27.02.2025 – 10:57 – Se l’alluminio è il “metallo del futuro”, l’Europa sembra essersi incatenata al passato. Produciamo troppo poco, importiamo sempre di più e, nel frattempo, ci leghiamo a doppio filo a chi detta le regole del gioco globale. In mezzo a questo cortocircuito, le ultime decisioni di Bruxelles rischiano di complicare ulteriormente la situazione. I numeri parlano chiaro, e preoccupano, l’Unione Europea produce oggi appena 950mila tonnellate l’anno, a fronte di un fabbisogno annuo di 8 milioni di tonnellate e di un consumo complessivo – inclusi i metalli riciclati – di oltre 13,5 milioni di tonnellate. Nonostante la crescita dei tassi di riciclo, l’Europa è in grado di coprire solo il 60% della domanda totale di metalli leggeri e le importazioni restano essenziali per mantenere attive le filiere produttive. In questo contesto, le recenti decisioni politiche dell’Unione Europea rischiano di aggravare ulteriormente il divario tra domanda e offerta.
A esprimere forti perplessità sulle scelte di Bruxelles è Alessandro Minon, presidente di Finest SpA, società partecipata pubblica che sostiene l’internazionalizzazione delle imprese del nord-est.: “Oggi il costo del metano in Europa è sceso dai picchi, grazie alle aspettative di pace, intorno ai 42,7 euro per MW/h, rispetto ai 60 euro di pochi mesi fa”, spiega Minon, una riduzione, questa, dovuta in parte all’allentamento delle tensioni sui mercati internazionali e alle scelte di politica energetica degli Stati Uniti, che continuano a garantire forniture di gas naturale liquefatto (GNL) a prezzi competitivi. L’elemento più preoccupante, secondo Minon, è rappresentato dal sedicesimo pacchetto di sanzioni UE contro la Russia, che include restrizioni all’importazione di alluminio. Una scelta paradossale non solo per il suo impatto immediato sulla disponibilità del metallo, ma anche per le dinamiche commerciali che potrebbe innescare.
“Mentre l’Unione Europea chiude le porte all’alluminio russo, gli Stati Uniti potrebbero approvvigionarsi a prezzi competitivi”, sottolinea Minon. “Non è difficile immaginare che questo metallo finisca comunque in Europa, ma attraverso intermediari come India o Cina, con un effetto perverso sui prezzi.” La Russia è tra i maggiori produttori mondiali di alluminio, con oltre 3,9 milioni di tonnellate annue, e rappresenta una quota significativa dell’offerta globale. Le sanzioni europee, anziché ridurre l’accesso a questo metallo, rischiano di alimentare circuiti commerciali paralleli e di far lievitare i costi per le imprese europee.
L’analogia con il cosiddetto “effetto diesel” è evidente e l’espressione non è casuale. Dopo l’embargo europeo sul petrolio russo, l’India ha iniziato a importare greggio dalla Russia, raffinando il diesel e rivendendolo all’Europa a prezzi maggiorati. Il risultato? Abbiamo continuato a comprare lo stesso prodotto – ma a un costo più alto e con un passaggio in più. Ostacolare l’importazione di alluminio a basso impatto ambientale dalla Russia è una scelta che contraddice persino gli obiettivi di transizione verde dell’UE.
Infatti, l’alluminio prodotto in Russia, spesso definito “alluminio verde”, ha un’impronta di carbonio significativamente inferiore rispetto a quello prodotto in altri Paesi, grazie all’uso estensivo di energia idroelettrica. Un paradosso però che Bruxelles sembra ignorare.
[c.v.]


