‘Non ci si può ammalare di lavoro’. Trieste, inaugurato il primo Centro di Ascolto per il Benessere Lavorativo

01.12.2023 – 09.00 – Il lavoro occupa la maggior parte della vita delle persone, ma come viene vissuto il posto di lavoro? Si può parlare di una condizione di benessere diffusa tra i lavoratori? E in questa cornice, qual è il ruolo delle aziende? Da questo presupposto è partita l’intervista a Gerarda Urciuoli, coordinatrice del nuovo Centro di Ascolto per il Benessere Lavorativo a Trieste.

Com’è nata l’idea di aprire un Centro di Ascolto per il Benessere Lavorativo?
“Dopo l’esperienza decennale come coordinatrice e consulente esperta al Punto di Ascolto Mobbing della Regione Fvg, a Trieste, ho deciso di avviare un progetto più organico per lavorare su due piani complementari. Da un lato, il Centro si rivolge, infatti, alle persone che vivono forme di disagio sul posto di lavoro offrendo un servizio gratuito di accoglienza, consulenze per l’identificazione del disagio vissuto e approcci specialistici (psicologico, legale, medico, sindacale).
In seconda battuta, è immancabile il contatto con aziende pubbliche e private per stimolare una visione di business che metta al centro la persona: laboratori e giornate di formazione con le figure apicali delle aziende sono parte integrante del nostro lavoro. Sono convinta che bisogna partire dal benessere personale e professionale perché le aziende possano garantirsi un futuro economico stabile. È necessario creare delle comunità lavorative.”

Entriamo nel merito dei malesseri provati da lavoratori e lavoratrici. Quali sono le forme di disagio più vissute?
“I due termini più diffusi sono il mobbing e lo stress correlato al lavoro, ma in realtà lo spettro linguistico è molto più ampio. Al Centro si affrontano altre forme di disagio come il di-stress – da distinguere dallo stress sano di cui abbiamo bisogno – e lo straining, una forma di malessere cugina prossima del mobbing, legata ad un clima organizzativo tossico che coinvolge l’azienda nella sua totalità. E poi ancora il burnout di cui si è parlato molto in pandemia, soprattutto con ricadute pesanti sull’universo professionale femminile. Un altro fenomeno molto attenzionato saranno, poi, le molestie sessuali – il cosiddetto ‘stalking aziendale’ – e tutte le forme di discriminazione. Ancora poco conosciuto è, infine, il whistleblowing: situazioni di frode, corruzione e irregolarità in azienda, rese note per la prima volta con il Presidente dell’Anac Raffaele Cantone, a seguito dell’apertura di un account di posta anonimo, per permettere alle persone di denunciare.
Per fortuna, ad oggi, esiste la legge n°179/2017 che tutela i dipendenti; si stanno facendo molti passi avanti. Nel nuovo Centro ci preme molto, infine, educare ad un linguaggio appropriato che differenzi le forme di disagio vissute: le parole giuste permettono di prendere maggiore coscienza della propria esperienza.”

Ma quanta consapevolezza c’è rispetto alle molestie sessuali o alle discriminazioni subite sul luogo di lavoro?
“Purtroppo ancora molto poca, mi dispiace ammetterlo. Abbiamo un grande lavoro da fare.  Non c’è abbastanza consapevolezza da parte di lavoratori e lavoratrici, ma soprattutto si vede quanto le persone accettino di vivere una condizione di disagio, come se fosse la normalità. Penso che questo sia ancora più grave. Pur di restare aggrappati al lavoro, si rischia di ammalarsi e non ci si può ammalare di lavoro.”

Guardando, invece, ai settori lavorativi. Si riscontrano maggiori forme di disagio in alcuni ambiti particolari?
“Dalla mia esperienza, posso dire che il comparto sanitario è stato ed è quello che sta soffrendo di più. Tra il settore pubblico e privato, poi, non ci sono differenze sostanziali. Maggiore è, invece, l’incidenza di forme di malessere lavorativo tra le persone di genere femminile, in particolare nella fascia d’età compresa tra i 35 e i 50 anni.”

Passiamo allo smart-working. Come è possibile riequilibrare un vissuto di isolamento analogo a quello della pandemia con i benefici di questa pratica?
“Credo che la flessibilità sia la parola chiave per governare il proprio lavoro al meglio, in termini di efficacia ed efficienza. Si dovrebbe concordare con i propri dipendenti, all’interno delle aziende, le modalità per gestire una parte del lavoro in smart-working.
Per questo il Centro intende lavorare con comunità lavorative e figure apicali in sinergia, abbiamo molti strumenti a disposizione. Penso che lo smart-working sia un modello eccellente e noi italiani abbiamo dovuto aspettare appena il covid per sperimentarlo – in altri Paesi era già una modalità acquisita da molto tempo. Mi sento, però, di dover sensibilizzare le donne lavoratrici perchè questa pratica rischia di diventare un appesantimento; il burnout da covid ha toccato di più, infatti, l’universo femminile a seguito di una perdita di cornici temporali nella quotidianità.

Esiste, invece, una correlazione tra ambienti lavorativi fortemente gerarchizzati e disagi lavorativi?
Strutture ed organigrammi piramidali sono le strutture più esposte a forme di disagio riscontrabili tra i lavoratori, ma questo non è sempre vero. Esistono anche le cosiddette ‘gerarchie illuminate’, dove si riconosce una leadership autorevole ma che è ampiamente riconosciuta; lì emerge molta apertura. Non si può generalizzare; mi sono ritrovata a lavorare con aziende che volevano essere ‘friendly’ con i propri dipendenti, ma non erano affatto ambienti sani a causa di conflittualità latenti; in altre aziende con una maggiore gerarchizzazione, invece, le comunità lavorative lavoravano in modo sereno.
Una leadership partecipativa ha sicuramente più effetto di una leadership autoritaria, i processi decisionali saranno più lunghi dove c’è una maggiore orizzontalità, ma una volta terminati, nella mia esperienza, danno risultati più stabili.

Arriviamo, infine ad una curiosità sul Centro. Si ispira a realtà già esistenti in Italia o all’estero?
“Sicuramente in Paesi come Francia, Germania, Spagna ed Inghilterra c’era un’attenzione particolare al tema del benessere sul luogo di lavoro, già dagli anni Ottanta. Tutto è partito dalla Svezia con lo psicologo Heinz Leymann e l’individuazione dei parametri per riconoscere il fenomeno del mobbing. Alcuni anni fa, inoltre, avevo fatto uno studio sugli Stati europei più sensibili al tema del benessere lavorativo, e l’Italia – ancora una volta fanalino di coda – era tra gli ultimi. Al momento, il nostro Centro di Ascolto è il primo in Regione”.

Il Centro di Ascolto per il Benessere Lavorativo si trova in via del Coroneo 5 – Trieste, nella sede del Centro Studi “Corrado Rossitto” di CIU Unionquadri che con Unipromos e il patronato ENAS l’ha istituito.

Il servizio gratuito è aperto il lunedì e il martedì dalle 10 alle 18 con orario continuato.

[m.p]

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