16.08.2025 – 15:45 – Negli ultimi giorni, le cronache hanno raccontato delle inibizioni e delle verifiche che hanno toccato alcune agenzie immobiliari a Trieste e Gorizia. È una notizia, ed è giusto che lo sia: i controlli servono, le regole devono valere per tutti, e chi non le rispetta va richiamato all’ordine. Ma fermarsi a questo livello significa dare l’impressione che il comparto immobiliare sia riducibile a poche irregolarità. La realtà è molto più ampia, ed è fatta soprattutto di numeri e persone.
Un settore che regge il Paese
In Italia, tra costruzioni e servizi immobiliari si muove oltre un quarto del PIL nazionale (Cresme, 2023). Significa che un euro su quattro della ricchezza prodotta nel Paese è legato a questo settore. Nel 2023, i soli servizi immobiliari hanno generato quasi 40 miliardi di euro di fatturato, con una crescita di circa il 10% rispetto all’anno precedente (Scenari Immobiliari – Ingenio, 2024). Le costruzioni, da sole, pesano per oltre il 5% del valore aggiunto e gli investimenti nel settore rappresentano più dell’11% del PIL. È un comparto che non solo produce, ma che ha contribuito in maniera decisiva a mantenere il segno positivo del PIL: nel 2023, un terzo della crescita dello 0,9% è arrivata dagli investimenti nelle costruzioni (Smart Building Italia, 2024).
Dietro le percentuali ci sono persone. Ci sono famiglie che vivono di questo lavoro, artigiani che ristrutturano, ingegneri e architetti che firmano progetti, muratori edili che montano impalcature, falegnami, elettricisti, imprese di pulizie, tipografi, tecnici. C’è un indotto vastissimo, che lega il lavoro di chi alza la serranda ogni mattina a quello di chi stipula contratti o prepara visure.
La prospettiva triestina
E Trieste non fa eccezione. Anzi: qui il settore immobiliare ha conosciuto negli ultimi anni un’espansione che ha seguito il passo della trasformazione della città. L’apertura internazionale, la crescita del turismo, l’arrivo di studenti e ricercatori, l’attrattività crescente sul piano culturale ed economico hanno portato nuova domanda di case, uffici, spazi commerciali.
Il risultato è stato duplice: da un lato, la città ha visto crescere i valori immobiliari — secondo Nomisma, Trieste si colloca stabilmente tra i mercati in recupero del Nordest — e dall’altro ha alimentato tutto quell’indotto che accompagna la vita degli immobili. Ogni acquisto, ogni ristrutturazione, ogni contratto d’affitto significa lavoro per decine di persone, ricaduta economica sul territorio, tasse e contributi che ritornano alla collettività.
Oltre le ombre
Le inibizioni di questi giorni non vanno minimizzate: sono la prova che le regole devono essere rispettate e che il sistema ha gli strumenti per intervenire. Ma ridurre il racconto a queste sole vicende significa dare un’immagine parziale, come guardare un edificio fermandosi a una crepa sulla facciata e dimenticando la solidità delle fondamenta.
Il settore immobiliare, nel suo complesso, è una colonna dell’economia nazionale e un motore della trasformazione cittadina. Lo è per i numeri, che ne testimoniano il peso, ma soprattutto per la vita quotidiana delle persone che ci lavorano: professionisti, collaboratori, dipendenti, artigiani.
A Trieste, come altrove, è giusto controllare, correggere, sanzionare. Ma è altrettanto necessario non smarrire la proporzione: accanto alle irregolarità ci sono centinaia di operatori che lavorano con trasparenza e migliaia di famiglie che traggono reddito da questo indotto. Raccontare il settore significa dare una fotografia equilibrata, ricordando che dietro ogni pratica e ogni contratto c’è un pezzo dell’economia cittadina e nazionale. E che il futuro di una città che cresce passa anche, inevitabilmente, dalle sue case.
[f.v.]


