Karl Marx 2022, la rivoluzione non c’è stata. Ripartire è possibile?

25.04.2022 – 09.21 – Parliamo ancora di socialismo oggi e partiamo dall’inizio, chi era Karl Marx e qual era il suo pensiero? Filosofo tedesco nato nel 1818 a Treviri, in Germania e morto nel 1883 a Londra; autore, perciò, vissuto proprio all’interno e nel pieno dello sviluppo dell’Ottocento industriale. Si laureò in filosofia, ma durante la sua vita spaziò molto di materia in materia negli studi: si occupò anche di politica, sociologia ed economia, temi, questi ultimi due, molto importanti e significativi per lui, tanto che volle studiarli ed analizzarli a fondo. Il pensiero che maturò in seguito agli studi venne articolato insieme all’amico Friedrich Engels, poi steso e pubblicato all’interno di molte opere, fra cui le più importanti restano “Il Capitale”, “Il Manifesto del partito comunista” e “La critica al programma di Gotha”.

Comunismo: Marx è da tutti ricordato come il “teorizzatore del comunismo”, un politico quindi, ma non è affatto così. Il suo pensiero teorico è stato notevolmente stravolto nel secolo seguente la sua morte: a Cuba, in Cina e naturalmente in Russia; ideologie a volte del tutto contrarie proprio al suo pensiero e diverse da quelle che immaginava, tanto che se fosse vivo non sarebbe difficile immaginarlo sconvolto da come la sua filosofia sia stata interpretata e poi attuata, soprattutto dalla brutalità seguita all’ideologia. Marx volle studiare le dinamiche proprie dell’Ottocento intuendo quanto sarebbe stato un secolo decisivo e un contesto di stravolgimento degli equilibri sociali ed economici, tanto da gettare le basi per il mondo di oggi. In quegli anni dell’Ottocento, dopo la Seconda Rivoluzione Industriale, era nata una nuova classe sociale: i capitalisti. Grandi borghesi arricchiti, vivevano grazie al profitto dato dalla vendita delle merci prodotte nelle loro fabbriche; tuttavia, se da una parte c’era la ricchezza, il benessere e la prosperità economica, dall’altra c’era una classe del tutto nuova, povera e sfruttata come mai era accaduto in precedenza: i proletari delle fabbriche. Con la nascita della fabbrica, la concorrenza sulla produzione delle merci era diventata, per gli artigiani e i contadini di prima, insostenibile: le grandi imprese erano molto più veloci ed efficaci nella loro produzione, mentre nelle campagne e nei paesi i tempi restavano molto più lunghi e tutto veniva prodotto a mano. Così, per riuscire a guadagnare i soldi necessari a sopravvivere, le famiglie più grandi si erano in nuclei sempre più piccoli composti solo da genitori e figli che si spostavano dalle campagne alle città, dando vita al fenomeno che dai sociologi viene definito come “urbanesimo” (e che non è estraneo alle nazioni di oggi: ne è un esempio la Cina). Arrivati in città, però, non avevano una casa dove stare; nacquero i sobborghi, le periferie, un ammasso di case spesso senza finestre e senza spazio dove sicurezza e igiene non esistevano. Come unica ricchezza, chi arrivava in città dalla campagna aveva i figli, ovvero la prole, costretta a lavorare all’interno delle fabbriche con orari massacranti e in condizioni estreme.  Marx aveva compreso che lo Stato era ormai formato da due parti: dalla struttura e dalla sovrastruttura. La prima era composta dalla forza lavoro degli operai, dai macchinari e dalle conoscenze tecniche, nonché da chi deteneva il potere su tutto ciò, ovvero i capitalisti; la seconda, dalle istituzioni, come lo Stato stesso, e dal potere religioso. Lo Stato e l’apparato legislativo erano fortemente influenzati e manipolati dai capitalisti, in quanto erano essi a detenere il potere economico su cui le nazioni si basavano.

Come avevano fatto ad arricchirsi così tanto? Nella sua opera “Il Capitale”, Marx illustrò e dimostrò come i capitalisti, producendo molta merce, a basso costo e in poco tempo, fossero riusciti ad acquisire il potere a spese dei proletari, che venivano prosciugati delle loro forze. La mortalità e gli incidenti sul lavoro erano altissimi, e invece di un salario giusto venivano sottopagati. Le merci prodotte nelle ore di lavoro in più, che oggi chiameremmo “straordinari”, venivano vendute, ma il maggior ricavato non veniva distribuito fra i lavoratori in modo equo: la maggior parte di esso diveniva di proprietà del capitalista, che quindi, agendo così, si arricchiva ulteriormente, mentre i suoi dipendenti, ovvero tutta la classe operaia, diventava sempre più povera. Marx definì il fenomeno come “pluslavoro” che generava il “plusvalore”, ovvero l’incremento del valore di un bene rispetto al suo costo o al suo precedente valore: l’operaio vendeva al capitalista la sua forza-lavoro, vista come se fosse una merce, ma producendo, con il proprio lavoro, un valore maggiore di quello che gli veniva riconosciuto nel salario, generando così un plusvalore, ovvero il lavoro prodotto durante gli “straordinari”, che non veniva retribuito dal capitalista. Chi deteneva il potere economico aveva potere decisionale sulla “vita” e la “morte” di chi doveva stare alle sue regole: i proletariati stessi che, per i capitalisti, erano delle merci con un loro valore. Marx fece una riflessione critica sul concetto di merce e constatò che essa poteva essere di due tipologie: con prezzo costante o variabile. Quello costante, era il prezzo dei macchinari, mentre quello variabile era quello dei proletari, che erano totalmente dipendenti dal capitalista e non avevano modo di far valere i loro diritti, quindi manovrabili a piacimento. Notando questa situazione di sfruttamento assoluto dei lavoratori, Marx teorizzò “il comunismo del proletariato”, ovvero la rivolta dei lavoratori nei confronti dei loro sfruttatori: per metterla in atto erano necessarie delle fasi, di cui le più importanti erano la presa di coscienza di classe, la dittatura del proletariato stesso e l’abolizione del potere sui mezzi di produzione. Lo scopo ultimo, l’annullamento delle classi sociali, che derivavano proprio dalla detenzione del potere sui mezzi di produzione in quanto chi aveva il potere economico era molto più ricco e poteva incrementare le disuguaglianze sociali. Attraverso la rivoluzione, i macchinari sarebbero entrati in possesso del proletariato, che li avrebbe collettivizzati; ciò avrebbe significato la perdita di potere da parte dei capitalisti, che divenivano semplicemente delle persone come tante altre; di conseguenza, secondo Marx. si sarebbe arrivati a una situazione di parità e rispetto, dove tutti concorrevano al bene dello Stato e al mantenimento della pace. In un’altra opera, ovvero “La critica al programma di Gotha”, spiegò come le persone nel suo “Stato Comunista” dovessero partecipare attivamente, “dando ognuno secondo le proprie capacità e ricevendo ognuno in base alle proprie necessità”. Realizzare questa idea, del tutto rivoluzionaria, era possibile? Si è attuata, alla fine? Ad oggi, questa situazione esiste in qualche nazione del mondo?

Non sembra sia così. La situazione, rispetto all’Ottocento e ai tempi di Marx, non pare affatto cambiata. La rivoluzione non c’è stata, il rovesciamento del potere nemmeno; per certi versi le condizioni di vita in alcuni paesi sembrano peggiori di allora e nelle nazioni occidentali, quelle del “benessere”, l’identità di classe sembra scomparsa e la distanza fra chi ha moltissimo e chi non ha è aumentata. Siamo quindi destinati all’autodistruzione?  Dipenderà, come sempre, dalla volontà degli uomini. Forse, un modo per risalire dal baratro in cui stiamo rovinosamente precipitando, e per riportare un equilibrio, ci sarebbe: forse, penso, proprio in quegli ideali francesi di uguaglianza, libertà e fratellanza. In una condizione di pace, sarebbe possibile ricreare un equilibrio che potrebbe ridare speranza al pianeta e a tutta l’umanità, abolendo divari sociali e consentendo una redistribuzione delle ricchezze. Pensare e sognare un mondo senza guerre e discriminazione, in fondo, resta una cosa bella.

Chiara Serra

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