Trieste e la guerra nucleare. La Bora ci avrebbe protetto dal Fallout?

28.11.2020 – 08.00 – La nostalgia verso gli anni Ottanta del novecento, essenzialmente legata a un passato di benessere e consumismo, appare contraddetta dallo semplice scorrere dei giornali dell’epoca; si delinea allora il quadro di un’Italia frammentata, nel caso specifico di Trieste asfittica e provinciale, con un clima di criminalità capace tuttora, nella titolatura senza precedenti dei giornali degli Eighties, di stringere alla gola, di soffocare con la sua litania di rapine e stupri, di suicidi e morti per overdose. Se dalla penisola ci si sposta nell’edonismo reaganiano degli Stati Uniti si rimane sorpresi dall’enfasi guerrafondaia dei primi anni di presidenza dell’attore americano, caratterizzata da una rinnovata corsa agli armamenti.
In questa cornice diventa allora facile comprendere come fosse possibile, nel 1985, che si discutesse seriamente sui giornali quali città italiane sarebbero sopravvissute in caso di un attacco nucleare e quali invece sarebbero state spazzate via. Un quadro post apocalittico analizzato però con assoluta serietà, calcolando la direzione e la durata dei venti del fallout radioattivo e i possibili vantaggi dei rifugi atomici.
E Trieste in quest’ambito, quale città di confine, quale fine avrebbe fatto? Sarebbe sopravvissuta a un immaginario inverno nucleare? Ebbene sì: secondo gli studi dell’epoca, ipotizzando un attacco nucleare limitato ai soli obiettivi strategici, Trieste sarebbe sfuggita ai mortali venti radioattivi grazie alla sua “alleata” di sempre, la Bora. Lo studio che ipotizzava le conseguenze devastanti dello scoppio della “bomba” venne pubblicato su un numero dell’Espresso del luglio 1982, ad opera dell’Istituto di Fisica dell’Università di Milano. Grazie a un potente “calcolatore” (alias computer) i docenti Mario Rasetti, Giovanni degli Antoni, Paolo Cotta Ramusino e il laureando Andrea Ottolenghi simularono un attacco nucleare sovietico contro l’Italia. Dopo aver inserito i dati necessari e aver ipotizzato un attacco russo “moderato”, rivolto a colpire esclusivamente gli obiettivi militari, la simulazione procedette a misurare l’orientamento e la velocità delle nubi radioattive tarandola a seconda dei mesi dell’anno, provando a tener conto dell’andamento stagionale e delle particolarità di ciascuna area. I risultati, oggetto di notevole scalpore, vennero poi riportati da Il Meridiano di Trieste che vi dedicò un articolo incentrato sul destino “nucleare” della città.

Un esempio di SS 20 compreso di piattaforma di lancio (Transporter Erector Launcher)

Secondo lo studio, l’Unione Sovietica avrebbe attaccato con 28 vettori SS 20, codifica NATO per i missili balistici terra-terra a medio-intermedio raggio, conosciuti anche come RSD-10 “Pioner”. I “vettori” avrebbero così trasportato un totale di 73 testate nucleari, destinate a colpire le basi militari dislocate sulla penisola, de facto spazzando via le vicine città italiane. Addio dunque, calcificate da temperature di milioni di gradi e spazzate da violentissimi venti radioattivi, alle città di Piacenza, La Spezia, Rimini, Vicenza, Grosseto, Taranto e l’intera costa orientale della Sicilia.
Il sorgere di questi soli artificiali avrebbe poi causato, a sua volta, il formarsi di grandi nubi radioattive, cariche di polvere contaminata sollevata dalle esplosioni, che avrebbero così attraversato in lungo e in largo la penisola, causando milioni di morti.
La simulazione prevedeva a gennaio una stima che variava tra gli 8 e i 10 milioni di morti con le nubi radioattive che avrebbero infierito sulla popolosa pianura padana, giungendo fino a Milano e infine toccando Torino; mentre a novembre, per l’andamento dei venti, si sarebbero verificati “solo” 1 milione di morti per gli scoppi e altri 3 per le nubi, che si sarebbero mosse da sud-ovest verso nord-est. Ma proprio in questo scenario la Venezia Giulia sarebbe rimasta gravemente colpita, “toccata” infatti dalle nubi provenienti dalla bassa padana e dalla costiera adriatica; sebbene con un carico radioattivo “alleggerito” dalle lunghe distanze percorse.
Altrettanto brutale si sarebbe infine rivelata l’estate, con 7 milioni di morti; e in questo caso Trieste avrebbe patito le conseguenze peggiori, perchè i venti avrebbero portato sulle coste adriatiche la polvere radioattiva dell’esplosione ad Aviano, bersaglio strategico.

E i rifugi atomici? “Abbiamo valutato questa possibilità – spiegava Andrea Ottolenghi nell’intervista all’Espresso – ma la differenza non sarebbe poi così grande. Nel mese di gennaio una buona protezione non impedirebbe agli SS 20 di fare 8 milioni e 790 mila morti contro i 10 milioni 294 mila previsti in assenza di rifugi”.

Gli effetti del fallout, dall’articolo del Meridiano

Qualunque fosse il mese, il vento di Bora da est-nord-est avrebbe costituito un alleato formidabile per Trieste, allontanando parzialmente le nubi radioattive, con il paradosso che lo scenario peggiore per l’Italia (gennaio) si sarebbe rivelato il migliore per la città del nord est.
Tuttavia, come osservava il giornalista de Il Meridiano, la simulazione non considerava quali effetti avrebbe causato il fallout dell’attacco USA diretto nei paesi dell’Europa orientale: la Bora in tal caso avrebbe portato con sé le nubi radioattive dai paesi nuclearizzati oltre la cortina di ferro, trasformandosi da salvatrice di Trieste a (involontaria) carnefice.

Fonti: Il Meridiano di Trieste, Guai se i russi attaccano d’estate, 18 luglio 1985, pg 9.

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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