Manon Lescaut torna al Verdi per l’inaugurazione della stagione

10.11.2023 – 11:00 – C’è voluto il centenario dalla scomparsa di Giacomo Puccini per riportare al Teatro Verdi Manon Lescaut, assente dai cartelloni triestini dal 2007. Il capolavoro del compositore toscano ha battezzato la stagione di opera e balletto 2023-24 con un’inaugurazione curiosamente posposta rispetto alla prima recita vera e propria dopo che il debutto, previsto per il 2 novembre, è naufragato per le proteste sindacali delle maestranze che stanno agitando l’intero settore per via del rinnovo del contratto nazionale, fermo da oltre vent’anni. La serata di gala, con tutto il cerimoniale di protocollo, è stata dunque ri-calendarizzata con una nuova recita fuori programma sei giorni più tardi, anche se le contingenze hanno fatto sì che di inaugurazione in tono minore si trattasse, con la sala ben lungi dall’essere piena e il team registico assente agli applausi – o, forse, ai fischi – finali.

Infatti quello pensato da Guy Montavon per l’Opéra di Monte-Carlo, dove ha debuttato con la diva delle dive Anna Netrebko, è uno spettacolo “di regia”, un modo un po’ naïf ma utile per capirsi quando si parla di produzioni in cui la drammaturgia prescritta dal libretto viene scombinata con diversi gradi di audacia e coerenza. Nel caso specifico la parabola disgraziata di Manon Lescaut, la “cortese damigella” che lascia il giovane-povero per il vecchio-ricco e poi tradisce il vecchio-ricco per tornare dal giovane-povero, finendo ovviamente malissimo, prende una direzione inattesa a partire dal terzo atto. Se negli spettacoli di buona creanza Manon viene spedita in Louisiana insieme a un manipolo di prostitute, per poi morire di stenti nel deserto, Guy Montavon reinventa la storia, trasformando l’esilio in una prigionia imposta dallo stesso Geronte (cioè il vecchio), che chiude in gabbia la sua ex compagna con l’amante Des Grieux. Per Montavon, Geronte è dunque il burattinaio che muove i fili della vicenda. Lo disegna come uno scultore cocainomane, sadico e, manco a dirlo, schifosamente ricco, una sorta di leader carismatico di un circolo di fricchettoni invecchiati con il culto dell’arte e di se stessi. Manon non è che una delle tante opere accatastate nella sua collezione privata, una donna-oggetto che ha scelto, forse ingenuamente, di vendergli l’anima in cambio di tanti, tantissimi soldi. Quando i soldi non bastano più per acquietare il senso di noia e Manon cede alla passione, il vegliardo tradito punisce la sua infedeltà rinchiudendola in una cella d’isolamento dove si esala l’ultimo respiro davvero “sola e abbandonata”. È lo stesso Geronte, cui nel terzo atto sono affidati anche gli interventi degli ufficiali (che da partitura e libretto sarebbero destinati a interpreti diversi), che ne determina la sentenza, mentre le altre ragazze vengono battute all’asta come pezzi di carne umana a uso e consumo delle perversioni di questa disgustosa high society che lo attornia. Manon dunque non spira “in landa desolata” ma in una gabbia di plexiglass, con l’amato Des Grieux costretto a guardarla morire, inerme, prima di riconquistare la libertà.

Evidentemente il problema della produzione non è il deragliamento rispetto ai dettami del libretto, almeno non lo è per chiunque viva nel 2023 e abbia una vaga idea di cosa succede nei teatri da almeno cinquant’anni a questa parte, ma la coerenza interna della proposta. E la coerenza qui vacilla, o meglio, in molti punti l’azione fa a pugni col testo. C’è poi una questione di cui molti registi sembrano non volersi accorgere. Giocare con la drammaturgia è una risorsa potenzialmente utile ma delicata e rischiosa che va adoperata a patto che l’opera nel complesso ci guadagni. È una legge di trade-off non scritta, un patto implicito col pubblico il quale è (spesso) disposto ad accettare qualche forzatura se sul piatto c’è qualcosa di succulento in cambio. Il ribaltone predisposto da Montavon invece non aggiunge molto alla definizione dei personaggi o della trama, salvo calcare la mano sull’egolatria e sulla furia vendicativa di Geronte.

Ciò premesso e fatta la tara dei difetti, a gusto di chi scrive, lo spettacolo nel complesso ha una sua forza e funziona. Certo, bisogna sottoscrivere le regole del gioco e scendere a compromessi con le storture, che poi sono quelle tipiche del Regietheater più o meno cervellotico, e con gli innegabili limiti oggettivi della realizzazione, ma se non altro le elucubrazioni del regista sviluppano il dramma in una direzione che mantiene la tensione e la curiosità accese fino alla calata del sipario e scansano un pericolo esiziale per una serata all’opera: il tedio e la prevedibilità. In quest’ottica, piacciano o meno, scene (Hank Irwin Kittel) e costumi (Kristopher Kempf) sono funzionali a caratterizzare i caratteri e il contesto. Al di là degli esiti di questa Manon Lescaut, su cui è giusto e sano discutere, merita un applauso la scelta della direzione artistica del Verdi di puntare su una proposta audace e tutt’altro che rassicurante. Nel panorama attuale esistono anche gli spettacoli così, anzi, sono una porzione sostanziale del totale e un teatro ha il dovere di darne conto.

Manon Lescaut
Foto Fabio Parenzan

Passando alla musica, la trionfatrice della serata è stata la protagonista, la quale si è guadagnata anche un paio di ovazioni a scena aperta. Lana Kos è una Manon Lescaut d’impronta più lirica che lirico-spinta – per farla semplice, ha una voce dal volume non esondante – ma dai mezzi tecnico-espressivi sorprendenti. Canta molto bene, con la giusta morbidezza e timbratura ad ogni altezza, è molto fine nel cesellare la parola e passa l’orchestra agevolmente, caso unico nella serata di cui si dà conto. È poi capace di compensare quel poco che le manca in termini di peso specifico con un temperamento drammatico all’altezza di cotanto personaggio, che è ben arduo da sviluppare nel suo intrecciarsi di slanci romantici, capricci adolescenziali e inquietudine tragica. È più ordinario, ancorché solido, il Des Grieux di Roberto Aronica, il quale firma una prova in crescendo. Dopo un primo atto pallido, acquista progressivamente brillantezza e incisività in corso di recita arrivando a firmare una seconda parte di serata notevole. Fernando Cisneros, Lescaut, ha uno strumento di gran qualità, soprattutto in termini di colore e rotondità, che andrebbe ancora un po’ lavorato nel registro acuto. Fa invece fatica, almeno dal punto di vista vocale, Matteo Peirone (Geronte di Ravoir), che di fatto è il coprotagonista e deus ex machina della produzione. Il giovane Paolo Nevi, Edmondo, ha bisogno di maturare ancora un po’ mentre è ottimo l’apporto di Nicola Pamio, anch’egli impegnato in più parti ma soprattutto in quella di scagnozzo-tirapiedi onnipresente di Geronte.

Anche dalla buca arrivano delle risposte positive, sia per quanto riguarda l’Orchestra del Verdi, che si conferma compagine sensibile e affidabilissima nel repertorio specifico, sia per la direzione di Gianna Fratta, che firma una prova molto concreta e intelligente. La maestra tiene bene in mano il palco, che non sgarra mai di una semicroma, e infonde alla narrazione una tensione serrata ma il giusto varia, senza perdere mai il senso del dramma o accartocciarsi in inutili leziosismi. È in buona forma anche il coro di casa preparato da Paolo Longo. Successo molto caloroso per tutta la compagnia a fine spettacolo. Repliche fino al 12 novembre, per maggiori dettagli è possibile consultare il sito del Teatro Verdi di Trieste.

(p.l.)

Manon Lescaut

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