26.01.2023 – 07.01 – Assessori, ministri, direttori e presidenti; ma la ‘due giorni’ di ‘Selecting Italy 2023. Gli ecosistemi territoriali e la governance per l’attrazione di investimenti esteri‘ ha anche dato voce agli esperti del settore, mettendo da parte le opinioni e le sensibilità dei rappresentanti del mondo pubblico e imprenditoriale.
È stato questo indubbiamente il caso di Laurent Sansoucy, Direttore – OCO Global, il quale ha delineato il quadro degli investimenti esteri in Europa e nel mondo, scendendo poi nel dettaglio del Friuli Venezia Giulia e di Trieste. L’intervento – denominato ‘I flussi di investimenti esteri: lo stato dell’arte‘ – ha evidenziato un generale sottosviluppo dell’Italia in quest’ambito: le competenze vi sono, i prodotti di qualità pure, le imprese settoriali certamente, ma viene a mancare quella ‘vetrina’, quel ‘sapersi vendere’ altrove così sviluppato.
In generale, ha preavvertito Sansoucy, vi sono tre indicatori per studiare gli IDE (investimenti diretti esteri); gli importi, cioè quanto viene allocato dall’impresa straniera; l’occupazione, cioè quanti posti di lavoro vengono creati e i progetti, cioè quale fine viene assolto sul medio o lungo periodo dall’IDE in questione. L’attrazione degli IDE – e anche il loro svantaggio, quando il paese non è più vantaggioso per delocalizzare – è sempre stato per il governo in rapporto al secondo indicatore, cioè la creazione di nuove opportunità di lavoro. Tuttavia hanno acquisito, negli ultimi anni, una notevole importanza anche i progetti, specie qual è il caso del 2022-23 in correlazione al PNRR.
Un’eccezionalità degli IDE è come, nonostante le crisi ricorrenti dal duemila ad oggi, rimangano sempre elevati “anche dopo quarant’anni”. Vi sono stati due periodi particolarmente fecondi, cioè gli anni Novanta e i primi del duemila, ma persino il periodo dal 2010-20 ha conosciuto “un rallentamento, non un declino”. La stessa situazione odierna, sebbene caratterizzata da una “situazione incerta, un’inerzia nell’economia”, continua ad annoverare notevoli tassi di investimento, con il 2022 appena concluso definito “anno dei record” per l’Europa. Il trend infatti assiste a un fenomeno curioso, finora poco evidenziato: l’Europa occidentale, meno quella centro-orientale, ha superato dal 2015 l’Asia a livello di IDE. Francia, Germania, Spagna, Portogallo e Inghilterra; solo l’Italia rimane tra le eccezioni. C’è stata quasi una ‘rivincita’ nei confronti dell’Asia, specie della Cina; con la differenza notevole che, rispetto a un tempo, gli investimenti sono ora eterogenei, mentre nel passato erano solo di caratura industriale.
Nel caso dell’Italia persiste però un notevole gap, con un “posizionamento troppo focalizzato su attività a basso valore aggiunto”; anche paesi che normalmente non si associano a investimenti esteri nel campo scientifico e tecnologico, quali Spagna e Portogallo, ricevono maggiori IDE in questo campo a confronto con l’Italia. Servirebbe per l’Italia un passaggio “da semplice mercato a centro di competenze”.
Secondo Sansoucy si sta affermando un nuovo paradigma per gli investimenti esteri, frutto di tendenze di lungo periodo (es. digitalizzazione, attenzione all’impatto ambientale), mutamenti settoriali connessi alla rivoluzione industriale 4.0 e infine il grande ritorno della geopolitica nell’economia, anch’esso però in corso da diverso tempo; risale infatti quantomeno al decoupling tra Cina e USA inaugurato dall’amministrazione Trump.
Proprio questo cambiamento, questa situazione incerta, ma in divenire, è un’occasione preziosa per l’Italia: se c’è un periodo dove recuperare il gap coi vicini europei è ora, ha concluso Sansoucy.
[z.s.]


