Ankara contro Gerusalemme: la sfida turca per riscrivere gli equilibri del Medio Oriente

24 aprile 2026 – ore 13:30 – Premessa – Mentre siamo in attesa degli sviluppi del “confronto” tra Iran e Stati Uniti, nuovi tizzoni ardenti sembrano emergere dalle ceneri, proiettandoci verso una nuova crisi in Medio Oriente, quella tra Gerusalemme ed Ankara. In tale cornice, cercheremo inizialmente di definire il concetto di media potenza e, successivamente, di analizzare le principali criticità esistenti tra Turchia e Israele. Lo faremo avvalendoci di esperti turchi e israeliani, perché attraverso le loro visioni entreremo meglio nelle logiche mediorientali, spesso divergenti da quelle occidentali.

Il concetto di potenza di medio livello
Gli analisti internazionali non dispongono di una definizione condivisa del concetto di media potenza e asseriscono che i normali parametri di riferimento politico e sociologico, quali popolazione, forza economica e potenza militare, non possono sostenere una tipologia così variabile nel tempo. Tuttavia, i maggiori istituti di geopolitica sono soliti affermare che le cosiddette medie potenze sono caratterizzate frequentemente da scelte selettive, mediante partenariati strutturati su tematiche specifiche che determinano spesso scelte politiche non sempre lineari nel tempo. Recentemente, il primo ministro canadese Mark Carney ha affermato che le medie potenze vedono il mondo com’è, non come vorrebbero che fosse: creano diverse coalizioni per diverse questioni e collaborano con partner che condividono sufficienti punti in comune per agire insieme.
Mi sembra una definizione decisamente pertinente, che investe la Turchia e l’Iran da una parte e, per molti versi, anche Israele.

Analogie tra Ankara e Teheran e le criticità potenziali di un collasso dell’Iran
Sicuramente la Turchia e l’Iran non sono solo due dei Paesi più estesi del Medio Oriente, ma rappresentano Stati tra i più antichi della macroregione, le cui storie, culture, demografia, lingue e traiettorie politiche si sono intrecciate per molti secoli. Merita ricordare che stiamo parlando di due imperi, quello persiano e quello ottomano, e questa comune e radicata consapevolezza consente loro di affrontare il delicato rapporto con Stati Uniti e Israele non certo da una posizione psicologica di inferiorità.
Numerosi analisti turchi, tra cui Taha Ozhan, noto accademico e scrittore, hanno recentemente affermato che il conflitto contro l’Iran, scatenato da Stati Uniti e Israele, rischia di causare un’ulteriore frammentazione del già martoriato Medio Oriente.

In particolare, un possibile futuro collasso dell’Iran potrebbe determinare conseguenze indesiderate e simili a quelle scaturite dall’invasione dell’Iraq del 2003. Allora, la rimozione di un regime scatenò una frammentazione etnica e settaria che si espanse in breve tempo in tutta la regione. Un Iran gravemente indebolito potrebbe altresì innescare dinamiche destabilizzanti ma inserite, a differenza di quanto avvenne nel 2003, in un contesto regionale decisamente più instabile. Inoltre, sempre in ottica turca, non si esclude la possibilità che Washington possa consentire a Israele ulteriori annessioni in territorio libanese e che Gerusalemme possa sfruttare la situazione, accelerando il proprio controllo sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza, mantenendo al contempo la propria presenza militare in Libano e Siria.

Per la Turchia, le implicazioni di un indebolimento dell’Iran sarebbero immediate e concrete. In primo luogo, afferma Ozhan, assisteremmo verosimilmente a un innalzamento dell’instabilità in Iraq e Siria, che avrebbe un impatto diretto sulla sicurezza e sul commercio turco. Nessun altro attore regionale è altrettanto esposto, sia economicamente sia geograficamente, agli sviluppi in quei teatri operativi. La sicurezza delle frontiere, i flussi di rifugiati e la militanza transfrontaliera richiederebbero un’attenzione costante. In secondo luogo, le possibili future annessioni israeliane trasformerebbero l’intero panorama giuridico e strategico della regione, minando inevitabilmente le prospettive di soluzioni diplomatiche. In terzo luogo, un Iran indebolito potrebbe nuovamente creare condizioni favorevoli al terrorismo transnazionale.

Ricordiamoci che, in tutti i periodi caratterizzati da frammentazione regionale e da vuoti di potere, le reti terroristiche hanno sempre prosperato e la riemersione di tali dinamiche rappresenterebbe un rischio oggettivo non solo per la Turchia, ma per l’intera regione e anche per l’Europa.

In quarto luogo, riprende Ozhan, le relazioni turco-americane potrebbero entrare in un nuovo periodo di tensione. Dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, i disaccordi su Iraq, Siria e Israele hanno generato una duratura sfiducia. In uno scenario futuro caratterizzato dall’espansione territoriale israeliana e dal riallineamento regionale, Ankara e Washington potrebbero ritrovarsi nuovamente in disaccordo, soprattutto se la politica statunitense venisse percepita come un fattore di destabilizzazione regionale.

Infine, le prospettive geopolitiche contrastanti tra la Turchia e gli Stati del Golfo potrebbero irrigidirsi fino a sfociare in una divergenza strutturale. Ankara ritiene che la stabilità regionale richieda un equilibrio tra i principali attori. Un quadro regionale incentrato esclusivamente sul primato israeliano difficilmente si allineerà con gli interessi strategici turchi. In questo contesto, oltre al Qatar, alleato naturale della Turchia, la strada che sceglierà l’Arabia Saudita sarà decisiva.

Nel complesso, secondo Ankara, l’indebolimento dell’Iran non porterebbe automaticamente a un nuovo equilibrio, ma potrebbe causare un pericoloso vuoto di potere in cui attori più assertivi potrebbero espandere la propria influenza.

La Turchia, pertanto, si presenta in questo momento come l’attore statale più capace della regione: vanta una solida esperienza militare ed è impegnata diplomaticamente su più fronti. Ma la sola capacità non garantisce la stabilità. Ankara deve perseguire una strategia assertiva, non volta al dominio, bensì all’equilibrio: prevenire l’espansionismo territoriale, limitare le guerre per procura e rafforzare la sovranità statale laddove possibile.

La lezione fondamentale degli ultimi due decenni è chiara. Eliminare o indebolire una grande potenza regionale, afferma sempre Ozhan, non elimina la competizione, ma la ridistribuisce. Se l’Iran si frammenta o si trasforma in uno Stato fallito, il Medio Oriente non diventerà meno conteso; anzi, lo diventerà di più.

La stabilità regionale nei prossimi anni dipenderà dalla capacità di costruire un nuovo equilibrio, in grado di frenare l’espansionismo e ridurre gli schieramenti a somma zero. In caso contrario, la regione rischia di entrare in un altro prolungato ciclo di confronto.

In questo nuovo ordine emergente, sempre secondo la visione degli analisti turchi, Ankara non sarà una spettatrice passiva. Ha la possibilità di essere un fattore decisivo. Il fatto che il Medio Oriente si muova verso la stabilizzazione o verso una rinnovata frammentazione dipenderà in larga misura da come la Turchia sceglierà di esercitare la propria influenza.

Il confronto tra Israele e Turchia, visto da Gerusalemme
Sinan Ciddi, esperto israeliano per le questioni turche presso la Foundation for Defense of Democracies (FDD), in un recente e aspro editoriale ha dichiarato che Ankara sta oltrepassando un ulteriore limite nel suo confronto in costante escalation con Israele. L’incriminazione da parte di un tribunale di Istanbul del primo ministro Benjamin Netanyahu e di altri 34 funzionari israeliani, con una pena detentiva fino a 4.596 anni, non è sembrata certamente una manovra legale basata sul buon senso, bensì una mera mossa politica. Le accuse includono “genocidio” e “crimini contro l’umanità”. Queste azioni politiche di Ankara si inseriscono perfettamente in un quadro più ampio: la Turchia, sotto la presidenza di Recep Tayyip Erdogan, sta inasprendo le tensioni con Israele in modi che rischiano di sfociare in un conflitto armato.

Sempre Ciddi afferma che le radici dell’ostilità di Ankara nei confronti di Gerusalemme non sono nuove e risalgono al 2008, quando Erdogan iniziò a smantellare sistematicamente la solida partnership che un tempo legava la Turchia a Israele. Quella che era stata una relazione fruttuosa e basata sulla fiducia, fondata sulla condivisione di informazioni di intelligence, sulla cooperazione militare, sul turismo e sul commercio, ha lasciato il posto a una campagna diffamatoria e ostile. Al vertice di Davos del 2009, Erdogan insultò personalmente il presidente israeliano Shimon Peres, definendo Israele un Paese che uccideva bambini. A ciò seguì la disponibilità di Ankara a permettere ad Hamas di stabilire una presenza organizzativa permanente in Turchia, che l’organizzazione, designata come terroristica dagli Stati Uniti, ha poi utilizzato come base per pianificare attacchi terroristici in Israele, reclutare militanti e raccogliere fondi.

Il sostegno di Erdogan alle cause islamiste è iniziato con Hamas. Il patrocinio di Ankara nei confronti di gruppi jihadisti durante la guerra civile siriana, come mezzo per rovesciare il regime di Bashar al-Assad, è ben documentato, così come la disponibilità della Turchia a sostenere e promuovere il movimento dei Fratelli Musulmani.

Nel caso di Hamas, i sostenitori di Erdogan si affrettano a sottolineare che è necessario e vantaggioso per la Turchia mantenere buoni rapporti con Hamas. Sostengono inoltre che la Turchia debba svolgere un ruolo vitale come mediatore tra Hamas e Israele. Ma Ankara non mantiene un dialogo con Hamas perché interessata a promuovere la pace tra israeliani e palestinesi: ha una relazione con Hamas per poterla utilizzare come arma contro Israele. La Turchia ha inasprito la sua posizione nei confronti di Israele dopo il massacro del 7 ottobre. A partire dagli attentati del 7 ottobre, è evidente che la posizione della Turchia nei confronti di Israele si è irrigidita fino a sfociare in una vera e propria ostilità.

Il regime di Erdogan non appare interessato a promuovere la pace. Secondo l’influente editorialista turco Ibrahim Karagul, del quotidiano Yeni Safak, gli ebrei avrebbero “corrotto il patrimonio genetico umano” e si dovrebbero adottare misure per smantellare lo Stato di Israele.

La retorica di Ankara si è intensificata a livelli senza precedenti. In una dichiarazione ufficiale, il Ministero degli Esteri turco ha recentemente paragonato Netanyahu a Hitler: un’accusa grottesca e incendiaria che non serve ad alcuno scopo diplomatico, se non quello di inasprire la situazione. Un linguaggio del genere non riflette semplicemente rabbia; è concepito per mobilitare l’opinione pubblica interna e regionale, isolando al contempo Israele a livello internazionale.

L’allineamento della Turchia con entità come Hamas la pone in contrasto non solo con Israele, ma anche con la più ampia architettura di sicurezza occidentale di cui, apparentemente, fa parte. Ciò contribuisce inoltre a spiegare le preferenze strategiche di Ankara in altre aree della regione.

Nonostante la rivalità con l’Iran, la Turchia ha costantemente segnalato di preferire la sopravvivenza del regime iraniano al suo collasso. Un Iran indebolito o frammentato potrebbe creare instabilità, ma potrebbe anche eliminare un contrappeso a Israele.

Le parole di Erdogan suggeriscono che l’approccio della Turchia si stia spostando oltre il confronto retorico e politico, verso la minaccia implicita di un’azione militare. Nel 2024, Erdogan ha lasciato intendere che la Turchia potrebbe intraprendere azioni contro Israele, analogamente ai suoi interventi in Libia e nel Nagorno-Karabakh, due casi in cui Ankara ha schierato risorse militari, consiglieri e forze per procura per influenzare gli esiti sul campo. Non si tratta di semplici paragoni: sono segnali.

Il rischio, quindi, non è semplicemente un deterioramento diplomatico, ma un errore di valutazione. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha suggerito che Israele potrebbe presto designare la Turchia come suo principale avversario, soprattutto in uno scenario post-Iran in cui Teheran non ricopra più tale ruolo. Questa impostazione è rivelatrice: presuppone che Israele abbia bisogno di un unico nemico e che la Turchia sia pronta ad assumere tale ruolo.

Per gli Stati Uniti e i loro alleati, le implicazioni sono serie.

La Turchia rimane membro della NATO, eppure le sue azioni si discostano sempre più dagli interessi dell’Alleanza. Intensificando i legami con Hamas, tollerando – o addirittura incoraggiando – l’incitamento all’odio anti-israeliano e manifestando la volontà di un’escalation militare, Ankara sta mettendo alla prova i limiti della propria politica estera.

Se non controllata, questa traiettoria non solo destabilizzerà ulteriormente le relazioni turco-israeliane, ma complicherà anche gli sforzi degli Stati Uniti per gestire un Medio Oriente già di per sé instabile.

Conclusione
In relazione a questa ennesima crisi tra Israele e la Turchia, possiamo affermare, senza timore di smentita, che il futuro assetto regionale sarà determinato non solo dalle decisioni che saranno assunte da Washington, al momento imprevedibili, ma anche dall’atteggiamento dei Paesi del Golfo, Arabia Saudita in primis, che potrebbero, a seguito dell’esito non certo positivo del conflitto in Iran, diversificare le alleanze, assumendo un atteggiamento meno favorevole a Israele e Washington.

Alla luce di quanto sopra e in assenza di un nuovo equilibrio regionale all’orizzonte, appare probabile un deterioramento costante delle relazioni tra queste due potenze regionali, anche se al momento non si evidenziano indicatori tali da far ritenere imminenti pericolose accelerazioni.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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