08.10.2022 – 07.01 – La storia dell’arredamento triestino tra ottocento e novecento è indissolubilmente legata, tra le tante realtà imprenditoriali della Trieste asburgica, alla fabbrica e/o falegnameria Giuseppe Cante. Una storia, quella degli arredi, che dovrebbe affiancare il settore dell’arte, dell’architettura, della pittura; in altri paesi europei infatti le arti applicate hanno un luogo d’onore accanto a quelle cosiddette ‘maggiori’. Pensiamo a paesi dalla forte tradizione artigianale come l’Inghilterra e passando, all’Europa continentale, l’Austria e la Germania. Il dramma di molti caffè e pasticcerie storici triestini è ripetutamente connesso all’assente vincolo sui mobili: a quale pro preservare una gelida facciata di pietra se poi ne distruggiamo i caldi interni? Appare priva di senso la conservazione dell’immobile senza i mobili, di quella farmacia storica senza il bancone di legno, di quella pasticceria anni Venti senza le iconiche sedie, di quella pittoresca locanda senza l’insegna dipinta a mano. È un piccolo, ma gentile mondo caratterizzato dall’amore per la cosa bella, per l’oggetto artigianale realizzato con finezza di bulino, con un colpo di cesello.
Probabilmente nessun altro movimento artistico ha saputo abbattere meglio la distinzione tra arti applicate e ‘maggiori’ del movimento liberty, a Trieste declinato nella chiave della Secessione Viennese. L’art nouveau desidera, pretende un’arte accessibile a tutti; e grazie alle innovazioni di inizio ‘900 in campo industriale garantisce prodotti a prezzo accessibile. Il rischio di un abbassamento qualitativo, di una produzione puramente di serie – anatema ad esempio di imprenditori neo medievali quali William Morris – viene però contrastato con un’accresciuta formazione degli artigiani. L’autore del ‘pezzo’, del mobile si avvale delle ultime novità della tecnica, ma riceve ancora una formazione squisitamente artistica, è ancora improntato a guardare l’oggetto come forma d’arte e non come prodotto di serie.
È in altre parole un operaio con una formazione di artigiano e, se vogliamo, di artista; un unicum per i successivi movimenti novecenteschi, disinteressati a comunicare all’operaio l’orgoglio di quanto produce, dell’oggetto ‘bello’.
La storia della falegnameria in questione nasce con Carlo Cante (1822-96) che inaugura una falegnameria a Trieste nel 1848, nell’attuale Largo Barriera; ha un buon successo, spostandosi poi nell’odierna via Vasari. Nel 1866 Carlo Cante realizza le porte, le finestre e gli arredi della Farmacia Serravallo in Piazza Cavana; nel 1868 vince la medaglia d’argento per una ‘lettiera con sgabelli’ durante l’Esposizione Artistico-Industriale; nel 1882 un’altra vittoria con ‘un tavolo da pranzo con sei sedie e una dispensa’ all’Esposizione Industriale-Agricola austro-ungarica. Oggetti pertanto umili, oggigiorno definiti miseri, ma trattati dal falegname Carlo con pari dignità di un trono regale.
La falegnameria cresce, aumentano commissioni e operai; nel 1892 viene trasferita tra l’odierno Tempio Israelitico e il Caffè San Marco, in corsia Stadion (oggigiorno Via Battisti).
L’industria Cante adopera all’epoca 150/200 operai, all’interno di uno spazio di 1800 metri quadri, con diversi settori specializzati, dagli ‘stipettai’, ai ‘parchettisti’, agli ‘intagliatori’, ai tornitori, ai carpentieri.
Il passaggio a un’arredamento liberty, caratterizzato dallo stile floreale, avvenne però con i fratelli Carlo e Giovanni Cante. Sotto la loro guida l’industria si sviluppò perseguendo uno stile ondulato e aggraziato, con influenze neo-rococò e Luigi XVI; permane, nel caso triestino, un influsso storicista assente nei territori austro-tedeschi.
Giovanni frequentò a lungo La Scuola Triestina di Disegno, successivamente divenendo ‘capomastro’ a Graz; la sua fu una carriera essenzialmente didattica, formando generazioni di artigiani fino agli anni Trenta.
Nel 1900 ebbe modo di visitare l’Esposizione Universale di Parigi, rimanendone profondamente suggestionato; il 21 giugno 1901 presentò infatti alla Delegazione municipale di Trieste una relazione “in merito alle opere di decorazione e ammobigliamento di edifici all’Esposizione di Parigi”.
A seguito dell’esperienza francese, Giovanni Cante inventò una tipologia di vetrine con cornice in legno e saracinesche avvolgibili in ferro; i negozianti ne andarono pazzi e rappresentano tutt’oggi un elemento inconfondibile di tutte le attività ‘storiche’ di Trieste. La ragione era tra le più banali, ovvero il negoziante poteva finalmente esporre le merci in vetrina. Si deve pertanto all’industria Cante un elemento fondamentale della Trieste emporiale; a sua volta in debito con le mode parigine.

Il figlio minore Giuseppe Cante, dopo aver frequentato anch’egli La Scuola Triestina di Disegno, si dedicò a modernizzare la falegnameria con l’inserimento dei primi macchinari. L’industria venne presto spostata a Chiadino, a causa delle lamentele degli abitanti di Corsia Stadion (i macchinari erano alquanto rumorosi!). La piccola industria attraverserà nella prima metà del novecento diversi incendi che la raderanno di volta in volta al suolo; ma l’aspetto rimase pressoché identico ogni volta. La facciata presentava il primo piano di mattoni e il secondo piano con quattro paraste con decorazioni liberty, ciascuna con un portone, una finestra a parte e tre piccole finestre soprastanti. La suddivisione della facciata rifletteva quella degli spazi interni; alla sommità c’era la scritta su pietra bianca “FABBRICA MOBILI G. CANTE SERRAMENTI E PORTALI”.
Una successiva ricostruzione nel 1912 incorporava nella facciata, con alcune variazioni rispetto alle versioni precedenti, anche la raffigurazione delle Medaglie vinte alle Esposizioni dalla ditta.
Tra le tante commissioni ricevute dalla fabbrica, solitamente incaricata da locali e negozi, ricordiamo il ‘Bar americano‘ (1905) nella casa Treves; il Monte di Pietà di via S. Pellico; i serramenti di Palazzo Artelli (1906); il salone per barbiere Moderian, di via Vienna; il nuovo portone d’ingresso e le nuove vetrine per i negozi di Corsia Stadion 27 (di fronte al Caffè San Marco); e infine, naturalmente, il bancone massiccio del Caffè San Marco stesso, all’alba della Prima Guerra Mondiale (1913).
Probabilmente il maggiore conseguimento dell’industria Cante rimarrà la realizzazione delle tribune, del totalizzatore e della terrazza con chiosco dell’Ippodromo di Montebello. Era una bella costruzione in stile liberty che si conserverà sino al secondo dopoguerra, prima di essere sostituita dal ‘nuovo’ imperante.
Fonte: Trieste liberty: costruire e abitare l’alba del Novecento, a cura di Federica Rovello, Michela Messina, Lorenza Resciniti, Comune di Trieste Area Cultura Civici musei di storia ed arte, Ordine degli architetti pianificatori paesaggisti e conservatori della provincia di Trieste
Mostra tenuta a Trieste nel 2011.
[z.s.]


