Medio Oriente, il ritorno della storia. Ambizioni imperiali, nuovi assetti e vecchie illusioni – PRIMA PARTE

06.11.2025 – 16.45 – Diversi analisti internazionali, nel tentativo di comprendere la strategia statunitense in Medio Oriente, hanno individuato analogie con la famosa Dichiarazione Balfour del 1917 che, come noto, si rivelò causa di grandi cambiamenti nel corso del ventesimo secolo. L’argomento appare oltremodo interessante, anche in relazione ai possibili sviluppi diplomatici, commerciali e, quindi, di politica economica globale che ne potrebbero derivare. La tematica, inoltre, risulta di grande attualità anche per l’Italia, non solo in quanto tali dinamiche insistono in quello che un tempo lontano era chiamato il “Mare Nostrum”, ma anche perché le scelte future determineranno inevitabilmente ricadute politiche, economiche e diplomatiche che coinvolgeranno direttamente il nostro Paese, motivo per cui Washington osserva con grande attenzione la situazione.

La dichiarazione Balfour: una visione storico-politica

Barbara Schirato, analista di SPI, ricorda che questa “Dichiarazione” del 1917, in realtà, era contenuta in una lettera inviata dal Ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese e del movimento sionista, in relazione alla futura spartizione dell’Impero ottomano a seguito della Prima guerra mondiale. In estrema sintesi, la Gran Bretagna si impegnava a supportare l’istituzione di una national home per il popolo ebraico in Palestina, nel rispetto delle comunità non ebraiche presenti nella regione. Ricordiamo che, a quel tempo, gli ebrei in Palestina rappresentavano poco più del 10% della popolazione: circa 60.000 ebrei a fronte di più di 600.000 arabi. Malgrado ciò, il Regno Unito scelse di riconoscere il diritto di autodeterminazione nazionale a un’incontestabile minoranza.

Lo scrittore e filosofo ungherese, successivamente naturalizzato britannico, di famiglia ebraica ashkenazita, Arthur Koestler, riassunse la situazione venutasi a creare nel 1917 con un brillante gioco di parole: “C’era una nazione che promise a un’altra nazione la terra di una terza nazione”. Le ragioni di tale decisione britannica sono state, e continuano a essere, dibattute dagli storici senza però trovare una risposta univoca e condivisa: se inizialmente la presa di posizione di Lord Balfour fu ritenuta un gesto disinteressato, dettato da un romanticismo biblico, ovvero dalla volontà di restituire a un popolo troppe volte oppresso la propria patria ancestrale, i resoconti successivi si focalizzarono principalmente sull’analisi delle finalità concrete della realpolitik britannica.

La ricerca della supremazia nel confronto franco-britannico

Merita evidenziare, infatti, che tale dichiarazione seguiva l’accordo diplomatico noto come “Sykes-Picot”, firmato segretamente da Gran Bretagna e Francia il 16 maggio 1916, con cui le due potenze avevano pianificato la spartizione del Medio Oriente. In tale cornice, il territorio della Palestina interessava a entrambe, poiché rappresentava una via di comunicazione importante fra la Gran Bretagna e le sue colonie in Estremo Oriente. In questo contesto, l’appoggio inglese al progetto sionista, secondo alcuni storici, può essere letto come il desiderio di Londra di garantirsi una presenza preponderante in Palestina, volta a una progressiva marginalizzazione di Parigi. Inoltre, il documento assunse una valenza vincolante dopo che fu scelto di allegarlo ufficialmente, nel 1922, al mandato britannico sulla Palestina sancito dalla Società delle Nazioni.

Immediatamente ed inevitabilmente emerse l’ambiguità contenuta nel testo della dichiarazione: la Gran Bretagna sosteneva di appoggiare la creazione di un territorio nazionale, ma non di legittimare uno Stato indipendente a scapito degli Stati protettori o delle nazioni che già occupavano il territorio. Tuttavia, agli occhi del mondo ebraico, la Dichiarazione Balfour segnò l’inizio di migrazioni massicce, legalmente autorizzate e non, nei territori della Palestina, che proseguirono durante tutto il Novecento. Un passaggio fondamentale, una complessità non risolta.

Il nuovo ordine regionale: una lettura difficile

In merito, Ram Liran, professore di storia alla Hebrew University di Gerusalemme, senza mezzi termini ha recentemente affermato che la Dichiarazione Balfour si inserisce in una chiara strategia britannica nel tentativo di creare un ordine post-Prima guerra mondiale che garantisse le rotte commerciali tra Oriente e Occidente e stabilizzasse il sistema globale emergente. Questa lettera di Balfour, afferma sempre Liran, smaschera un modello occidentale ricorrente: “il tentativo di imporre nozioni esterne di ordine, stabilità e scopo morale a una regione che vi resiste”. La stessa logica che ha plasmato la Gran Bretagna di Balfour sembra riecheggiare ancora oggi nella ricerca di Washington di un “nuovo Medio Oriente”. Proprio come in passato, tali sforzi rischiano di produrre l’instabilità che mirano a prevenire.

Negli ultimi anni, come ben sappiamo, la Dichiarazione è tornata al centro del dibattito pubblico in Occidente, non certo come una promessa, ma come un simbolo. Nei campus universitari e nella società civile, è diventata spesso sinonimo di “colonialismo sionista”, rappresentando un’accusa morale sia al passato imperialista della Gran Bretagna sia alla presenza moderna di Israele. Queste semplificazioni, estrapolate dal contesto storico, non appaiono realistiche e quelle dichiarazioni di allora non possono certamente essere ricondotte alle dinamiche attuali. Ricordiamo che, all’epoca, il documento in esame era parte di un dibattito morale e geopolitico franco-britannico su come stabilizzare un ordine mondiale collassato dal conflitto in corso e dal probabile crollo degli imperi.

Merita evidenziare, inoltre, che allora i politici britannici ritenevano di essere impegnati in una sorta di missione civilizzatrice. Influenzati dalla filosofia idealista dominante nella Gran Bretagna di inizio Novecento, vedevano l’Impero non solo come uno strumento di potere, ma come un’impresa morale. Lo consideravano una comunità di nazioni in via di sviluppo sotto una guida illuminata. La Dichiarazione Balfour rifletteva anche questa visione del mondo: non prometteva la sovranità immediata al popolo ebraico, ma lo riconosceva come una “comunità storica” con un potenziale morale per un futuro sviluppo politico sotto la supervisione britannica. Non a caso, infatti, tale filosofia venne applicata al complesso sistema dei mandati che seguì il conflitto mondiale. I territori furono classificati in base alla loro “presunta idoneità all’autogoverno”. Palestina, Siria e Iraq furono definiti mandati “avanzati”, considerati cioè capaci di progredire con una supervisione limitata. Non appare casuale che in quel periodo si parlasse apertamente di “paternalismo imperiale”, con evidenti risvolti morali.

In tale contesto, certamente, possiamo affermare che con il declino dell’Impero britannico gli Stati Uniti ne hanno ereditato sia l’influenza sia l’ambizione. Dagli anni ’70 Washington, infatti, ha ripetutamente cercato di imporre la propria visione di ordine regionale. Da Camp David alle guerre in Iraq, fino agli Accordi di Abramo, ogni iniziativa sembrava mirare a una nuova architettura di pace e si affidava a schemi esterni per gestire le divisioni interne. Secondo Liran, le attuali iniziative di Trump, per quanto ambiziose, rischiano di ripetere lo stesso ciclo. La sua visione di corridoi commerciali e alleanze strategiche presuppone che la stabilità possa essere costruita dall’esterno verso l’interno. Eppure, la lezione di Balfour è esattamente l’opposto: in Medio Oriente, la stabilità emerge dall’identità e dalla legittimità, più che da mappe e piani.

In particolare, per Israele, il momento appare allo stesso tempo promettente e rischioso. C’è l’opportunità di plasmare gli allineamenti regionali, ma anche il rischio di un’eccessiva espansione. Israele deve agire con iniziativa, ma anche con moderazione. Le grandi potenze continueranno a proiettare le loro visioni sulla regione. Il compito di Israele è gestire tali ambizioni senza diventarne strumento. Il mondo che ha prodotto la Dichiarazione Balfour, afferma sempre Liran, è scomparso, ma i suoi riflessi imperiali permangono. Se Washington spera di evitare di ripetere gli errori dell’Impero britannico, deve imparare dall’ammonimento della storia: l’ordine imposto dall’esterno si sgretolerà sempre dall’interno. Una visione storica con una proiezione attuale non certo ottimistica.

La strategia statunitense in Medio Oriente: luci, ombre e rischi

Mona Yacoubian, direttrice del Programma per il Medio Oriente presso il Center for Strategic and International Studies di Washington, ha recentemente affermato che l’amministrazione Trump si trova di fronte a un’opportunità storica per contribuire a far entrare il Medio Oriente in una nuova era di stabilità. In particolare, le sue decisioni su Iran, Siria e Gaza toccano le sfide fondamentali della regione e hanno il potenziale per far evolvere ciascuna di esse in una direzione positiva. In tale contesto regionale, estremamente complesso, instabile e decisamente volatile, non si può nascondere che il pericolo di nuovi conflitti possa celarsi dietro ogni opportunità. L’amministrazione americana, secondo Yacoubian, potrebbe sprecare questa possibilità se non sfruttasse le occasioni di pace e di de-escalation, se ignorasse cioè le conseguenze negative di un’azione militare senza freni o cadesse nella falsa quiete dell’inazione.

In merito all’Iran, sempre secondo il Center for Strategic and International Studies di Washington, l’amministrazione Trump dovrebbe sfruttare la posizione indebolita di Teheran per negoziare un accordo vero e duraturo. Dovrebbe utilizzare la minaccia di sanzioni immediate e la credibile minaccia dell’uso della forza militare per convincere l’Iran a sedersi al tavolo delle trattative. In definitiva, potrebbe essere raggiunto un accordo che limiti le ambizioni nucleari e regionali dell’Iran in cambio di un’ampia riduzione delle sanzioni e di un potenziale percorso verso una maggiore integrazione nella regione.

Per quanto riguarda la Siria, l’amministrazione statunitense dovrebbe calibrare il suo continuo sostegno al governo di Sharaa con misure che favoriscano il coinvolgimento delle minoranze siriane e la loro integrazione in un sistema di governo decentralizzato. Dovrebbe collaborare a stretto contatto con gli alleati arabi del Golfo per garantire che gli sforzi di stabilizzazione finanziati dal Golfo in Siria affrontino le principali sfide in materia di sicurezza, governance e crescita economica. Per quanto riguarda Gaza, l’amministrazione americana dovrebbe respingere i piani che prevedono un ulteriore sfollamento di massa dei palestinesi, una mossa che infiammerebbe la regione e comprometterebbe la futura cooperazione con gli alleati arabi.

“La minaccia della forza per imporre la pace”: difficile da accettare.

<<LEGGI LA SECONDA PARTE>>

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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