02.05.2024 – 09.00 – Il prezzo di un ‘nero’, cioè del tradizionale caffè liscio a Trieste, è salito dal 2021 al 2024 del 12,3 per cento, passando da 1,14 a 1,28 euro. Un aumento che, sebbene cospicuo, si intensificherà ancora di più nei prossimi anni, se non mesi. Vi sono infatti diverse ragioni concomitanti, connesse alle grandi crisi globali. Il trend verso il ‘tabù’ del caffè liscio a due euro appare in tal senso bene avviato, gli economisti stimano che si arriverà a breve a quel prezzo ‘standard’.
I dati dei prezzi medi della tazza di caffè in Italia, pubblicati da Assoutenti sulla base dei dati Mimit, rivelano dal 2021 al 2024 una crescita del 14,9 per cento: si è infatti passati da 1,03 euro a 1,18. Il prezzo medio più alto compare a Bolzano (1,38 per un espresso) e a Trento (1,31); il più basso a Catanzaro (0,99) e Napoli (1,05). Dati che, per la maggior parte, riflettono diseguaglianze economiche regionali; il potere d’acquisto dell’alto atesino è maggiore del cittadino di Catanzaro, la crescita dei prezzi corre a velocità alterne.
Tuttavia i dati, considerati nel complesso, sono il frutto di una lunga serie di crisi che si vanno realizzando in contemporanea. C’è il rilancio a seguito delle pause a intermittenza caratteristiche del periodo Covid-19; già nell’estate 2020 vi era stato un tentativo, ad esempio da parte degli esercenti della stessa Trieste, di aumentare di un terzo, se non raddoppiare, il prezzo della tazzina. L’inflazione quale prima ragione, dunque. In secondo luogo, a livello globale, è in atto un gioco di rialzi sui prezzi dei noli, connessi all’impraticabilità del canale di Suez per molte compagnie occidentali. Il Capo di Buona Speranza comporta un rialzo del prezzo dei trasporti, ‘scaricato’ sul consumatore finale. Occorre inoltre considerare, nel caso europeo, il rafforzamento del dollaro sull’euro: +4 per cento nell’ultimo periodo. L’elemento di crisi però maggiore, osservato da molti colossi produttori o venditori (nel caso triestino Illy caffè), deriva dalle coltivazioni stesse. È possibile coltivare il caffè solo in una fascia tropicale ben precisa, all’interno di specifici appezzamenti di terreno; non è certo grano o patate che, a prescindere da (quasi) tutti i climi, attecchisce un po’ ovunque. E queste fasce di terreno adatto, dall’ Africa, all’Asia, al Sudamerica, vanno molto riducendosi, scompaiono progressivamente. Coltivazioni con rese inferiori al passato, terreni ormai sterili, un massiccio consumo del suolo. Il meteo ad esempio non è stato favorevole in Brasile e parallelamente le coltivazioni in Vietnam hanno dato una resa inferiore al passato. Esiti che si riflettono nella piazza finanziaria, diventano evidenti nelle quotazioni del caffè sulla Borsa.
Come si ripercuoterà, sul lungo periodo, tutto ciò sul triestino o l’italiano consumatore giornaliero di caffè? Non è detto che l’usanza permanga, anzi; storicamente vi sono stati tanti esempi di popoli che, per ragioni economiche e sociali, hanno modificato le proprie abitudini. L’Inghilterra era ad esempio nota, nel settecento, per una popolazione consumatrice di vaste quantità di gin; fu solo a seguito di riforme e la spinta delle campagne anti alcoliste che si passò alla meno distruttiva birra, infine convertendo con successo nell’ottocento le classi popolari all’uso del te. Un cambiamento rapido, avvenuto meno di due secoli fa; nell’età moderna, ad esempio, gli inglesi non erano conosciuti per il proprio te. In questo contesto giocò un ruolo importante l’adozione della bustina che semplificava largamente questo genere di operazioni, rendeva il te appetibile anche al tipografo stanco del turno di lavoro o all’operaio mattutino. Egualmente il ‘nero’ piace, perché semplice, perché rapido: si tratta di un caffè associato alla pausa lavorativa, adatto a essere bevuto in gran fretta. Oggigiorno se ne bevono in Italia sei miliardi all’anno, con un giro d’affari di 7 miliardi di euro annui.
[z.s.]


