Civico Monte di Pietà, la storia del palazzo-fortezza di Trieste

12.08.2023 – 07.01 – Passeggiando lungo Corso Umberto Saba, si giungerà sino a piazza della Legna, poi Goldoni; qui lo sguardo viene attirato dal giallo edificio un tempo sede de Il Piccolo e, naturalmente attratto dall’antico richiamo del colle di San Giusto, apparirà spontaneo dirigere i propri passi verso la Scala dei Giganti. Il via vai delle automobili e degli autobus non nasconde, in questa sezione, le fauci un po’ gotiche, un po’ tenebrose della Scala che s’inerpica sul colle. Proprio prima d’iniziare la salita, ci si volta a destra; ed ecco profilarsi un edificio alto e turrito, tutto sigillato di inferriate, grate e sbarre. Lo stile architettonico è storicista, con una netta influenza greca; l’apparenza semplicemente maestosa. Eppure si avverte, scrutandolo, un senso di ‘chiusura’, di chiavi girate e serrature chiuse a doppia mandata. Forse un carcere, forse una banca. Il viso risale le colonne ioniche, sfugge ai ruggiti dei volti leonini e infine coglie una scritta, scolpita nel marmo: ‘Civico Monte di Pietà‘.

Il Civico Monte di Pietà, essendo luogo dove essenzialmente si depositano pegni in cambio di un prestito, riassume in sé la funzione di deposito di beni preziosi e, nel contempo, di banca; non a caso dalla fine dell’ottocento i Monti di Pietà scomparvero a favore delle Casse di Risparmio. Vi è pertanto una funzione di tesoreria ben pronunciata, connessa alla necessità di custodire – solitamente per un anno – grandi quantità di beni di grande valore, con un’attenzione particolare alla catalogazione del bene per la sua restituzione (il ‘pegno’). Luogo dunque doloroso, il Monte di Pietà; severa istituzione che si riflette nel suo tessuto architettonico, ‘chiuso’ ad ogni aggressione esterna.
Molti Monti di Pietà scomparvero a seguito della dominazione napoleonica, spesso precludendo la trasformazione in istituti bancari o, per l’appunto, in Casse di Risparmio. Il caso triestino mantenne l’istituzione, ‘doloroso’ luogo dove le famiglie portavano i propri sparuti averi; il caso classico del gioiello di famiglia, tramandato di generazione in generazione, donato per ottemperare a un debito e poi riottenuto in tempi economicamente migliori.
Collocato presso l’ex ospedale comunale sul colle di san Giusto dal 1846, il Monte di Pietà venne trasferito in via Silvio Pellico n. 3 tra il 1902-05, con un’operazione architettonica tanto ambiziosa, quanto complessa. Il Monte di Pietà ricevette infatti un edificio moderno e austero, in linea con le tendenze storiciste del periodo.

La discussione sullo spostamento del Civico Monte di Pietà dall’originaria sede a San Giusto prese il via dal 18 gennaio 1895, quando il Consiglio Municipale iniziò a discutere sulla possibile collocazione. Cinque anni dopo, il 19 luglio 1900, la Delegazione municipale responsabile sceglieva di acquisire un fondo incuneato tra via della Fornace e Piazza della Legna; una scelta che è lecito ipotizzare fosse connessa all’apertura, con annesso tram, di Galleria de Sandrinelli del 1907.
L’anno successivo l’ingegnere Giorgio Polli, incaricato della realizzazione, visitava dietro richiesta comunale i Civici Monti di Pietà rispettivamente di Vienna, Graz e Lubiana.
Le discussioni del Consiglio Municipale dell’anno successivo, il 1902, delineano la struttura del nuovo Monte di Pietà: cinque piani, di cui uno semi sotterraneo adibito a deposito; ascensori, un impianto di illuminazione elettrico e un impianto di riscaldamento. Un palazzo moderno, in linea con quanto Polli aveva sperimentato nel suo viaggio.
Il piano terra ospitava la sala d’incanti e gli uffici; il primo piano presentava invece il deposito dei pegni preziosi; secondo e terzo piano ulteriori depositi, oltre all’abitazione del custode e del direttore.
Il progetto inoltre dedicava speciale attenzione all’impianto antincendio e generalmente alla sicurezza dei depositi.
I lavori, tra fasi alterne e diverse correzioni in fase d’opera, continuarono fino al 1905.

L’edificio si presenta oggigiorno, con riferimento al prospetto verso via Silvio Pellico, con un corpo centrale composto di gigantesche lesene ioniche, culminanti con l’immensa epigrafe di pietra. La parte principale viene poi affiancata da due avancorpi con balaustre. L’architettura viene definita ‘degli stili storici’, secondo la definizione della studiosa Gloriana Brizzi, con forti influenze greche. Però l’impatto generale è massiccio, turrito; una fortezza più che un tempio, verrebbe da osservare. Le pesanti inferriate ad ogni finestra e pertugio, scudettate con l’alabarda triestina, erano state richieste dal Monte di Pietà per tutelare la sicurezza del sito. Il fonditore era Thomas Holt, degli hangar di via Gambini; i fabbri appartenevano invece alla ditta Sullugoi. La muratura, dietro richiesta dell’ing. Giorgio Polli, era di pietra calcarea d’Istria.
L’autore non ha avuto modo di visitare gli interni; questi dovrebbero presentare un gruppo scultoreo di Giovanni Mayer raffigurante La Pietà e delle decorazioni pittoriche all’epoca affidate al Curatorio del Museo Revoltella.
La pavimentazione del vestibolo presentava invece uno schema di “quadrelli di vetro retinati”.
Gli arredi di legno e i mobili provenivano infine da una delle migliori ditte di Trieste, la ‘Giuseppe Cante‘.

Fonti: Federica Rovello, Trieste 1872-1917: guida all’architettura, Trieste, Mgs press, 2007

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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