27 aprile 2026 – ore 15:00 – Mentre continua l’attesa di possibili sviluppi del “confronto” tra Iran e Stati Uniti e la stampa internazionale commenta e si interroga sull’attentato al Presidente americano, nuove ombre sui rapporti tra Stati Uniti ed Europa sembrano profilarsi all’orizzonte, in un quadro generale caratterizzato da diffusa incertezza sui mercati e da un silenzio assordante sul conflitto in Ucraina. Dalle ultime dichiarazioni di autorevoli esponenti di questa Amministrazione Trump appare chiaramente non solo la volontà americana di non sostenere più il conflitto in Ucraina, ma anche il marcato disinteresse statunitense per l’intero quadrante europeo in termini più generali, perché ritenuto da tempo non più prioritario. Merita ricordare, infatti, che dalla lettura dei documenti strategici statunitensi appare evidente che il quadrante Asia-Pacifico rappresenti per Washington la prioritaria prossima sfida geostrategica globale.
In tale cornice, parlando del conflitto in Ucraina, merita evidenziare che la carenza di scorte in termini di munizionamento e armamento, denunciata recentemente da Elbridge Colby, principale consigliere politico del Pentagono a seguito del conflitto in Iran, fa ritenere probabile l’impossibilità per l’Europa, almeno nel breve-medio periodo, di poter continuare ad acquistare armamento americano da inviare successivamente all’Ucraina.
In merito, il noto professore John Mearsheimer, influente esperto di politiche internazionali, statunitense e professore all’Università di Chicago, ha recentemente denunciato questa situazione in diverse interviste ai media americani, evidenziando di fatto:
- la profonda crisi strutturale nel comparto Difesa esistente tra Europa e Stati Uniti;
- la volontà americana di sganciarsi definitivamente dal conflitto russo-ucraino, non opponendosi, tuttavia, alla volontà di alcuni Paesi del Vecchio Continente di continuare, per procura, sine die, il conflitto contro la Russia.
In tale complesso scenario, questa situazione sembra evidenziare un chiaro e sottile paradosso. Gli Stati Uniti, che, ricordiamolo, attraverso l’amministrazione Biden avevano certamente favorito, unitamente ad alcuni Paesi del continente europeo, ben prima dello scoppio del conflitto, le condizioni politiche, sociali e diplomatiche favorevoli all’esplosione della folle reazione russa in Ucraina, ora non vogliono più occuparsene. Allora ci sembra doveroso chiederci: forse gli americani hanno già raggiunto il loro scopo strategico in Ucraina?
Secondo molti analisti, tra cui anche il sottoscritto, si ritiene che, se l’obiettivo strategico statunitense era quello di determinare in pochi anni:
- l’indebolimento strutturale del continente europeo, con particolare riferimento alla Germania;
- l’impossibilità della creazione di un possibile asse strategico tra Europa e Russia in termini economici, industriali ed energetici;
senza dubbio Washington ha pienamente raggiunto i suoi obiettivi, anche con largo anticipo. Merita ricordare che questi concetti e queste “ardite” traiettorie di pensiero strategico erano state espresse molti anni or sono da numerosi analisti internazionali e anche da alcuni analisti italiani, ovviamente messi immediatamente all’indice o ignorati, tra cui Giulietto Chiesa, deceduto nel 2020, e il professore universitario Salvatore Minolfi, che, in un libro “Le origini della guerra russo-ucraina”, pubblicato nel 2023, raccontava con dovizia di documentazione come l’invasione russa dell’Ucraina avesse dato il via a un terribile conflitto che minacciava di scatenare una pericolosa evoluzione nei rapporti tra USA, Russia e Cina.
In particolare, Minolfi affermava che l’Ucraina era diventata il catalizzatore di un confronto caratterizzato dall’opposizione russa alle politiche dell’unipolarismo americano, sostenute e incoraggiate invece dalla “nuova Europa”. La costellazione di Paesi dell’ex sfera di influenza sovietica, ora membri della UE e della NATO, condivideva con quell’amministrazione americana l’obiettivo di disarticolare le relazioni russo-tedesche, trasformando profondamente gli equilibri geopolitici del Vecchio Continente. Non si tratta, dichiarava sempre Minolfi, tuttavia, di una riedizione della vecchia Guerra fredda: malgrado la riproposizione di schemi ideologici e valoriali, come l’opposizione tra democrazia e autocrazia, il nuovo conflitto appare caratterizzato da processi di diffusione del potere su scala mondiale e dall’emergere di un’ampia ed eterogenea contestazione del predominio americano, sullo sfondo di una crisi economica e sociale che attraversa il mondo del capitalismo occidentale.
Ragionando in termini strategici, ho da sempre ritenuto che Washington, a prescindere da chi sia al potere, abbia sempre manifestato la volontà di giungere a questi stravolgimenti geopolitici attraverso il ricorso al conflitto. In altri termini, favorire lo scontro con la Russia, sotto il profilo strategico americano, avrebbe infatti determinato un indebolimento sia della Russia sia dell’Europa per diversi decenni. Scatenare un nuovo conflitto in Medio Oriente sembra seguire questo disegno strategico, allargandolo. Ossia, indebolire e ridisegnare gli equilibri nell’intero Medio Oriente (Siria, Iraq e Iran), per rendere difficile l’approvvigionamento energetico per Cina, India ed Europa.
In sintesi: ridisegnare gli equilibri geopolitici globali per rafforzare o mantenere il predominio statunitense nel mondo.
Conclusione
La pace non è soltanto
il contrario della guerra:
la pace è di più.
La pace è la legge della vita umana.
La pace è quando noi agiamo
in modo giusto,
è quando tra ogni singolo essere umano
regna la giustizia.
Nohawh – nativi indiani Haudenosaunee
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


