“Catturare” la Bora: il (dimenticato) progetto fiumano del 1987

24.01.2023 – 11.17 – Gas, eolico e solare. A fronte del disinteresse manifestato dalla Germania e dall’Italia nei confronti dell’opzione nucleare, la riconversione green necessariamente passa attraverso le tre rispettive forme di energia rinnovabile, già foraggiate dal governo in molteplici occasioni. L’idrogeno, oggigiorno invocato quale soluzione per il Green New Deal, è solo un vettore nonostante la Valle dell’idrogeno transfrontaliera preveda la produzione di 5mila tonnellate all’anno; non risolve, ma sposta altrove l’asticella energetica. In campo locale il Friuli Venezia Giulia, accantonata l’opzione nucleare decenni orsono, non ha grandi risorse da offrire, né sul fronte del consumo del terreno che inevitabilmente solare ed eolico prevedono in maniera massiccia, né sul piano delle risorse energetiche. Un interscambio di qualche forma sarebbe possibile con la vicina centrale nucleare di Krško, in Slovenia, considerando il futuro raddoppio del reattore; specificatamente però la provincia di Trieste non produce energia. E tuttavia, guardando al vento che soffia impetuoso a Trieste, il pensiero sorge spontaneo: perchè non sfruttare la Bora? Sarebbe possibile osservare che un impianto eolico necessita di un vento affidabile e costante; non solo ha importanza la forza delle raffiche, quanto la loro continuità nel tempo. È invece proprio l’imprevedibilità della Bora una delle sue caratteristiche chiave. Eppure, verso la fine degli anni Ottanta, proprio la Bora fu al centro di un avveniristico progetto volto a sfruttarne la forza per produrre energia.

L’ingegnere Ivan Vrsaovic dell’Istituto Rijekaprojekt di Fiume aveva infatti delineato nel 1987 un piano per una diga collocata nel Carso capace di produrre energia tramite turbine azionate dalle raffiche della Bora. Inizialmente studio di attuazione per cinque anni, successivamente progetto tecnico, la “visione” di Vrsalovic aveva all’epoca attirato l’attenzione di alcuni elementi di spessore della Jugoslavia: dal cantiere navalmeccanico “3 maggio”, all’azienda di produzione e distribuzione di energia elettrica “Elektroprimorje”.
Il progetto prevedeva la costruzione di una diga di plastica in uno dei canaloni del massiccio carsico, collocata ad hoc dove la Bora soffiava con maggiore intensità. In prossimità di ciascuna apertura della diga, onde convogliare il flusso d’aria, sarebbe stata posizionata una batteria di turbine a pale elicoidali. La diga, secondo il progetto dell’ingegnere fiumano, avrebbe funzionato con una serie di apposite imboccature da attivare per convogliare il vento; mentre nelle giornate di Bora “nera” l’intera diga avrebbe prodotto energia, senza necessità di re-indirizzarla verso specifici canali.
L’ingegnere fiumano stimava nel 1987 una produzione di circa 720 megawatt; secondo i giornalisti dell’epoca, la cui padronanza della materia energetica era spesso carente, avrebbero equivalso a “circa 120 MW in più rispetto alla prima e finora unica centrale elettrica nucleare esistente attualmente in Jugoslavia (in Slovenia)”. Oggigiorno appare difficile ipotizzare che un impianto eolico, per quanto azionato dalla Bora, potesse produrre quanto, se non di più, di una centrale nucleare. Considerando per altro come l’eolico “triestino” sarebbe stato soggetto a periodi di stasi e d’intensa attività, con lo sfruttamento elettrico ritenuto possibile solo nei mesi dell’autunno-inverno.

Le località individuate per le dighe “eoliche” sarebbero corrisposte ai canaloni del carso triestino e istriano; passando poi al canale del Maltempo o della Morlacca, lungo il massiccio del Velebit; senza dimenticare infine le isole adriatiche, da Veglia, ad Arbe, a Pago e la Brazza. Era stato calcolato che la costruzione di una di queste dighe, prendendo ad esempio i canaloni di maggiori dimensioni, sarebbe costata intorno ai 400 milioni di dollari. Il progetto venne tuttavia dismesso e rimase, per quanto concerne le caratteristiche tecniche, solo sulla carta; assieme a tanti altri che periodicamente, come il Timavo, riemergono dalle profondità della storia: dalla cabinovia degli anni Settanta, alla metropolitana giuliana (sfruttando la galleria della circonvallazione, nel 1981) alle cremagliere per salire sul colle di San Giusto (il progetto “Trieste del duemila”, negli anni Novanta), alle ripetute proposte di estendere il tracciato delle tranvie (verso la fine degli anni Ottanta, con il partito socialista). Nel caso della diga di plastica l’opposizione proveniva in realtà dagli ambientalisti stessi, contrari a ogni forma d’impianto sul Carso; impossibile, si argomentava, “imprigionare” la Bora, col rischio di alterare la circolazione delle masse d’aria che connotano l’atmosfera dell’Alpe Adria.

Fonti: “Imprigionare la Bora per produrre energia”, in Il Meridiano di Trieste, 2 luglio 1987

Articoli correlati: Trieste e la guerra nucleare. La Bora ci avrebbe protetto dal Fallout? in Trieste News, 28 novembre 2020

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

Dello stesso autore