03.03.2023 – 07:00 – Se è vero che nel ricordare i caduti è ignobile fare distinzioni tra morti cosiddetti di “serie a” e morti cosiddetti di “serie b”, è inspiegabile come oggi, pochi, o quasi nessuno, ricordi la tristissima vicenda passata alla storia con il nome di Eccidio di Kindu, nel quale, nel 1961, 13 fratelli italiani, aviatori dell’Aeronautica Militare, persero la vita in Congo dopo aver portato nel cuore della Nazione, cibo, viveri e rifornimenti. In quei anni, il Congo stava attraversando uno dei periodi più bui e violenti della sua storia. Terminato nel 1960 il dominio politico della corona belga, infatti, il Re Leopoldo II aveva lasciato il Congo in un assoluto caos sociale, politico ed amministrativo. L’instabilità del Paese fu cavalcata da diversi attori internazionali i quali, fomentando storici odii tra popolazioni locali, miravano a controllare le innumerevoli risorse agrarie e minerarie del territorio africano favorendo la secessione del Katanga, la più ricca provincia congolese, contenitore di grandi giacimenti minerari. Le fazioni in lotta erano tre, quella del presidente Joseph Kasa-Vubu, con le truppe comandate dal generale Mobutu che controllavano le regioni occidentali; quella lumumbista di Antoine Gizenga, con le truppe del generale Lundula (sostenute dall’URSS) che controllava le province orientali, e quella katanghese di Moise Ciombe, con i gendarmi sostenuti dai mercenari del Belgio. La guerra era scoppiata un mese dopo l’indipendenza a causa dell’uccisione di Patrice Lumumba, ex primo ministro che aveva tentato di liberare il paese dalle ingerenze esterne. Mandante dell’omicidio era stato Moise Ciombe, leader della provincia del Katanga, appoggiato dal presidente della repubblica Joseph Kasa-Vubu e dal capo delle forze armate Joseph-Désiré Mobutu, il quale avrebbe in seguito retto le sorti del paese come dittatore per circa quarant’anni. Sanguinose vicende tra fazioni provocarono dall’agosto 1960 l’intervento dei caschi blu (soldati delle forze internazionali di pace dell’ONU) con la “Missione ONUC”, durata 4 anni e pianificata con lo scopo di assicurare il ritiro delle forze belghe ed assistere il governo locale nell’instaurare una situazione d’ordine.
Due equipaggi dell’Aeronautica Militare Italiana a bordo di due velivoli bimotore da trasporto tattico C-119, in volo per portare rifornimento alla piccola guarnigione malese dell’ONU, la quale controllava l’aeroporto militare di Kindu, ai margini della fortesta equatoriale, l’11 Novembre del 1961 dovettero fare scalo per scaricare i viveri, rifocillare gli aviatori e ripianificare il viaggio di ritorno in Italia. Purtroppo, la zona di Kindu era sconvolta da mesi dal passaggio delle truppe della Repubblica libera del Congo provenienti da Stanleyville e dirette nel Katanga, milizie i cui componenti erano spesso ubriachi, indisciplinati e dediti a fare razzie ai danni della popolazione locale. Da diversi giorni, inoltre, in città si era sparsa la voce che fosse imminente l’arrivo in loco di alcuni paracadutisti mercenari belgi al soldo del regime di Ciombe. I due C-119 comparvero nel cielo della cittadina poco dopo le 14:00 e, dopo aver fatto alcuni giri sopra il centro abitato in attesa che la pista fosse pronta ad accoglierli, atterraronoi. I due grossi velivoli militari italiani, furono scambiati erroneamente per i mezzi dei paracadutisti belgi e ciò scatenò la reazione dei soldati della RLC di stanza a Kindu. Diverse centinaia di uomini si recarono a bordo di camion all’aeroporto dove in quel momento i tredici aviatori italiani stavano mangiando, assieme ad una decina di ufficiali del presidio malese, alla mensa dell’ONU allestita all’interno di una villetta ad un chilometro dalla pista. Poco dopo le ore 16:00, i congolesi fecero irruzione nell’edificio, picchiando gli occupanti della mensa ed accanendosi in particolar modo sugli italiani, i quali, di pelle bianca, furono scambiati per belgi. Inutili furono i tentativi del comandante malese Maud di spiegare quale fosse la reale situazione. Il tenente medico Francesco Paolo Remotti, per fuggire alle violenze, tentò di trovare riparo all’esterno della villa uscendo da una finestra aperta; tuttavia fu rapidamente raggiunto dai congolesi e massacrato a colpi di calcio di fucile. A mezz’ora circa dall’inizio della folle violenza, altri 300 uomini delle milizie congolesi, guidati dal colonnello Pakassa, raggiunsero l’aeroporto e, con rinnovata violenza, caricarono su alcuni veicoli gli sfortunati aviatori italiani i quali dovettero farsi carico della salma del loro compagno ucciso pochi minuti prima. Portati presso la prigione cittadina, mentre il maggiore Maud e il suo vice discutevano se fosse meglio trattare il rilascio pacifico degli italiani o eseguire un blitz per liberarli, quella notte giunsero all’aeroporto di Kindu il generale Lundula e alcuni funzionari dell’ONUC. Il gruppo cercò di contattare il comando del presidio per avviare un canale di trattative, ma il tentativo fallì e il generale ebbe l’impressione che gli ufficiali congolesi avessero ormai perso del tutto il controllo sui loro uomini. Nella notte, i soldati congolesi fecero irruzione nella prigione e, senza remore, uccisero tutti e 12 i prigionieri italiani a colpi di mitra. Terminato il massacro, le milizie abbandonarono l’edificio lasciando al custode della prigione il compito di sistemare le celle. Quest’ultimo, temendo inutili ripercussioni con riti tribali sui cadaveri degli aviatori, decise di caricarli a bordo di un camion e di trasportarli nella foresta gettandoli in una fossa comune.
Per molti giorni, degli equipaggi dei due C-119 “Lyra 5” e “Lupo 33”, nessuno ebbe più notizie e lo stesso comando delle truppe ONU temporeggiò per evitare di scatenare una rappresaglia contro gli italiani, senza sapere che questi erano già stati uccisi. Alcune settimane dopo, il custode della prigione si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti da tempo a Kindu i quali riuscirono a ricostruire sommariamente le circostanze dell’eccidio e a contattare le autorità ONU per pianificare il recupero dei corpi. Nel febbraio del 1962, un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato dai caschi blu etiopi e accompagnato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata quali il tenente colonnello Picone e il maggiore Poggi, raggiunsero la fossa comune dove erano stati seppelliti gli italiani. Trasportate le salme all’aeroporto di Kindu, furono imbarcate su un C-119 della nostra Aeronautica Militare e inviati a Leopoldville, da dove rientrarono in Italia a bordo di un C-130 della USA Airforce.
I 13 aviatori italiani uccisi furono: il maggiore pilota Amedeo Parmeggiani (43 anni), il sottotenente pilota friulano Onorio De Luca (25 anni), il tenente medico Francesco Paolo Remotti (29 anni), il maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani (42 anni), il sergente maggiore montatore Silvestro Possenti (40 anni), il sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci (27 anni), il sergente marconista Francesco Paga (31 anni), il capitano pilota Giorgio Gonelli (31 anni), il sottotenente pilota Giulio Garbati (22 anni), il maresciallo motorista Filippo Di Giovanni (42 anni), il sergente maggiore montatore Nicola Stigliani (30 anni), il sergente maggiore elettromeccanico di bordo Armando Fausto Fabi (30 anni) ed il sergente maggiore marconista Antonio Mamone (28 anni). Oggi riposano presso la Cappella Sacrario ai Caduti di Kindu costruita presso l’aeroporto militare San Giusto, di Pisa. Nel 1994 fu riconosciuta alla loro memoria la medaglia d’oro al valor militare.


