28.01.2023 – 09.18 – C’è l’economia, c’è la politica, ci sono i Social network. Bere vino fa male: neppure un bicchiere nella vita, mi raccomando, e nessuna bevanda alcolica: solo una buona bottiglia di politica, novella o d’annata, di tanto in tanto. E ci sono i vermi al posto della pasta: le proprietà nutrienti di alcuni insetti si trasformano nella busta di lombrichi al posto degli strozzapreti freschi, con sopra una buona etichetta di politica. Grassi: no. Sale: neppure, niente carne rossa e niente formaggi. Poi passa sullo sfondo anche Steve Jobs, che è morto nonostante la dieta fruttariana, che proprietà curative per il tumore al pancreas purtroppo non ne ha, e anzi causa pesanti deficienze vitaminiche e di minerali. Se esagerate con la frutta, non solo il pancreas non lo mettete a posto, ma sarà la frutta stessa a portarvi alla pancreatite. E quindi, che ci facciamo, con la pasta fatta con i vermi? Da ieri 26 gennaio 2023, infatti, le larve del verme della farina minore, Alphitobus Diaperinus, potranno essere commercializzate in tutta l’Unione Europea come nuovo alimento, e c’è anche la farina di grilli, ci sono altri “novel food” fatti d’insetti. Telegram e Facebook esplodono: i canali di comunicazione alternativa, quelli del “no-tutto” fatti anche di scie chimiche e di 5G, si riempiono d’anatemi. Senza addentrarci nelle modalità di preparazione della pasta ai vermi suddetta (che fatta di vermi, naturalmente, non è), o negli intenti di altre nazioni che hanno una politica, bontà loro, diversa dalla nostra, e alle quali il Made in Italy non piace perché, comprensibilmente, preferiscono un “made in qualche altra parte” – e in fondo la guerra (commerciale in questo caso, per fortuna) è una continuazione della politica con altri mezzi – proviamo a ragionare in maniera analitica.
Insetti a pranzo sì, o insetti no? Se pensiamo che mangiare insetti sia cosa recentissima, da fantascienza o da pazzi, potremmo star sbagliando alla grande: in tutto il corso della loro storia, da quando lanciarono simbolicamente in aria l’osso scopertosi arma, donne e uomini si sono sempre cibati di insetti, e molte culture lo fanno ancora oggi. Uomini e donne erano cacciatori-raccoglitori, lo sappiamo da tempo: quel ‘cacciatori’ ci fa ricordare che tutti, fino a circa 12mila anni fa, quando si trattava di mangiare non andavamo per il sottile, e la carne non ci faceva affatto né male, né ribrezzo: l’agricoltura è recente, la dieta vegana è legittima e apprezzabile per chi la preferisce ma è invenzione dell’oggi e per nulla naturale. Per il resto del pranzo, al tempo delle nostre origini, dopo aver cacciato (forse a vuoto) ricorrevamo a quello che trovavamo per terra, fra i cespugli o su qualche albero: insetti compresi. Gli entomologi hanno suggerito, in maniera autorevole, che avessimo imparato a farlo osservando gli altri animali. I romani (e più italiani di così) mangiavano insetti: Plinio il Vecchio, in “Naturalis Historia”, scrisse dell’abitudine di mangiare larve impanate bevendo vino, e di larve parlò anche Aristotele. Nel deserto del Vecchio Testamento si sopravviveva con le locuste; gli indiani americani non passavano il tempo solo fumando il calumet ma mangiavano anche gli insetti, solitamente arrostiti, e i pionieri bianchi che provarono scrissero che erano buoni. Le cavallette contengono fino al 60 per cento di proteine e solo un 6 per cento di grassi: la tradizione umana di cucinare insetti, oltre a essere molto antica, non è solo africana e men che meno, dati Plinio e Aristotele, solo cinese (dell’apprezzamento degli insetti in Giappone e in Thailandia, si sa). Non si mangiano tutti gli insetti, naturalmente: del resto, non mangiamo le bacche velenose, ma solo quelle buone, e “poison apple”, “mela avvelenata”, stava per “pomodoro”, che non è nativo dell’Europa e che oggi noi amiamo (senza pomodoro non esisterebbe la dieta mediterranea), ma che un tempo temevamo. Gli insetti sono rimasti sempre un cibo proibito solo negli Stati Uniti. Lo erano anche in Europa, si dirà (eppure si mangiano gli scampi, che sono artropodi e gli insetti li ricordano abbastanza, anzi diciamo che, assieme ai ragni, sono della stessa famiglia), ed è vero, ma in quella recente, perché i Celti gli insetti li mangiavano. Una possibile spiegazione è il fatto che gli insetti, gli orti e i campi degli europei divenuti agricoltori, se li pappavano a loro volta, e da fonte di sostentamento sono diventati nei secoli oggetto d’odio.
Domani mangerò insetti? Non credo, probabilmente no, preferendo da parte mia sempre una buona pasta con olio e pomodoro; ma perché escluderlo, in fin dei conti trent’anni fa il sushi triestino al tavolo del Viale XX Settembre era ignoto, e oggi ci piace tanto quanto la jota. Ciò che scegliamo di mangiare è frutto della nostra cultura, e la cultura è un insieme di molte cose: cose che cambiano. Oggi a odiarli, gli insetti, è la politica (nostrana), e ha le sue buone ragioni (economiche): per l’Italia non combattere per i propri prodotti genuini sarebbe miope, di fronte al potere industriale di altri paesi che sanno molto bene come le “fattorie” per la produzione di insetti siano di gran lunga più efficienti degli allevamenti (la resa in carne di un allevamento che va sul mercato è di circa il 10 per cento, tagliato con l’accetta; quella degli insetti arriva quasi al 50 per cento, e serve anche meno energia). Questo, capire possiamo, e se si vuole si può anche esser d’accordo. Altre ragioni, a volte in cerca di spiegazioni, anche stavolta le capiamo meno.
[r.s.]


