23 aprile 2026 – ore 15:00 – Premessa – Oggi desidero proporvi ampi stralci di tre visioni di Israele, tutte provenienti dall’interno della comunità ebraica. Desidero farlo perché la situazione complessiva israeliana appare estremamente difficile. Le decisioni politico-militari, assolutamente radicali, assunte dal Governo di Gerusalemme dalla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023 stanno perfettamente realizzando il progetto strategico auspicato da tempo dall’Iran e non solo. Teheran, al momento, risulta il vero vincitore di questo confronto atavico. Tali scelte di Gerusalemme stanno producendo, senza timore di smentita, una insicurezza diffusa all’interno della comunità israeliana, la crescita mondiale di odio verso le comunità ebraiche; solo in Italia: 963 casi nel 2025, 877 nel 2024, 453 nel 2023 e 241 nel 2022, nonché il rischio di un possibile isolamento internazionale di Israele nel mondo occidentale, anche statunitense.
In particolare:
La prima, attraverso un recente editoriale della giornalista Fiamma Nirenstein, perché ci aiuta a comprendere dall’interno il momento di Israele, in alcune delle sue complesse sfaccettature.
La seconda, grazie all’analisi, per molti versi feroce, di Oded Ailam, già capo dell’antiterrorismo del Mossad, in quanto ci delinea sotto il profilo militare e di intelligence la situazione in Libano, nonché le possibili conseguenze derivanti dall’imposizione americana ad Israele del cessate il fuoco contro le milizie Hezbollah.
La terza, che condivido pienamente, proviene dal noto Thomas Friedman perché ci fornisce non solo una immagine chiara di cosa stia succedendo, ma ci offre anche soluzioni praticabili verso una pace possibile.
Israele in festa, ma sa che lotta per sopravvivere
È stato un anno di guerra, di corse nei rifugi, di missili. E potrebbe continuare. Oggi è ancora il seguito di due anni e mezzo di guerre continue: prima con Hamas, due volte con gli Hezbollah, due con il nemico fatale, l’Iran.
Israele compie 78 anni e stavolta è come il risveglio su un pianeta sconosciuto: siamo stati forti, pensa, ma il pericolo è molto attivo, tutto è possibile, l’allerta è assoluta, anche se la voglia di vivere non ha confini.
Israele, dopo tre anni di resistenza durissima, è un Paese che si alza e scuote la testa.
Da una parte è stanca, grida “basta”, ma sa che deve fare ancora appello alla sua forza interiore. È stata una avventura miracolosa, ma oggi l’anniversario dell’indipendenza è sull’aguzzo filo del rasoio delle trattative di Islamabad.
Si capisce bene che, ad ogni momento, le sirene potrebbero di nuovo chiamare a correre nei rifugi, ma si cerca di tornare a vivere pienamente: mentre nessuno si sottrae né alla guerra di sopravvivenza, continua la discussione, la vita intensa della democrazia, le associazioni, l’arte…
Ieri notte i giovani e le ragazze, spesso insieme al fronte ormai da tre anni, hanno ballato e cantato per le strade, anche se, con le famiglie, soffrono ricordi freschi e terribili dei soldati uccisi, sono presi dalla cura dei feriti e degli sfollati.
A Islamabad si decide se la guerra continua: Israele è il bersaglio ideologico e strategico di Teheran.
L’esercito resta in allarme. Netanyahu ha detto che l’arma fatale, l’uranio arricchito, dedicata a un nuovo sterminio degli ebrei, è stata fronteggiata, danneggiata, ma ancora non è chiusa.
Israele festeggia in bilico: ha raggiunto più di dieci milioni di abitanti, ha un tasso di fertilità del 2,7, 150mila persone sono immigrate l’anno scorso, il 91 per cento dei cittadini si dichiara felice, e questo di fronte a missili, kalashnikov, parole avvelenate in cui alla jihad si è unita l’aggressione antisemita.
… I ministri, l’esercito, incerti se autorizzare le cerimonie e le feste, alla fine hanno detto sì. Israele cerca di respirare, rassicurato dalla affermazione della propria determinazione a vivere, a partire dal 7 ottobre, il momento in cui ha rischiato di essere sovrastato e invece ce l’ha fatta fino a cambiare il suo peso strategico.
D’altra parte, quando dall’Europa nel 1945 giungevano, a volte ostacolate a morte, le navi cariche di sopravvissuti, chi avrebbe pensato che quelle ombre avrebbero potuto lottare come leoni fino a vincere la guerra contro l’assalto di tutti i Paesi arabi?
Accadde, di nuovo e di nuovo. Ieri sera, della cerimonia di apertura della festa, una parte è stata dedicata a chi ha perduto gli arti in guerra, una parte ai rapiti. Senza piangere, con canzoni e balli. L’allenamento alla sopravvivenza del popolo ebraico è stato molto lungo, molto costoso, da sempre; la gioia di vivere per un obiettivo essenziale come la vita è indescrivibile.
Israele – Libano: non si tratta di un fallimento accidentale
Il cessate il fuoco imposto a Israele sul fronte libanese non è altro che l’interruzione di una quarta guerra negli ultimi quarant’anni, senza eliminare le minacce e senza affrontarne le cause profonde. Non si tratta di un fallimento accidentale, ma della diretta conseguenza di una dottrina errata: il tentativo di sostituire la decisione militare con la “gestione del conflitto”.
Come recita il noto proverbio arabo, “Chi trascura la sua giovinezza sarà tormentato dalla vecchiaia”. Israele ha trascurato i fondamenti della guerra classica e ora ne subisce le conseguenze.
Dissonanza operativa: tattiche brillanti, strategia congelata
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ottenuto notevoli successi nel sud, conquistando, bonificando e stabilendo un’importante zona cuscinetto fino al fiume Litani, ma non sono riuscite a contrastare efficacemente la minaccia missilistica.
Anche se Hezbollah conserva solo circa il venti per cento del suo arsenale, si tratta comunque di decine di migliaia di razzi e l’organizzazione continua a dimostrare un forte comando e controllo nonostante le perdite subite.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e la classe politica hanno costantemente evitato operazioni proattive volte a smantellare la presa di Hezbollah sull’intero Libano.
L’apice di questa mancanza di focalizzazione si è riflesso nell’unica operazione di rilievo in profondità: il tentativo di recuperare i resti di Ron Arad. Con tutto il rispetto per l’obbligo morale, si è trattato di un’operazione del tutto superflua, che non ha prodotto alcun risultato strategico.
Il problema non è che la guerra sia stata interrotta, ma che sia stata condotta senza un concetto guida volto a una vittoria decisiva. Ci siamo affidati a una potenza di fuoco devastante, ma il dolore è temporaneo. Senza una vittoria decisiva non c’è sottomissione e, senza sottomissione, non c’è risultato politico stabile.
Dall’analisi all’azione
L’architettura per la prossima vittoria opera su più livelli. In primo luogo, si apre una rara finestra diplomatica. L’attenzione del mondo è concentrata a est, sull’Iran, ed è chiaro che qualsiasi esito in quel Paese avrà ripercussioni sul Libano.
Paradossalmente, le proteste internazionali contro le operazioni delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) in Libano rimangono relativamente deboli e provengono principalmente dall’Europa occidentale. Allo stesso tempo, Israele gode ancora di un forte sostegno americano, nonostante il cessate il fuoco imposto da Washington.
Per garantire che questo cessate il fuoco non sia solo il preludio a una quinta guerra, Israele deve abbandonare la sua posizione difensiva di logoramento e adottare una strategia di smantellamento e ricostruzione.
Dahieh: nucleo organizzativo, sociale e finanziario
La periferia meridionale di Beirut non è semplicemente una roccaforte sciita, ma un centro complesso che comprende leadership, propaganda, istituzioni comunitarie e, a volte, infrastrutture finanziarie.
È qui che Hezbollah è più profondamente radicato nella società, non solo come forza combattente, ma anche come organizzazione. Un’azione mirata contro i suoi nodi militari ed economici potrebbe accelerarne il crollo.
La Bekaa: profondità logistica, reclutamento e collegamenti di confine
La valle della Bekaa è meno un simbolo politico e più una zona di influenza che comprende la presenza sociale sciita, la logistica e, a volte, i finanziamenti e le rotte del contrabbando. Le radici più profonde di Hezbollah non si trovano solo nel sud, ma anche nella Bekaa.
Baalbek-Hermel
Le retrovie strategiche di Hezbollah includono centri di addestramento e depositi di armi, la principale via di rifornimento dalla Siria lungo l’asse Damasco-Baalbek, una popolazione prevalentemente sciita, laboratori di produzione di missili e depositi di razzi.
Il confine siro-libanese: il corridoio Qusayr-Hermel
Questi sono punti di transito fondamentali per il contrabbando di armi dall’Iran attraverso la Siria. Bloccare questo corridoio interromperebbe completamente la catena di approvvigionamento dell’organizzazione.
Reti di servizi: la fonte più profonda di legittimità
Hezbollah mantiene il suo potere non solo attraverso le armi, ma anche tramite servizi, sistemi di welfare, credito, mediazione locale e meccanismi clientelari. Per questo motivo, gli attacchi fisici contro le sue roccaforti non si traducono necessariamente in una perdita di consenso pubblico, nemmeno dopo un indebolimento militare. Israele deve colpire direttamente queste reti di welfare, sia economicamente che militarmente.
- Creazione di una tenaglia settentrionale
Ciò richiede la cooperazione con gli Stati Uniti e le forze siriane ostili a Hezbollah, al fine di generare pressione militare da est e da nord e segnalare l’accerchiamento, oppure, in alternativa, un ingresso di terra delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) in queste aree. - Guerra diplomatica aggressiva
Ciò include la richiesta intransigente di mettere al bando Hezbollah e destituire i suoi ministri, chiudere l’ambasciata iraniana, neutralizzare il ruolo di Nabih Berri e sostituire il comandante dell’esercito libanese, Rodolphe Haykal, che collabora con l’organizzazione. - Minare la legittimità interna
Ciò implica la mobilitazione della comunità drusa in Israele per delegittimare Walid Jumblatt, sostenitore di Hezbollah, unitamente all’incoraggiamento velato di un’alternativa sciita libanese che sfiderebbe il monopolio dell’organizzazione. - Leve di pressione arabe
Israele dovrebbe collaborare con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per esercitare una pressione economica diretta sul governo libanese, offrendo investimenti solo in cambio dello smantellamento di Hezbollah, senza alcuna concessione preventiva. - Ritorno a una dottrina della vittoria decisiva
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) devono essere ritrasformate in una forza manovrabile, sofisticata, rapida e letale, capace di penetrare in profondità le infrastrutture nemiche e di sconfiggere il nemico in terreni impervi. Israele deve smettere di cercare un’immagine di vittoria e iniziare a perseguire una vittoria reale.
Come disse Winston Churchill: “La storia non è solo il racconto delle guerre combattute, ma soprattutto delle guerre che avrebbero potuto essere evitate, se solo avessimo osato deciderle in tempo”. Il Libano del 2026 è un segnale d’allarme: chi si rifiuta di decidere quando può sarà costretto a combattere quando deve.
Come Israele ha smarrito la retta via
Thomas Friedman, giornalista americano e vincitore di tre Premi Pulitzer, ha espresso un’analisi critica della strategia israeliana sotto la guida di Benjamin Netanyahu, sottolineando i rischi di un autogol politico dopo la risposta alla strage del 7 ottobre 2023.
Secondo Friedman, una reazione sproporzionata a Gaza avrebbe favorito proprio i nemici di Israele, come Hamas e l’Iran, rafforzandone la narrativa e l’obiettivo strategico.
Il suo pensiero riflette una parte della comunità ebraica internazionale, moderata ma consapevole delle ricadute negative delle scelte radicali del governo Netanyahu.
Friedman individua due immagini simboliche:
- un soldato israeliano che distrugge una statua di Gesù in un villaggio cristiano del Libano;
- ministri israeliani che inaugurano un insediamento in Cisgiordania.
Queste rappresentano una strategia basata sull’uso della forza senza una visione politica capace di trasformare i successi militari in risultati strategici duraturi.
Secondo Friedman, Israele dovrebbe perseguire una soluzione a due Stati con l’Autorità Palestinese, unica via per isolare l’Iran, favorire la normalizzazione con l’Arabia Saudita e stabilizzare i rapporti regionali.
Pur riconoscendo le responsabilità della leadership palestinese, Friedman sottolinea che Netanyahu ha ostacolato la nascita di una guida più credibile, aggravando il rischio che Israele venga percepito come uno Stato di apartheid e perda il sostegno dei suoi alleati internazionali.
Caro Israele, afferma sempre Friedman, quando democratici centristi e da tempo filo-israeliani negli Stati Uniti, come Rahm Emanuel, partecipano a “Real Time With Bill Maher”, come ha fatto la settimana scorsa, e dichiarano, tra gli applausi scroscianti del pubblico, di opporsi agli aiuti militari statunitensi a Israele e di mettere in discussione il suo status “speciale”, significa che stai davvero perdendo amici. E non è un problema solo della sinistra. Sempre più americani, di ogni schieramento politico, vedono l’Israele di Netanyahu come un bambino viziato e ne hanno abbastanza.
Naturalmente, il governo e il comando militare israeliani hanno condannato il soldato che ha distrutto la statua di Gesù nel sud del Libano e hanno punito i responsabili. Anzi, riconoscendo il disastro di immagine che rappresentava, Israele si è affrettato a sostituire la statua. Ma da dove pensate che quel soldato abbia tratto l’idea che una cosa del genere fosse accettabile, qualcosa che valesse la pena far fotografare da un altro membro della sua unità? Ve lo dico io: osservando e ascoltando il linguaggio e le azioni del governo, dell’esercito e della macchina di disinformazione online di Bibi. Ogni giorno avrebbe potuto leggere di coloni ebrei in Cisgiordania che distruggevano auto, case e raccolti palestinesi, in nome del sionismo religioso, con l’esercito e la polizia israeliani che di solito si limitavano a guardare e talvolta persino a dare una mano, e Bibi che sempre strizzava l’occhio. Quindi, cosa c’è di così grave nel prendere a martellate una statua di Gesù nel sud del Libano?
Non si può nemmeno biasimare quel soldato e i suoi compagni, considerando che sentono il rappresentante di Trump in Israele, Mike Huckabee, esprimere apertamente il suo sostegno all’annessione israeliana della Cisgiordania e comportarsi come se fosse l’ambasciatore dei coloni ebrei negli Stati Uniti e non l’ambasciatore statunitense in Israele, e come se tale annessione non minacciasse la Giordania, un pilastro della politica statunitense nella regione. Molti, moltissimi israeliani perbene sanno che questo approccio è moralmente riprovevole e strategicamente folle, ma sono intrappolati su una nave capitanata da degli stolti.
Come si presenterebbe un nuovo approccio strategico nei confronti di Israele e del Libano? Beh, partiamo dal fatto che, a mio avviso, Israele ha condotto almeno sette invasioni di lunga durata o operazioni militari su vasta scala nel Libano meridionale, contro l’OLP o Hezbollah, da quando sono arrivato a Beirut come giornalista per la prima volta nel 1979. Sia chiaro: nessun primo ministro israeliano permetterebbe, né dovrebbe permettere, che i mercenari iraniani in Libano, ovvero la milizia Hezbollah, rendano inabitabile il nord di Israele con la minaccia di attacchi missilistici. Ma, a un certo punto, il detto secondo cui “la follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi” deve necessariamente applicarsi.
Israele continua a ripetere che l’esercito libanese deve disarmare Hezbollah. Ma l’esercito libanese è composto da cristiani, drusi, sunniti e sciiti. Data la presa politica di Hezbollah sulla comunità sciita libanese – nonostante la rabbia che molti sciiti libanesi provano oggi nei confronti di Hezbollah per aver provocato Israele per conto dell’Iran – se l’esercito libanese entrasse in guerra aperta nel sud del Libano e a Beirut contro Hezbollah, potrebbe frammentarsi e far precipitare il Libano di nuovo nella guerra civile. L’unica alternativa offerta da Netanyahu è quella di cacciare decine di migliaia di libanesi dal sud del Libano o dalle zone sciite di Beirut.
È tempo di una terza via.
Sono felice di chiamarla il Piano Trump per salvare il Libano: spingere Israele a ritirarsi completamente dal Libano meridionale e far sì che truppe NATO, pesantemente armate, contribuiscano a prendere il controllo dell’area in collaborazione con l’esercito libanese e sotto la sua autorità simbolica.
Israele può fidarsi della NATO. Hezbollah e l’Iran non oseranno sfidarli o, se lo faranno, saranno annientati, e la stragrande maggioranza dei libanesi, compresi gli sciiti, applaudirà, perché Israele sarà completamente fuori dal Libano e Hezbollah perderà la sua giustificazione per attaccare Israele. Certo, potrebbe non essere una soluzione perfetta, ma è meglio di continue invasioni del Libano da parte di Israele, per non parlare di una guerra civile libanese. Vale la pena tentare. Il Libano ha avuto il presidente più onesto e pluralista, Joseph Aoun, e il primo ministro più maturo, Nawaf Salam, dai tempi della guerra civile del 1975-90. Credo che siano pronti a fare la pace con Israele, ma non a costo di un’altra guerra civile.
È tempo di una terza via che garantisca la sicurezza del Libano, la sicurezza di Israele e smascheri Hezbollah per quello che è diventato: una pedina dell’Iran, pronta a combattere fino all’ultimo libanese e all’ultimo israeliano pur di servire i suoi padroni a Teheran. È tempo del Piano Trump per salvare il Libano.”
Conclusione
“La pace è un dono che va salvaguardato, infatti, se non è una realtà sperimentata e da custodire e coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica e si può cadere nell’inganno che, per ottenerla, ci si debba preparare alla guerra, incarnando l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. (Tratto dal Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026 – Papa Leone XIV)
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


