28.3.2017 | 9.33 – Da domani, mercoledì 29 marzo, è in scena al Politeama Rossetti la più amata delle commedie goldoniane: Arlecchino il servitore di due padroni, nella bella e nuova edizione firmata da Giorgio Sangati. Con grande talento Marco Zoppello dà vita al furbo e acrobatico Arlecchino, protagonista di un testo denso di sorprese, divertimento e agnizioni. L’appuntamento è parte della stagione Prosa del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.
Arlecchino è sicuramente la maschera-emblema del teatro italiano, ed altrettanto celebre e simbolico è Il servitore di due padroni, il testo di Carlo Goldoni più rappresentato al mondo, grazie all’allestimento che Giorgio Strehler ideò nel 1947 per il Piccolo Teatro di Milano e che divenne un momento fondamentale della storia del teatro, “memoria vivente” come lo definì lo stesso regista. A quella ammirata edizione dell’Arlecchino servitore di due padroni – interpretata da Marcello Moretti prima e poi da Ferruccio Soleri – si lega infatti un’inestimabile operazione di ricerca sulla Commedia dell’Arte, sulla mimica e i lazzi che avevano ispirato Goldoni… Un precedente tanto importante ha creato, attorno al meraviglioso testo goldoniano, una sorta di deferenza, addirittura – diremmo, rubando dagli Scritti teatrali brechtiani – un “effetto intimidatorio” tale che non sono molte le compagnie che abbiano osato accostarvisi. Lo affronta ora con ottimo esito il Teatro Stabile del Veneto, con un regista come Giorgio Sangati, che sceglie uno stile di messinscena essenziale e vitalissimo e una compagnia di alto livello in cui nomi di provata esperienza si armonizzano a nuovi talenti.
Arlecchino il servitore di due padroni nasce da un canovaccio francese che Carlo Goldoni rielabora nel 1745, per un attore famoso di allora, Antonio Sacchi, grandissimo Arlecchino: il lavoro offre all’autore veneziano l’occasione di fissare per iscritto l’intero testo della commedia, nell’ottica della sua riforma della drammaturgia. Una scelta invisa agli attori, che preferivano essere liberi di improvvisare su canovaccio, ma necessaria per lo sviluppo di un teatro sempre più libero delle pesantezze della commedia dell’arte, capace di raffigurare personaggi, di analizzare storie e di suscitare emozioni. Ecco la meta cui Goldoni aspirava e questa commedia rappresenta un interessante punto “intermedio” di coesistenza fra scrittura completa, tratteggio realistico di certi personaggi e perdurare di alcune delle più amate maschere e lazzi della tradizione.

Al pubblico di ogni tempo Arlecchino il servitore di due padroni assicura grande diletto: una costruzione perfetta in cui tutto sembra sdoppiarsi – a partire dall’Arlecchino – garantisce continui travestimenti, agnizioni, colpi di scena, gioie e disperazioni. «Un classico che non può invecchiare perché affonda le sue radici nella storia stessa del teatro» commenta il regista, che riesce a trarre il meglio dal capolavoro goldoniano servendosi di qualche baule pieno di semplice attrezzeria e della grande magia dell’arte attoriale.


