22.03.2026 – 6.50 – C’è un potere, in Italia, che può sbagliare senza pagare. E non è un’anomalia. È un sistema. Il referendum sulla giustizia che oggi e domani chiama gli italiani alle urne parte da qui. Non da un tecnicismo, non da una disputa tra giuristi, ma da una domanda elementare: è normale che chi esercita il potere di giudicare non risponda mai davvero dei propri errori? Si vota per questo. Per stabilire se l’assetto della giustizia italiana debba restare così com’è – impermeabile, autoreferenziale, spesso opaco – oppure se debba accettare un principio minimo: quello della responsabilità. Basterebbe pronunciare un nome: Enzo Tortora. Arrestato all’alba, esibito come trofeo, distrutto prima ancora di essere processato, assolto quando ormai non serviva più a nessuno. Un errore? No, un modello. Perché Tortora ha avuto almeno il privilegio della notorietà. Gli altri restano anonimi: fascicoli, statistiche, vite sospese. Custodie cautelari usate come anticipo di pena, processi che durano più delle colpe, assoluzioni che arrivano quando il danno è già irreversibile. E alla fine, come sempre, nessuno paga. O meglio: paga chi ha subito.
Poi, ogni tanto, il sistema si mostra senza filtri. È successo con il caso Luca Palamara. Non uno scandalo qualsiasi, ma la radiografia di un meccanismo: correnti, nomine, equilibri gestiti come una partita interna. Per qualche mese si è parlato di rifondazione, di svolta, di pulizia. Poi è tornato il silenzio. E il sistema ha fatto ciò che sa fare meglio: assorbire, neutralizzare, continuare. È anche per questo che oggi la magistratura somiglia sempre più a ciò che ufficialmente nega di essere: una delle ultime caste rimaste in piedi. Non una casta dichiarata, ma una casta di fatto. Senza privilegi scritti, ma con una protezione ben più efficace: l’assenza di conseguenze. In Italia si possono abbattere governi, cancellare partiti, rovesciare classi dirigenti nel giro di una stagione. È già successo. Ma prova a incidere davvero sugli equilibri della magistratura, e scoprirai che lì il tempo si ferma. Ogni tentativo di riforma viene respinto con lo stesso argomento: si vuole indebolire la giustizia. Un riflesso automatico, che trasforma ogni richiesta di responsabilità in un sospetto.
Nel suo discorso di insediamento del 2022, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò della necessità di una stagione di riforme della magistratura. Parole misurate, istituzionali. Ma il loro significato era limpido: così non basta più. Quando anche il Capo dello Stato arriva a dirlo, il problema non è più opinabile. È solo rimandato. Il referendum si inserisce esattamente qui. Non promette miracoli, e chi lo sostiene farebbe bene a non venderli. Ma introduce una crepa. Piccola, certo. Ma reale. E proprio per questo osteggiata. Chi invita a votare “No” parla di indipendenza. È un argomento nobile, ma sempre più simile a uno scudo. Perché indipendenza non può diventare irresponsabilità. E soprattutto non può trasformarsi in intangibilità. Chi sostiene il “Sì” non propone una rivoluzione. Propone qualcosa di più semplice e, per questo, più destabilizzante: un limite. Un principio elementare che in altri ambiti è ovvio e qui sembra rivoluzionario: anche chi giudica può sbagliare. E quando sbaglia, qualcuno deve potersene accorgere.
Il punto non è se il referendum risolverà i problemi della giustizia italiana. Non lo farà. Non accorcerà i processi, non eliminerà le distorsioni, non impedirà nuovi errori. Sarebbe ingenuo crederlo. Il punto è un altro: stabilire se questa sia davvero l’ultima casta che non si può toccare. Se vincerà il “Sì”, non assisteremo a nessun crollo. Ma potrebbe incrinarsi una convinzione radicata: che esista un potere sottratto a ogni verifica reale. Se vincerà il “No”, tutto resterà com’è. E “com’è” significa questo: errori senza conseguenze, scandali che evaporano, richiami istituzionali che restano lettera morta, vite travolte e poi archiviate. Il problema non è stabilire se sia una casta. Il problema è che continuiamo a fingere che non lo sia. E allora la domanda è semplice, quasi brutale: dopo Tortora, dopo Palamara, dopo gli appelli ignorati, quante prove servono ancora prima di ammettere che il problema non è l’eccezione, ma il sistema?
[f.v.]


