15.04.2022 – 13.01 – La pandemia di Covid-19, forse alla fine, non ha rappresentato soltanto un problema sanitario, bensì anche di natura economica: ad ammalarsi ancora di più è stato il mercato del lavoro. In questi tre anni di pandemia, la popolazione mondiale è stata sottoposta a una delle più grandi crisi economiche che il mondo abbia mai conosciuto e che ha riguardato tutti; in Italia, si è abbattuta soprattutto sui giovani e sulle donne, in quanto “anelli deboli” dello Stato. Oggi, secondo i dati Istat, sembra che il livello di occupazione si stia alzando: l’occupazione di uomini e donne dipendenti a termine è aumentata dello 0,4 per cento, pari a più 81mila posti di lavoro. Tuttavia, calano i contratti a tempo indeterminato; per quanto i posti di lavoro in più siano un segno di possibile ripresa economica, non danno sul medio e lungo periodo certezze alle persone, e in particolare ancora una volta ai giovani, che si trovano costretti ad emigrare o ad appoggiarsi alle famiglie. Il futuro resta molto incerto, e il confronto fra Russia e Ucraina rischia di cancellare la seppur piccola ripresa del tutto.
Quella di oggi è una società globalizzata e basata sul consumismo, ed è noto. Significa che siamo in un mondo dove la percezione degli spazi e del tempo è del tutto cambiata e dove, grazie alle conquiste tecnologiche e scientifiche, agli sviluppi nel sistema dei trasporti e all’evoluzione dei media, ora tutte le informazioni del mondo sono disponibili in tempo reale. Grazie al progresso soprattutto degli ultimi vent’anni siamo riusciti ad abbattere le barriere geografiche: siamo diventati partecipi di una realtà che va oltre il luogo da noi occupato fisicamente. Herbert Marshall McLuhan – sociologo, filosofo, critico letterario e professore canadese – per descrivere questo ha coniato nel 1964 un termine conosciuto ormai da tutti, ovvero “villaggio globale”. Con esso voleva farci comprendere come, con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, il mondo sia diventato “piccolo” come un villaggio e ne abbia assunto i caratteri tipici, ovvero una dimensione privata e soggettiva, diventata però globale. È un grande aiuto per l’umanità, in quanto viene reso possibile il contatto con qualsiasi dimensione del mondo; c’è tuttavia anche un risvolto della medaglia, e il lato nascosto è molto più oscuro e problematico di quanto non si pensi.
Molti psicologi hanno notato come fra i giovani Internet e i Social media abbiano avuto un impatto molto forte e definiscono questa generazione di ragazze e ragazzi di Internet come la Generazione Z o Centennials, nati tra il 1997 e il 2012; Sono quegli ormai ex adolescenti vissuti e cresciuti usando la rete, gli smartphone e i network sociali già nella piena quotidianità. In questi ultimi due decenni, e specialmente in questi due anni di pandemia, in questi giovani si sono però riscontrati sintomi e comportamenti che preoccupano e spaventano: l’ansia, la depressione, l’aggressività, l’isolamento, l’invidia, la privazione di sonno e problemi di comunicazione. L’ansia è la più presente, perché gli adolescenti vengono spesso coinvolti emotivamente dai Social media stessi: si sentono sotto pressione e giudicati anche se solo pubblicano una foto, o per una determinata osservazione od opinione. Se si commette un passo falso online, si è travolti dai giudizi, che influiscono persona. Particolare influenza viene esercitata sulle ragazze, in quanto sono molto più soggette a critiche: per le foto, per come si atteggiano, per come sono o si vestono. Nei casi più estremi, la via di fuga dalle critiche sono la ricerca della chirurgia plastica, l’anoressia, fino al suicidio. Al lavoro, non va meglio. È qualcosa che, già a fine Ottocento, seppur in forma diversa era stato descritto e analizzato: da Karl Marx e Friedrich Engels. Per quanto sia difficile immaginare, oggi come allora, i due filosofi tedeschi al di fuori di un contesto politico chiaro, storicamente ben definito e inequivocabile, nel loro “Manifesto” parlano di ciò che sarebbe accaduto dopo la trasformazione economica: la borghesia (di allora) e i capitalisti, che volevano sempre più arricchirsi, si sarebbero spinti oltre i confini europei e avrebbero conquistato l’intero globo, dando un’impronta cosmopolita alla produzione e al consumo dei beni di tutti i paesi. Anno dopo anno, fino ai giorni nostri. Oggi, però, la borghesia immaginata da Marx non esiste più: è stata sostituita da un nuovo attore, ancora più potente, che detiene il controllo sul mondo. Il suo nome? Multinazionale. La grande imprese economica, la cui proprietà e direzione secondo Treccani si trova in un paese, mentre gli impianti di produzione e le strutture di distribuzione sono dislocati in altri. Talmente ricca da avere potere decisionale su quasi ogni questione, anche politico oltre che economico, addirittura fuori dal paese di origine. Ed è storia di questi giorni.
Chiara Serra


