Il caffè a Trieste costa più che a Milano e Venezia: ecco perché

20.01.2026 – 8.50 – Trieste, città del caffè. Lo diciamo da sempre, con una punta d’orgoglio e una spruzzata di retorica mitteleuropea. Qui il caffè non è una bevanda: è un rito civile, una grammatica quotidiana, un fatto identitario. A Trieste il “nero” non si ordina, si conosce. Il banco del bar è un luogo di confronto, quasi un’anticamera della coscienza collettiva. Eppure oggi, davanti a una tazzina, viene da fermarsi un secondo prima di bere. Non per il profumo, ma per il prezzo. Secondo lo studio diffuso da Starting Finance, basato sui dati dell’Osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nel novembre 2025 il costo medio del caffè nei capoluoghi di regione racconta una storia diversa da quella che ci piace ripetere. Il caffè a un euro, quello popolare, democratico, accessibile a tutti, non esiste più. È diventato un ricordo, come i gettoni del telefono o le lire nel portafoglio.

La media nazionale si attesta a 1,25 euro. In quattro anni, dal 2021 al 2025, l’aumento supera il 20%. Un rincaro costante, silenzioso, quasi educato. Nessuno sciopero, nessuna protesta. Si paga e basta. Ma è quando si guarda la mappa che Trieste smette di essere solo la capitale simbolica del caffè e diventa anche un caso economico. Con 1,39 euro a tazzina, Trieste risulta tra le città dove l’espresso costa di più in Italia. Più caro di Venezia, dove il prezzo medio si ferma a 1,32 euro. Più caro di Bologna, a 1,33 euro. Più caro anche di Milano, che si attesta a 1,22 euro. In alcune rilevazioni il primato assoluto resta a Trento, che supera Trieste di pochi centesimi, ma il dato triestino resta tra i più alti dell’intero panorama nazionale. È un paradosso tutto triestino: la città che ha costruito la propria storia sul caffè – dal porto franco alle torrefazioni, dai magazzini coloniali alla cultura del bar – oggi lo paga più di molte metropoli considerate tradizionalmente più care.

Non è un primato di cui vantarsi. È piuttosto uno specchio.

Perché l’aumento non nasce solo dal chicco, che sui mercati internazionali costa di più. Pesa il carburante, pesano i trasporti, pesano le congestioni nei porti, pesa l’energia. Ma pesa anche un modello urbano fragile, dove i costi fissi crescono più in fretta dei consumi e dove il bar resta uno degli ultimi presìdi sociali, costretto però a far quadrare i conti. Così succede che il caffè, da simbolo di convivialità, diventi lentamente un piccolo lusso quotidiano. Non abbastanza caro da scandalizzare, ma abbastanza da farsi notare. Un euro e trentanove centesimi non cambiano la vita, ma raccontano molto del tempo in cui viviamo. A Trieste questa cifra pesa di più. Pesa perché il caffè qui non è un’abitudine qualsiasi. È storia, lavoro, identità. È la città che si sveglia, che discute, che si osserva allo specchio. Quando aumenta il prezzo del caffè, non aumenta solo una voce di spesa: si incrina un simbolo.

E forse è questo il dato più interessante dello studio. Non la classifica, non il confronto con Catanzaro o Milano. Ma il fatto che anche a Trieste, città del caffè per eccellenza, la tazzina stia diventando un indicatore sociale, economico, persino culturale. Il caffè resta. Il rito continua. Ma costa di più.
E come spesso accade, non è il prezzo in sé a preoccuparci, quanto ciò che racconta.

[f.v.]

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