è in corso», ha affermato il ministero.

Anche il capo dell’ufficio del presidente, Kyrylo Budanov, ha commentato l’attacco: «Se oggi strappi i vestiti e picchi un soldato del tuo stesso esercito, pensa a chi ti proteggerà domani da un esercito nemico che ti picchierà e ti strapperà i vestiti allo stesso modo».

Il sindaco di Leopoli, Andriy Sadovyi, ha definito l’incidente «molto grave» e ha affermato che i responsabili della violazione della legge devono essere chiamati a risponderne. Ha inoltre sottolineato che 58.000 residenti di Leopoli sono attualmente impegnati al fronte e che la città destina una parte consistente del proprio bilancio al sostegno delle Forze Armate ucraine. «Il comportamento vergognoso di un gruppo di persone non può distruggere la reputazione della comunità, ma ha gettato un’ombra su di essa», ha affermato.

In tale contesto, molto poco conosciuto nell’Europa occidentale, il Kyiv Independent, nel maggio u.s., aveva deciso di elaborare un’inchiesta dettagliata sul crescente «fenomeno antagonista», nella quale si afferma che le aggressioni ai danni degli ufficiali addetti al reclutamento, molti dei quali sono ex soldati di prima linea riassegnati a compiti di reclutamento dopo essere stati feriti in combattimento, sono aumentate vertiginosamente: da cinque casi nel 2022 a 341 nel 2025. Secondo i dati della polizia, nei soli primi quattro mesi del 2026 sono stati registrati 118 episodi di questo tipo.

Sempre secondo la stampa ucraina, la negativa percezione pubblica degli uffici di reclutamento è stata determinata dal deterioramento della loro immagine negli ultimi anni. Queste preoccupazioni includono una serie di scandali di corruzione nelle filiali regionali, casi di falsificazione di documenti, come referti medici contraffatti, nonché accuse di detenzioni illegali e violente di reclute e segnalazioni di pestaggi nei centri di reclutamento.

I social media, affermano sempre i media ucraini, sono stati inondati di video che presumibilmente mostrano civili prelevati dalle strade contro la loro volontà, spesso con violenza. Sebbene gli ufficiali addetti al reclutamento siano autorizzati a usare le loro armi di servizio quando la loro vita è in pericolo, nella pratica spesso non sono in grado di difendersi. Di conseguenza, l’Ucraina si trova in una situazione difficile: non può permettersi di rallentare il ritmo della mobilitazione, eppure coloro che la stanno attuando sono diventati tra i più detestati dall’opinione pubblica e ora corrono rischi mortali nelle retrovie.

Secondo l’Ufficio del Difensore civico ucraino, le denunce relative all’operato degli uffici di reclutamento sono aumentate vertiginosamente dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala. Mentre nel 2022 erano state registrate solo 18 denunce, il numero è salito a 6.127 nel 2025. Nel solo primo trimestre del 2026, le autorità hanno registrato 1.657 denunce.

Non ci dobbiamo stupire. La guerra trascina sempre con sé queste realtà tragiche. Leggendo da anni questi resoconti, mi sono ricordato di episodi simili in ogni guerra che ho studiato e/o vissuto, dai grandi conflitti mondiali a quelli dimenticati nelle lontane terre africane.

Ovviamente, come accade in tutti i conflitti, i governi cercano di minimizzare e accusano il nemico di fare propaganda. La realtà appare decisamente meno gloriosa di quella che ci viene raccontata. È guerra: è brutale, orribile in tutte le sue versioni.

https://kyivindependent.com/ukraines-tricky-mobilization-problem/

https://kyivindependent.com/how-a-street-check-in-lviv-became-a-warning-sign-for-ukraines-mobilization-system/

L’eurodeputata polacca Ewa Zajączkowska-Hernik accusa l’Ucraina. Bruxelles minimizza, le cancellerie occidentali tacciono

I media di Varsavia stanno dando grande risalto alle dichiarazioni espresse dall’eurodeputata polacca Ewa Zajączkowska-Hernik durante il suo recente intervento al Parlamento europeo. La Zajączkowska-Hernik ha strappato la bandiera rossa e nera dei nazionalisti ucraini, dichiarando: «Oggi Zelensky nomina un’unità militare “Eroi dell’UPA”, costruisce un pantheon di Stato e annuncia che l’Ucraina sceglierà i propri eroi. È un peccato che li scelga tra i nazisti».

La deputata ha dichiarato inoltre che, in una situazione simile, la Germania non si sarebbe trovata nell’UE se avesse onorato i criminali della Seconda Guerra Mondiale. «Li definireste neonazisti, e giustamente. Non c’è alcuna differenza morale tra onorare le SS e onorare l’UPA. Lo stesso culto del potere, lo stesso odio etnico», ha dichiarato. «La marcia dell’Ucraina verso l’UE con il genocidio sulla sua bandiera è una vergogna. Noi polacchi non avremmo mai dovuto acconsentire all’adesione dell’Ucraina all’UE. Abbasso il nazismo di Bandera».

Nella giornata del 9 luglio u.s., la stessa deputata polacca è nuovamente intervenuta sull’Ucraina tramite X, affermando: «Ho appena appreso che, dopo il mio discorso al Parlamento europeo, in cui ho condannato i responsabili del genocidio dell’UPA, mi sono imbattuta nel sito web Myrotvorets, una lista di “nemici dell’Ucraina” gestita dai servizi segreti ucraini».

Ufficialmente, il team dietro il sito web Myrotvorets, fondato dal politico e attivista ucraino Georgiy Tuka, rimane anonimo. Nel 2022, lo stesso Tuka negò che il progetto fosse sotto la giurisdizione del Servizio di sicurezza ucraino, che sei anni prima aveva stabilito che le attività del sito web non violavano la legge ucraina.

Secondo la politica polacca, «è molto interessante che la parte ucraina tenga una lista di patrioti polacchi da eliminare». «Se qualcuno viene inserito lì per aver condannato i brutali omicidi di polacchi innocenti da parte delle unità dell’UPA ucraina, allora questo dimostra quali siano le loro motivazioni e quali valori stiano difendendo», ha affermato.

Ricordiamo ai pochi distratti del WEB che i massacri noti come «tragedia della Volinia e della Galizia orientale» si riferiscono alle operazioni di «pulizia etnica» perpetrate dall’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) tra il 1943 e il 1945 contro la minoranza polacca nella Polonia occupata, che causarono la morte di circa 100 mila polacchi. Le formazioni UPA ucraine si schierarono con i nazisti nella campagna tedesca contro l’Unione Sovietica, collaborando con le SS nella deportazione di ebrei ucraini nei campi di sterminio nazisti.

In Polonia, i massacri sono considerati un genocidio, con commemorazioni ufficiali e riconoscimenti parlamentari, mentre in Ucraina la narrazione dominante storicizza le unità UPA come combattenti per la libertà nazionale e le «violenze di Volinia e della Galizia orientale» vengono, in alcuni casi, negate o minimizzate.

In ambito internazionale, i massacri di Volinia sono studiati come esempio di conflitto etnico, pulizia etnica e guerra civile.

https://wydarzenia.interia.pl/kraj/news-polska-europoslanka-na-liscie-wrogow-ukrainy-dlaczego-msz-ni,nId,23511890

https://wiadomosci.wp.pl/podarla-flage-upa-w-europarlamencie-nie-powinnismy-sie-zgodzic-7305234978883936a

https://x.com/wiihol/status/2075262080505016513

https://wydarzenia.interia.pl/tagi-relacje-polsko-ukrainskie,tId,445863

La Bulgaria decide di sospendere il sostegno militare a Kiev

I media ucraini, con particolare riferimento a Ukrainska Pravda, hanno recentemente evidenziato le dichiarazioni rilasciate dal primo ministro bulgaro Rumen Radev al suo arrivo al vertice NATO di Ankara. In particolare, Radev ha dichiarato che Sofia non è più in grado di trasferire armi e munizioni dai suoi depositi all’Ucraina, ma è disposta a fornire unicamente assistenza per la riparazione delle attrezzature militari.

«Abbiamo esaurito le nostre capacità di supporto militare, intendo armi e munizioni provenienti dalle scorte militari bulgare. Abbiamo già fornito 13 pacchetti di aiuti e non abbiamo più nulla da inviare in Ucraina. Quello che possiamo ancora offrire è supporto tecnico-militare. Possiamo garantire che le attrezzature militari vengano riparate in Bulgaria. Questo è il nostro supporto».

In realtà, come afferma Alessandro Olech, noto esperto di questioni militari su Defence24, la decisione della Bulgaria di interrompere le nuove forniture di armi all’Ucraina non rappresenta soltanto un cambiamento nella politica di Sofia. È un ulteriore segnale di allarme per Kiev e per l’Europa.

Il nuovo governo bulgaro vuole separare il proprio riarmo dal sostegno militare diretto all’Ucraina. Il neoministro della Difesa bulgaro, Dimitar Stoyanov, il 9 giugno u.s., ha annunciato che Sofia non intende fornire ulteriori aiuti militari a Kiev. Ha sostenuto che l’Ucraina ora ha bisogno di più uomini che di armi e ha invitato Mosca e Kiev a riprendere i negoziati alla ricerca di una «pace giusta».

Questa dichiarazione è significativa perché sposta il dibattito dal sostegno alla resistenza militare ucraina all’idea che la guerra debba ora essere conclusa principalmente attraverso la diplomazia. La decisione giunge dopo la formazione di un nuovo governo bulgaro guidato da Rumen Radev, la cui linea politica è stata spesso descritta come cauta nei confronti della Russia e scettica riguardo a una continua escalation militare.

Allo stesso tempo, la Bulgaria rimane membro sia della NATO sia dell’Unione Europea. È proprio per questo che la decisione ha rilevanza anche al di fuori della Bulgaria stessa. Non proviene dall’esterno del sistema occidentale, ma dall’interno di esso.

La Bulgaria riveste un ruolo nell’industria della difesa ben più rilevante di quanto le sue dimensioni potrebbero suggerire. Fin dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, le munizioni e le armi bulgare sono state importanti per l’Ucraina, soprattutto perché Sofia possiede una capacità industriale nella produzione di calibri di tipo sovietico, tuttora ampiamente utilizzati dalle forze armate ucraine. Munizioni per artiglieria, munizioni di calibro sovietico, armi anticarro, veicoli blindati, equipaggiamento per l’artiglieria e forniture per la difesa aerea hanno reso la Bulgaria un fornitore rilevante per Kiev.

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/07/08/8042978/

https://defence24.com/geopolitics/bulgaria-steps-back-from-helping-ukraine

La Cina ha esortato Putin a non usare armi nucleari in Ucraina

Con questo titolo, il noto think tank Politico, il 10 luglio, apre la pagina di politica estera, affermando sostanzialmente che il presidente ucraino avrebbe appreso dell’intervento di Pechino dai leader europei presenti al vertice NATO di Ankara.

Zelensky, parlando ai giornalisti il decorso 9 luglio, avrebbe dichiarato: «Credo che abbiate sentito voci simili nei media russi. E mi sembra che questa sia stata la prima volta che la Cina… ha risposto direttamente, in una sorta di ultimatum, affermando che non si può nemmeno pensare di usare armi nucleari».

Il presidente ucraino ha dichiarato di aver appreso dell’intervento di Pechino dai leader europei al vertice NATO di Ankara, dove si è discusso del ruolo della Cina nel porre fine alla guerra in Ucraina. Zelenskyy ha aggiunto di aver affrontato l’argomento anche con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ma di preferire mantenere riservato il contenuto di tale conversazione.

Non sappiamo se queste dichiarazioni siano, da parte di Zelenskyy, frutto di una strategia concordata o di un’incredibile leggerezza; in ogni caso, testimoniano il clima di incertezza, usando un eufemismo, nel quale stiamo vivendo.

https://www.politico.eu/article/volodymyr-zelenskyy-china-urged-vladimir-putin-not-use-nuclear-weapons-in-ukraine/

Conclusione

Vi lascio con la celebre riflessione di Giuseppe Ungaretti sulla guerra:

«L’uomo, nella guerra, manifestava i suoi peggiori istinti, anche se quella guerra, anche se c’eravamo entrati, anche se l’avevamo voluta, ci sembrava che fosse l’ultima guerra, che fosse la guerra per liberare l’uomo dalla guerra. La guerra non libera mai l’uomo dalla guerra. La guerra è e rimarrà l’atto più bestiale dell’uomo».

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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