18.12.2021 – 07.01 – Dagli esordi ufficiali nel 1782, la comunità greco-orientale di Trieste è giovane: ha solo 239 anni. Nell’anniversario dell’indipendenza greca (1821-2021), della quale proprio Trieste fu fautrice e capitale diplomatica dove si firmarono trattati e armistizi, occorre anche ricordare che la comunità trasmise alla città un’intrinseca ricchezza intellettuale e scientifica, particolarmente pronunciata nell’ambito medico. Tra settecento e ottocento, prima che la comunità scomparisse nel vasto mare di una città in crescita demografica (un destino analogo a tante altre, come la britannica e l’armena), la minoranza greca giocò un ruolo protagonista nella storia medica giuliana.
Il primo nome che emerge dagli annali è connesso a una famiglia nota a Trieste, quella dei Vordoni: è Giovanni, figlio di Leonardo Vordoni di Corfù, richiamato a Trieste nel 1778 dalla Comunità stessa. Viene considerato il primo medico greco ufficialmente autorizzato a operare nella città. Direttore del Civico Ospitale di Trieste dal 1809 al 1813, durante l’occupazione napoleonica, Giovanni Vordoni divenne poi governatore della comunità fino al 1830 e nel 1810 fondò, con Domenico Rossetti e altri 77 sodali, il Gabinetto di Minerva. Nell’ambito culturale era un appassionato botanico che amava peregrinare sulle lande carsiche studiando la flora giuliana; allestì per la Minerva un erbario di alto livello, tra cui figurava una nuova specie, la Fumaria acualis. In ambito medico i trent’anni di esperienza culminarono in un lavoro denominato “metodo di osservare in medicina” dove si esplicitava l’estrema prudenza nelle diagnosi e nelle cure che guidava la sua azione di dottore.
Figura invece squisitamente ottocentesca quella di Alessandro Manussi de Ohabitza, il quale si laureò a Vienna in Medicina nel 1857, successivamente lavorando all’imperial regio ospedale della capitale austriaca. Nel 1862 scelse di trasferirsi nella natia Trieste, lavorando come medico dei poveri della comunità greco-orientale di Trieste. Mentre infuriava una delle tante epidemie di colera triestine, Manussi si trasferì al Civico Ospedale, dove nel 1873 guidò la prima divisione medica per oltre 36 anni, fino al 1909. Il nome di Manussi è connesso all’epidemia di vaiolo del 1892-94 che seppe gestire con accortezza; mentre tra il 1890-91 fu tra i primi a sperimentare su 76 pazienti affetti da TBC la cosiddetta “tubercolina” di Koch. Si trattava dell’iniezione di bacilli tubercolari preparati a caldo e sterilizzati che avrebbero dovuto aiutare il decorso dell’infezione. Non vi furono particolari progressi, perché in realtà la tubercolina, si scoprì successivamente, era utile solo per diagnosticare la TBC, non per curarla.
Workaholic indefesso, Manussi continuò a lavorare sino alla fine o, per citare una delle sue biografie, “continuò sino a tarda età il sistema di vita a cui era abitato sin dai primi anni dell’età sua virile”. Alla sua morte destinò una larga parte dell’eredità all’Ospedale Infantile di Trieste.
Le vicende mediche di Pietro Xidias s’intrecciano invece con il dramma della Prima Guerra Mondiale: dopo aver perso il nipote irredentista a Farra d’isonzo, morto disertore tra le file dell’Italia contro l’Austria, venne incarcerato per aver esonerato un giovane soldato austriaco, a cui aveva diagnosticato, contro l’opinione dei colleghi, un tumore. Eppure Xidias fu un valente medico, il quale dopo la laurea a Graz aveva lavorato nel Civico Ospedale di Trieste con Guglielmo Perco, prima di passare alla libera professione come diagnosta, al servizio della comunità greco-orientale. Tra le tante sventure, accanto alla morte del nipote, la moglie divenuta pazza poco tempo dopo le nozze.
I medici greci che aveva vissuto ai tempi dell’Austria nutrivano spesso sentimenti filo-italiani, in linea con i buoni rapporti del Regno d’Italia con la potenza ellenica; ma dopo la delusione del passaggio di Trieste all’Italia non sorprende di ritrovare proprio la figura di un mitteleuropeo convinto tra gli ultimi medici greci di Trieste. È il caso di Costantino von Economo, i cui genitori greco-rumeni si trasferirono a Trieste quando aveva appena un anno. Dopo aver frequentato con successo l’imperial regio Ginnasio Superiore di lingua tedesca, Costantino scelse di studiare medicina a Vienna, passando a essere prima assistente di neurologia e psichiatria (1906), poi professore associato (1913) e infine professore (1921).
Mentre gli incubi della tecnica scuotevano l’Europa della prima guerra mondiale, la popolazione austriaca dormiva un sonno malato. Si tratta di un’epidemia di encefalite letargica, dove il paziente soffriva un continuo desiderio di dormire che lo portava infine alla morte. Inviato quale ufficiale medico nuovamente a Vienna, Costantino dovette affrontare questa peculiare malattia del sonno che divenne nota, per l’ampiezza dei suoi studi, “la malattia di von Economo“. Dopo aver studiato centinaia di pazienti con identici simboli, in una Vienna flagellata dalla parallela epidemia della spagnola e imbarbarita dal conflitto mondiale, von Economo maturò un acuto interesse per il cervello umano. Nel 1918 postulò l’esistenza di un centro di regolazione del sonno attivo che localizzò, in punta di bisturi nella sala delle autopsie, con precisione chirurgica, definendolo “centro della veglia“.
Il campo di studi di Economo era già divenuto da tempo quello anatomo-fisiologico e neuropsichiatrico, attraverso gli insegnamenti dei luminari tedeschi d’inizio novecento, cioè Exner, Obersteiner e Krapelin. Il passaggio dalla teoria alla pratica lo portò a creare l’Atlante di Citoarchitettonica, una vera e propria “mappa del cervello” che tutt’oggi gode di continue ristampe. In realtà era uno studio che partiva lontano; dalle letture giovanili di Lombroso, agli studi in giovinezza sull’ipofisi degli uccelli e sulle cellule dei gangli spinali.
Più che medico, Costantino fu infatti un ricercatore del cervello: ambito nel quale seppe coniugare bene la propria formazione tedesca con una fantasia da molti contemporanei definita adriatica, se non triestina. Costantino infatti era un genio poliglotta che non disdegnava accanto agli studi positivisti la letteratura, accanto allo studio medico l’ausilio delle scienze sociali. Negli ultimi anni di vita, dopo aver rifiutato diverse cattedre prestigiose tra cui quella della Clinica neuropsichiatrica di Vienna, von Economo diresse l’Istituto “per lo studio del cervello” che aveva personalmente ideato.
Fonti: “Pagine greche di storia medica giuliana” in Il Lanternino: bimestrale di storia della medicina e medicina sociale, numero 1, 1982
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[z.s.]



