12.01.2026 – 11.00 – La nuova serie Netflix su Fabrizio Corona arriva come uno schiaffo a mano aperta: improvviso, rumoroso, impossibile da ignorare. Non chiede permesso e non cerca assoluzioni. Entra a gamba tesa nell’immaginario italiano e riporta al centro una figura che, nel bene e nel male, ha segnato un’epoca, trasformando il gossip in potere, la provocazione in metodo, l’eccesso in identità.
Guardarla significa tornare in un Paese ossessionato dall’immagine, quando i paparazzi erano cacciatori e le celebrità prede, quando una fotografia poteva distruggere una carriera o crearne un’altra. Corona non viene raccontato come un semplice personaggio, ma come un fenomeno: un uomo che ha capito prima di altri che lo scandalo è una moneta e che l’attenzione, se gestita senza paura, vale più del consenso. La serie gioca su questo filo teso, tra fascinazione e repulsione, lasciando allo spettatore il compito più scomodo: decidere da che parte stare, o se una parte esista davvero.
Il ritmo è serrato, quasi ipnotico. Le immagini, le testimonianze, i materiali d’archivio si incastrano in un racconto che non procede in linea retta, ma per scosse emotive. Non c’è l’agiografia dell’eroe né la condanna facile del mostro. C’è piuttosto la messa in scena di un carattere che vive di conflitto, che sembra trarre energia proprio dall’essere costantemente contro qualcosa o qualcuno. Ed è qui che la serie colpisce più forte: quando suggerisce che Corona non sia solo il prodotto delle sue scelte, ma anche dello sguardo famelico di un pubblico che per anni ha chiesto sangue, storie, cadute spettacolari.
Senza svelare troppo, ciò che emerge è un ritratto frammentato e volutamente instabile. Il protagonista cambia maschera di continuo: imprenditore spregiudicato, provocatore mediatico, uomo braccato, narratore di se stesso. Ogni versione sembra contraddire la precedente, eppure tutte convivono, come se l’unica verità possibile fosse la contraddizione. La serie è intelligente nel non sciogliere questo nodo, nel non offrire una morale pronta all’uso. Preferisce lasciare aperte le domande, anche quelle più scomode, su giustizia, colpa, esposizione mediatica e responsabilità collettiva.
C’è anche un sottotesto potente che riguarda il tempo presente. Mentre scorrono le vicende, diventa impossibile non pensare ai social, all’influencer economy, alla normalizzazione dell’eccesso. Corona appare quasi come un precursore oscuro di un sistema che oggi è diventato mainstream. La differenza è che allora lo scandalo faceva scandalo davvero; oggi, spesso, viene consumato e dimenticato in poche ore. La serie suggerisce, senza dirlo apertamente, che forse il vero shock non è ciò che lui ha fatto, ma quanto siamo diventati abituati a tutto.
Intrigante, disturbante, a tratti persino magnetica, questa produzione Netflix non coccola lo spettatore, non lo rassicura. Lo provoca, lo mette davanti a uno specchio deformante in cui si riflettono vizi antichi e ossessioni attualissime. Che si ami o si detesti Fabrizio Corona, una cosa è certa: dopo aver iniziato la serie, è difficile restarne indifferenti. Ed è probabilmente proprio questo il suo colpo più sensazionale.
[e.c.]


