No xe storie | Trieste ha ancora fame?

3 luglio 2026 – ore 06:30 – Le città non muoiono quando finiscono i soldi. Non muoiono nemmeno quando perdono abitanti, imprese o centralità economica. Cominciano a invecchiare molto prima: nel momento esatto in cui smettono di essere insofferenti verso la mediocrità e iniziano a considerare sufficiente ciò che, fino al giorno prima, avrebbero giudicato insufficiente. È un processo silenzioso, quasi impercettibile, che raramente compare nelle statistiche e che, proprio per questo, rappresenta il più insidioso dei declini. Ed è osservando Trieste che questa sensazione diventa difficile da scacciare: la città ha ancora fame oppure ha imparato a convivere troppo serenamente con l’idea che ciò che possiede oggi sia abbastanza? Perché il grande equivoco triestino consiste proprio in questo. Trieste è una città ricca di eccellenze e, proprio per questo, rischia di convincersi che le eccellenze bastino. Il porto continua a rappresentare uno snodo strategico per il Mediterraneo, il sistema scientifico cittadino rimane tra i più autorevoli d’Europa, imprese come Generali, illy e Fincantieri continuano a proiettare il nome della città nel mondo, mentre l’università e gli istituti di ricerca attraggono talenti internazionali. Tutto questo è vero. Ed è proprio questo che rende ancora più insidiosa la domanda: una città può vivere soltanto del prestigio che ha accumulato oppure deve continuare ogni giorno a meritarselo?

Ma le eccellenze non costruiscono automaticamente una città. Costruiscono un patrimonio. Una città nasce quando quelle eccellenze dialogano tra loro, si contaminano e producono una direzione comune. Ed è qui che Trieste sembra essersi fermata. Il porto parla poco con la ricerca. La ricerca parla poco con l’impresa. L’impresa parla poco con la città. La politica parla con tutti e, troppo spesso, ascolta nessuno. Ognuno corre, raramente nella stessa direzione. È questa la vera differenza rispetto alla Trieste che rese possibili il Porto Franco, la Borsa Mercantile, il Lloyd Austriaco, le Assicurazioni Generali e una delle più straordinarie stagioni economiche della storia europea. Allora non esistevano soltanto grandi imprenditori o amministratori illuminati. Esisteva una classe dirigente capace di immaginare una città immensamente più grande di quella che aveva davanti agli occhi e, soprattutto, sufficientemente autorevole da convincere gli altri a seguirla. Aveva fame. Oggi il rischio non è la mancanza di idee. È l’autocompiacimento. È quella forma di soddisfazione elegante con la quale ci si convince che il prestigio accumulato ieri possa continuare a produrre futuro anche se nessuno si assume più la responsabilità di costruirlo. È una malattia subdola, perché non genera crisi improvvise. Produce qualcosa di molto peggiore: l’abitudine.

A Trieste ogni grande progetto sembra attraversare sempre lo stesso percorso. Prima è impossibile. Poi è pericoloso. Infine, quando viene realizzato, ci si domanda come sia stato possibile aspettare così tanto. È accaduto molte volte nella storia cittadina e continua ad accadere ancora oggi. Cambiano gli argomenti, non il copione. Naturalmente discutere è il fondamento della democrazia. Ma una città che trasforma ogni decisione in un dibattito permanente corre un rischio enorme: quello di confondere la prudenza con la lungimiranza. Sono due cose profondamente diverse. La prudenza protegge dagli errori. La lungimiranza accetta il rischio di commetterli pur di costruire qualcosa che ancora non esiste. Ed è forse questa la domanda che dovrebbe attraversare la città molto più delle polemiche quotidiane. Esiste ancora una classe dirigente capace di immaginare la Trieste del 2050? Oppure ci stiamo limitando ad amministrare, con grande competenza e altrettanta rassegnazione, la Trieste che altri hanno costruito due secoli fa? Una città non si misura soltanto da ciò che conserva, ma soprattutto dalla capacità di immaginare ciò che ancora non esiste.

Il Molo Audace è probabilmente il luogo più fotografato della città. Ogni giorno migliaia di persone vi si fermano per guardare l’orizzonte. È un’immagine bellissima. Ma anche terribilmente simbolica. Perché una città non cresce guardando il mare. Cresce prendendo il largo. E tutte le grandi stagioni della storia di Trieste hanno avuto un tratto comune: non nacquero quando la città si sentiva soddisfatta di sé stessa. Nacquero quando qualcuno ritenne che non fosse ancora abbastanza. Le città che hanno lasciato un segno nella storia sono sempre state animate da un’inquietudine positiva, dalla convinzione che il futuro non fosse un’eredità da amministrare ma una conquista da costruire. È questa tensione che genera innovazione, attrae energie, crea opportunità e rende una comunità viva. Forse è proprio questa la domanda che Trieste dovrebbe avere il coraggio di porsi, prima ancora di discutere dei singoli progetti o delle polemiche quotidiane. Non se sia una città ricca o povera, forte o debole, ma se abbia ancora quella forza interiore che, per secoli, l’ha resa capace di osare più degli altri. È questa, forse, la fame che oggi manca di più.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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