01.06.2022 – 08.00 – Vengo a conoscenza attraverso le parole di una giovane ragazza di questa nuova “challenge” (si dice così), di TikTok. Il titolo è già piuttosto significativo: “Boiler Summer Cup”, dove “boiler” sta letteralmente per “scaldabagno”. La sfida in questione consiste nell’abbordare una ragazza in sovrappeso, ripreso di nascosto dagli amici per poi pubblicare il contenuto sulla piattaforma di cui sopra. Il punteggio assegnato è direttamente proporzionale al peso della donna in questione. Mi documento e leggo che TikTok ha già ampiamente condannato questo scempio di contenuti, provvedendo alla rimozione degli stessi e impegnandosi a prevenire che la challenge si diffonda.
La mia riflessione dunque non vuole essere una crociata contro TikTok . Non mi metterò a parlare di “body shaming”, di”cyberbullismo”, di misoginia e di oggettificazione della donna e nemmeno di disturbi alimentari.
Quello su cui invece vorrei scrivere ruota attorno ad un interrogativo: che cosa sta succedendo? È qualcosa di nuovo? Che deriva stanno riflettendo le nuove generazioni? Perché l’adolescenza è da sempre il tempo della vita che più degli altri in particolare maniera incarna, testimonia e dice della trasformazione sociale, culturale e di conseguenza psichica di un’epoca.
L’apparenza del corpo non è centrale soltanto da oggi. Che io abbia memoria, già alle elementari si usava fare “le classifiche di bellezza” e, purtroppo “di bruttezza”: pezzi di carta colmi di numeri che poi circolavano tra i banchi, suscitando lusinga o lacrime. Categorizzare, attraverso il facile biglietto da visita dell’estetica, è sempre stata una strategia euristica di semplificazione dell’inevitabile complessità dell’altro.
Tuttavia non si è trattata soltanto una dinamica immaginaria propria dell’immaturità pre-puberale. Quando frequentavo l’Università queste tragedie cameratiste venivano consumate ampiamente. Le famose feste in casa diventavano teatro di stupide gare in cui i ragazzi dovevano scegliere la più brutta della festa e spanderle addosso del vino “per sbaglio”. E, attenzione, le ragazze non erano da meno nel commentare impietosamente i ragazzi meno attraenti. La decenza e il pudore non erano però ancora stati ridotti ai minimi storici attraverso la legittimazione dei social.
Se, in un tempo ormai remoto, questi drammi dell’apparire erano mantenuti all’interno di un gruppo ristretto di appartenenza ora invece, per mezzo del digitale, diventano spaventosamente qualcosa di pubblico e incontenibile. Ne consegue l’esasperazione di una sofferenza che già di per sé è stata inevitabile nelle storie di ognuno di noi, e lo sviluppo di nuove forme di angoscia, chiusura e terrore dell’altro. Lo raccontano molto bene i ragazzi che bussano alla nostra porta chiedendo aiuto. Un aiuto che spesso inizialmente si dirige verso una spinta implicita all’omologazione: “Voglio essere come gli altri, così sarò accettato”. La società della connessione perpetua in realtà ci sta portando a una distanza difensiva dalla realtà dell’incontro.
Possiamo tornare indietro? Certo che no. Possiamo cancellare i social? Nemmeno. Possiamo tenere i nostri figli lontani dal mondo virtuale? Neanche per sogno. Questo è il tempo in cui viviamo e il passatismo serve a ben poco per il futuro dei giovani, sebbene molti di noi nutrano (io compresa) una malinconica aspirazione in questo senso. Tuttavia, se guardiamo bene ai fatti, si rende evidente come tutto ciò che di marcio e insostenibile vediamo sui nostri schermi non si possa ridurre ad un’invenzione del contemporaneo. Ne è certo una tristissima deriva, ma se molto delle nostre vite si rifugia nell’online (che altro non è che un mondo alternativo costruito da noi) è perché serve dinamiche e necessità umane preesistenti. D’altronde, non è proprio questo uno degli scopi del progresso? Un progresso che in questo senso ingentilisce apparentemente il nostro stare al mondo, rendendolo più comodo, controllabile, confortevole. Come? Aiutandoci a irrigidire le difese e le dinamiche narcisistiche, anziché aprirci davvero al legame.
Quale possibile interpretazione dunque? Nell’universo umano l’incontro con l’altro non è soltanto fonte di gioia, curiosità ed entusiasmo ma anche d’angoscia e di paura. L’amore (e non mi riferisco esclusivamente alla coppia) è una questione complessa, che ci mette in gioco con tutte le carte, buone o cattive, della nostra storia e della nostra soggettività. Incontrare l’altro ci confronta con un dubbio identitario ed esistenziale: ti piaccio o no? Sono amabile o no? Sono come tu mi vuoi, o no? Chi abbiamo davanti è sempre anche una scommessa rispetto al desiderio, squisitamente umano, di essere riconosciuti. Chi incontriamo assume spesso inconsciamente anche la forma di un giudice, è vero, ma non soltanto. Cito un vecchio film a me molto caro, “Waking Life”, in cui ad un certo punto qualcuno dice: “tu non hai ancora incontrato te stesso, ma il vantaggio di conoscere altre persone è che nel frattempo qualcuno può presentarti a te stesso”.
Le relazioni inaugurano infatti la possibilità di conoscersi in modo nuovo, attraverso l’altro e la dimensione mai univoca del “due”. Non quindi attraverso la specularità del ”io sono come te, tu sei come me”, ma mediante l’incontro-scontro con la differenza irriducibile di chi abbiamo davanti. Quello a cui assistiamo oggi invece, a cominciare spesso dalla dimensione politica, è una tendenza massiva alla rimozione di tutto ciò che è “diverso”. L’omogeneità culturale, sessuale, estetica, di pensiero, sta diventando sempre più parte di un processo che di conseguenza porta ad annullare e nascondere le particolarità soggettive. Perché essere “tutti uguali” conferisce la sensazione illusoria di controllo e prevedibilità rispetto all’altro, al mondo e a noi stessi.
Credo fermamente che alle fondamenta di sfide come questa Boiler Summer Cup ci sia il terrore dell’altro, mascherato da una finta immagine di forza e disprezzo. Un terrore che in adolescenza è amplificato perché i ragazzi si trovano più di tutti ad attraversare un compito tanto fondamentale quanto necessario: l’ingresso nella dimensione dell’amore extrafamigliare. Ciò implica l’abbandono delle mura domestiche e della propria posizione infantile per abbracciare una nuova forma di identità ed un ancora sconosciuto nuovo posto nel mondo, tutto da costruire. Attaccarsi dunque alla superficialità dell’immagine, all’estetica, agire nel tentativo di umiliare e distruggere chi non è conforme ad una norma sociale, per sentirsi così parte di un gruppo forte, è dopotutto una triste scorciatoia identitaria che conduce a un riconoscimento omogeneo (e malato) tra pari virtuali. Non solo: così facendo, ci si allontana, riuscendoci, dal rischio inevitabile dell’ incontro con l’altro. Un attacco dunque che è difesa, sterile e sempre in fin dei conti fallito.
Il compito etico di ognuno di noi consiste nel fare la propria parte. La denuncia e il pessimismo rispetto al futuro non sono sufficienti; non ci si può sedere in poltrona puntando il dito all’esterno. Nessuna parte sarà certo mai sufficiente a risolvere la questione né dobbiamo nutrirne l’illusione. Noi adulti, garanti di un modello possibile di futuro, possiamo e dobbiamo essere testimonianza incarnata di un discorso sociale e relazionale diverso, anche nel nostro stesso utilizzo dei canali digitali. È necessario immaginare di potercene fare qualcosa di quello a cui stiamo assistendo, ad esempio, resistendo ad interpretazioni superficiali ed esclusivamente giudicanti verso i giovani. Astenendoci anche da un uso rabbioso delle piattaforme di condivisione che abbiamo a disposizione.
Viviamo nella società della prestazione e del successo, dove siamo stati noi per primi a veicolare un ideale umano dove “essere forte” è una qualità mentre “essere debole” va nascosto con vergogna. E chi è forte è dopotutto chi non ha paura o meglio, chi rimuove il terrore agendo in modo aggressivo. Come se poi la fragilità fosse un difetto e non una caratteristica costituzionale di ogni essere umano. La Boiler Summer Cup lo racconta bene: ci sono i “forti”, quelli che deridono, umiliano e pubblicano, e ci sono “le deboli”: femmine con un corpo differente dall’ideale dominante.
I ragazzi non hanno responsabilità? Certo che la hanno. Ma l’adolescenza racconta in modo spavaldo e senza filtri morali quello che in forma diversa siamo proprio noi a testimoniare. È sufficiente aprire le pagine di qualsiasi giornale online e leggerne i commenti intrisi d’odio e di rancore, gli insulti beceri, le minacce, o accendere la televisione più o meno a qualsiasi ora.
Cosa possiamo fare, dunque? Sforzarci di comprendere che cosa stia dietro a certe tendenze, aiutarli ad esprimersi anche al di fuori della realtà virtuale, accogliere i loro errori non come fallimenti ma come possibilità. Educare alla curiosità verso ciò che è diverso, anziché alimentarne il terrore, riabilitare un discorso che ponga al centro più la parola che l’immagine. Perché non è affatto vero che “i giovani d’oggi” non vogliono parlare, soltanto che molto spesso non sanno farlo, non hanno proprio imparato a farlo. Questo me lo insegna ogni giorno il mio lavoro con i ragazzi, il cui obbiettivo è far sì che possa emergere quella parola singolare che dice di una verità inassimilabile ad ogni norma e forma di omologazione. È un lavoro semplice? No, certo che non lo è. Ma è possibile, anche nel contemporaneo, innanzitutto abbandonando il pessimismo e accogliendo ogni ragazzo come se fosse il primo che ascolti.
La vera sfida nella vita non sta su TikTok, ed è sempre la stessa, dall’infanzia alla terza età: l’incontro con l’altro e quello con noi stessi. E, confrontati con questo, nessuno di noi è davvero forte. Prima di pensare di poter aiutare i giovani, siamo proprio noi a doverci confrontare con tutto questo.


