Covid-19 fra numeri, contagi e residenze per anziani. Quando il tracciamento fallisce

22.10.2020 – 20.29 – Oltre 200 contagiati di Covid-19, ieri, in Friuli Venezia Giulia; un decesso (un uomo di 81 anni ricoverato a Udine), e diverse positività al virus fra il personale delle residenze per anziani, in gran parte a Trieste: Arcobaleno, Igea, Itis, Villa Verde. Poi le scuole triestine (Bergamas, Tarabocchia e la materna Stuparich), un infermiere della sanità sempre a Trieste, il tecnico del CRO di Aviano, altri. C’è anche un lavoratore triestino della grande distribuzione. E scatta la rincorsa al contagiato e alla notizia da parte della stampa, che lo viene a sapere quasi prima degli interessati; o addirittura prima: via alla macchina del Social. I click da Coronavirus ‘tirano’ sempre, e i pubblicitari, considerata la tragica (e non è un’iperbole) mancanza di altri clienti sul mercato, visto l’azzeramento di turismo, eventi e divertimento, e ora ristorazione (dopo le 18, si cammina in un deserto: assieme all’acqua sporca della cosiddetta Movida, e anche qua con una manina Social, abbiamo buttato via anche il bambino, ovvero quel che restava degli affari), si consolano almeno un poco con i contratti per il piazzamento di annunci automatici, che andranno a beneficio delle vendite su Internet e della distribuzione grande o grandissima (per Amazon, insomma, piove sul bagnato).

Virus inarrestabile, che si fermerà solo una volta fatto il suo corso? È probabile, che sia un’ipotesi da non trascurare ce l’hanno già detto CDC statunitense e OMS in febbraio, e di sicuro il Covid-19 non si arresta con un lockdown: lo si sposta solo più in avanti (e più avanti, e più avanti). Il fascino, poi, di sparare decreti a mitraglia, che nulla risolveranno, resta nell’occhio di chi guarda; come la constatazione della confusione nei numeri che le autorità pubblicano, e nel sistema di monitoraggio. Messa di fatto una pietra tombale su Immuni, che avrebbe dovuto venir installata da almeno il sessanta o settanta per cento degli italiani per avere qualche senso (pur con tutti i suoi difetti), e che non è arrivata neanche a metà strada, torna alla luce lo stesso problema di marzo: la disorganizzazione. Manca un piano di tracciamento attivo dei casi, che va fatto da esseri umani (e quindi da personale addestrato e preposto, più importante di quello mandato in strada a sorvegliare le mascherine); molto poco, o nulla, nei mesi d’estate si è fatto. Delegare le responsabilità del tracciamento a una App è facile; più difficile, se si rilegge il vecchio adagio dell’informatica (“spazzatura dentro, spazzatura fuori”) confrontarsi con la realtà rappresentata dai suoi limiti: del governo (chiamiamolo “governance”, all’inglese, intendendo allo stesso tempo il governo proprio all’italiana), il computer non può fare le veci. E quell’esercito di tracciatori attivi che sarebbe servito, non l’abbiamo arruolato: il Comitato Tecnico Scientifico forse confidava davvero nel vaccino pronto a ottobre. C’era Speranza.

Il fallimento, grosso, delle App di tracciamento non è stato un problema solo italiano; l’Europa ci fa bene compagnia, possiamo dirlo almeno per un po’ di consolazione. Rischi di sicurezza e di riservatezza dei dati, ed errori nello sviluppo dei sistemi dai quali la salute di – letteralmente – milioni e milioni di persone sarebbe poi dipesa, con buona pace di chi ha cercato in tutti i modi di promuovere le App anche a rischio di credibilità personale, si sono susseguiti da maggio a oggi di continuo. E la fiducia nel sistema sanitario dei vari paesi, con poche eccezioni, è ormai scesa a livello del terreno; sempre di governance parliamo e non di lavoratori e operatori sanitari, e quello locale è scesa un po’ di più, se per la risoluzione di una chiamata d’emergenza, in tempo di Covid, devi aspettare 90 minuti. Del resto, quando c’è il Covid, i mezzi d’emergenza vanno sanificati fra un intervento e l’altro, e “bisogna capire il ritardo”; i novanta minuti, un caso eccezionale, o così si spera. In Norvegia però oltre 900mila persone che avevano iniziato a usare una App di tracciamento si erano viste bloccate (o meglio, bloccata era la App) dopo che il governo della nazione del nord aveva verificato, vista l’incidenza percentuale dei casi di Coronavirus rispetto al numero degli abitanti, che i rischi in materia di protezione dei dati superavano di gran lunga i benefici del tracciamento automatico. Dall’Inghilterra era giunto, in luglio, l’allarme sulle tecniche di data mining (ricerca approfondita del significato dei dati raccolti) unito alle politiche di sicurezza poco accurate, imprecise (dove mettere i dati? A chi dare accesso?), che avrebbero consentito furto d’identità e stalking. Oltre al rischio, considerato dai movimenti per i diritti umani per nulla remoto, di abuso delle informazioni da parte di governi autoritari o, diciamo, ‘non molto attenti’ (oggi, nella democraticissima Unione Europea e per la precisione in Polonia, per le donne l’orologio dei diritti torna indietro di quarant’anni: il virus non c’entra, ma un governo si). Del resto in India già in aprile un software mal congegnato aveva esposto la posizione geografica (esatta) di più di 77 milioni di persone; problema rapidamente sistemato, e governo indiano pronto a offrire serie ricompense agli sviluppatori di software in grado di tracciare e risolvere subito simili vulnerabilità se dovessero presentarsi di nuovo (non si sa mai). E per concludere, l’incidente per eccellenza, quello di ottobre di nuovo nel Regno Unito: 16mila casi di contagio registrati e poi svaniti nel nulla (hai voglia, a parlare di infettività e parametro Rt). Persone che erano risultate positive, ed erano state tracciate, scomparse dagli schermi dei radar, e tutto questo perché chi si occupava dell’analisi dei dati aveva scelto un vecchio formato di Microsoft Excel: una vecchia versione di fine anni Ottanta, che poteva elaborare solo 65mila righe di dati per volta invece del milione di oggi. Una banalità, una mancata verifica: un problema di governance. Ecco perché Immuni, da sola e così com’è, non serve; ecco perché venire a sapere di essere positivi al Coronavirus dalla stampa non va bene. Sempre che la notizia messa su Internet dalla stampa venga poi verificata e confermata; perché in tempi di Covid e di Facebook non è poi detto che sia così. Al sistema che registra i click non interessa.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

Ultime notizie

Dello stesso autore