22 maggio 2026 – ore 06:30 – Il mondo si sta ridisegnando lungo nuove rotte commerciali, energetiche e strategiche mentre l’Italia continua spesso a discutere di questioni marginali, convinta che la storia sia un fenomeno che riguardi sempre gli altri. Poi, all’improvviso, il Mediterraneo torna al centro della partita globale e Roma scopre che la geografia, a differenza dei governi, non cambia. Il corridoio IMEC — India, Medio Oriente, Europa — non è l’ennesimo giocattolo lessicale della diplomazia internazionale. È una sfida diretta alla Via della Seta cinese. È il tentativo occidentale di costruire un asse economico alternativo capace di collegare produzione industriale, energia, porti, dati, commercio e sicurezza. Tradotto: potere. Chi domina le infrastrutture domina il secolo. Venezia lo aveva capito quando l’Europa viveva ancora nel fango. Londra lo comprese con gli oceani. Washington con l’Atlantico. Oggi il nuovo baricentro passa tra India, Golfo Persico e Mediterraneo. E l’Italia, quasi incredibilmente, torna utile. Incredibilmente perché per trent’anni questo Paese ha coltivato con disciplina il proprio declino strategico. Ha smesso di considerarsi una potenza mediterranea e si è ridotto a una piattaforma turistica dell’Europa, convinto che bastassero il Made in Italy, qualche sfilata e due mostre rinascimentali per mantenere peso internazionale. Nel frattempo altri costruivano porti, corridoi ferroviari, reti energetiche e alleanze militari. Adesso però qualcosa si muove. E bisogna riconoscere che Giorgia Meloni, al netto delle inevitabili liturgie propagandistiche della politica contemporanea, questa partita l’ha intuita meglio di molti leader europei. Ha capito che il Mediterraneo non è più una periferia romantica buona per le crociere estive. È tornato a essere una frontiera geopolitica. E chi controlla quella frontiera controllerà una parte decisiva del commercio mondiale.
Per questo il rapporto con Narendra Modi non è folklore diplomatico né semplice cooperazione commerciale. L’India è il punto di partenza della nuova catena strategica globale. L’Italia punta a diventarne il terminale europeo più rilevante insieme alla Grecia. In mezzo scorrono porti, energia, tecnologia, fibra ottica, idrogeno e sicurezza marittima. E naturalmente guerre. Perché mentre l’Europa continua a raccontarsi favole giuridiche e pacifismi ornamentali, la realtà resta brutale. I proxy iraniani — Hezbollah, Hamas, Houthi — non rappresentano soltanto un problema militare o terroristico. Sono anche un ostacolo strategico a un gigantesco progetto economico occidentale. Destabilizzare Israele, incendiare il Mar Rosso, minacciare le rotte navali significa interrompere la costruzione del nuovo corridoio globale. Dietro ogni conflitto moderno passano sempre petrolio, commercio e infrastrutture. Le ideologie vengono dopo. Meloni questo lo ha compreso. E infatti si muove dentro una rete che comprende Grecia, Golfo, Stati Uniti, India e ambienti strategici atlantici. Navarino non è stato un semplice summit: è stato un messaggio politico. L’Italia vuole tornare a sedersi nel luogo dove si decide la circolazione delle merci e dell’energia nel XXI secolo. Naturalmente conviene mantenere il senso della misura. L’Italia non è diventata improvvisamente una superpotenza mediterranea. Un forum internazionale e qualche fotografia con Modi non bastano a cambiare gli equilibri globali. Però, dopo anni di irrilevanza diplomatica mascherata da prudenza europeista, almeno emerge una linea strategica riconoscibile. Ed è già molto.
Ancora più interessante è il retroscena del potere che accompagna questa operazione: fondi sovrani del Golfo, think tank americani, oligarchie economiche greche, grandi gruppi mediatici, reti finanziarie e infrastrutturali. Non è più la geopolitica del Novecento fatta soltanto di ambasciate e Stati nazionali. È una geopolitica ibrida, dove informazione, energia, logistica e capitale si muovono insieme. Chi pensa che il controllo di un porto riguardi soltanto le navi non ha capito nulla del mondo contemporaneo. L’Italia conserva ancora un vantaggio che decenni di mediocrità politica non sono riusciti a cancellare: la posizione geografica. Trieste, Genova, Gioia Tauro e Taranto restano porte naturali del Mediterraneo europeo. La geografia continua ostinatamente a offrirci un ruolo storico. Il problema, semmai, è capire se siamo ancora capaci di interpretarlo. Per troppo tempo abbiamo vissuto come un Paese convinto che il mare fosse soltanto uno sfondo turistico. Adesso il mare torna a essere potere. E chi arriva tardi rischia di restare soltanto una cartolina. E dentro questa partita Trieste non è una comparsa periferica, ma uno dei possibili snodi strategici del nuovo asse indo-mediterraneo. La città giuliana possiede ciò che oggi conta davvero: un porto naturale, collegamenti ferroviari verso il cuore dell’Europa centrale e una collocazione geografica che nessuna crisi industriale e nessuna miopia politica sono riuscite a cancellare. Trieste può diventare il terminale settentrionale di un corridoio destinato a ridisegnare traffici commerciali, catene logistiche e rapporti di forza economici tra Asia, Golfo ed Europa. Ma il tempo delle rendite di posizione è finito: la geografia offre opportunità, non garanzie. Se Trieste vorrà davvero essere la porta europea dell’IMEC dovrà smettere di pensarsi come una città di confine e tornare a ragionare da capitale marittima.
L’editoriale è di Francesco Viviani


