25 giugno 2026 – ore 11:00 – Passare un quarto di secolo online: questo il nuovo dato diffuso dall’azienda di cybersecurity NordVPN, rivelando che l’italiano medio trascorrerà 25 anni, 6 mesi e 1 giorno della propria vita connesso a internet. Un numero enorme, che ben dipinge la misura in cui il digitale ha colonizzato la quotidianità. Quella che fino a pochi anni fa poteva sembrare una realtà da romanzo distopico, è oggi caratteristica e accompagna ogni gesto quotidiano: dal lavoro all’intrattenimento, dalle relazioni personali alla gestione delle pratiche più ordinarie.
Se si considera un’aspettativa di vita media in Italia di 84 anni, il dato assume una proporzione ancora più evidente: quasi un terzo dell’esistenza viene ormai vissuto attraverso uno schermo. La giornata connessa degli italiani inizia mediamente alle 8 del mattino e si conclude alle 22, disegnando un arco temporale che si estende oltre all’orario lavorativo; alla sfera privata, al tempo libero, alla socialità, alla ricerca di informazioni… il confine tra esperienza reale ed esperienza online si è assottigliata a tal punto da modificare, insomma, le abitudini di vita. A dominare il tempo trascorso in rete è soprattutto l’intrattenimento: gli italiani dedicano in media 6 ore e 34 minuti a settimana alla visione di serie TV e film in streaming; seguite da 4 ore e 20 minuti settimanali di ascolto di musica e 4 ore e 19 minuti dedicate alla fruizione di video online. I social media, spesso percepiti come il simbolo più evidente della connessione permanente, si attestano invece a 3 ore e 7 minuti alla settimana, un dato comunque significativo se letto all’interno di un ecosistema digitale.
Appunto in questo scenario l’intelligenza artificiale ha smesso di apparire come una novità futuristica per diventare uno strumento sempre più ordinario: gli italiani trascorrono in media 53 minuti a settimana interagendo con chatbot basati sull’AI. La quota contenuta rispetto alle altre attività conferma che l’intelligenza artificiale non è ancora una componente essenziale della routine quotidiano, ma il 18% ritiene già che abbia migliorato la qualità della propria esperienza online. È un rapporto ancora in costruzione destinato con ogni probabilità a rafforzarsi nei prossimi anni.
La sicurezza digitale resta il punto più fragile
Più passa il tempo trascorso in rete, più si moltiplicano le superfici di rischio: truffe, profilazione, utilizzo improprio dei dati personali, fino alle nuove incognite legate ai sistemi di intelligenza artificiale. Pericoli che però vengono spesso percepiti come astratti e forse è proprio questo che spiega la disinvoltura con cui le informazioni sensibili vengono condivise online. Secondo lo studio infatti, il 64% degli utenti italiani ha inserito online il proprio nome e cognome, il 66% la data di nascita e il 43% persino l’indirizzo completo di casa su diverse piattaforme.
Se la sottovalutazione delle conseguenze esiste è perché nasce dagli “obblighi” a cui dobbiamo adempiere digitalmente per svolgere funzioni anche molto importanti per la nostra vita privata e lavorativa: compilare moduli, creare account, accettare condizioni d’uso, caricare documenti sono diventate in parecchi casi necessarie per l’erogazione di un servizio. Così normale che non ci poniamo più il dubbio di quanto tempo resteranno disponibili online e da chi potranno essere elaborati.
Il nuovo lusso potrebbe essere disconnettersi
C’è però una buona notizia, piccolo arcobaleno che scinde le nubi digitali; ossia che rispetto alla precedente indagine condotta nel 2022, il tempo complessivo di connessione stimato online è diminuito di 4 anni, 11 mesi e 18 giorni. Un dato che forse suggerisce una maggiore consapevolezza o magari indica una crescente saturazione nei confronti dell’iperconnessione?
Come Alessandro Carciofi riflette nel libro Vivere il Metaverso, il nostro rapporto con la digitalizzazione è ancora destinato a evolversi tra le pagine l’autore avanza un’ipotesi non così improbabile: la prospettiva che un giorno potrebbe diventare un privilegio potersi permettere di stare lontani dalla tecnologia e dall’iperconnessione. L’idea, a prima vista paradossale, appare invece sempre più plausibile se si osserva la realtà del lavoro contemporaneo. Moltissime professioni d’ufficio richiedono già oggi almeno otto ore al giorno davanti a un computer, con il volto illuminato da uno schermo e la mente costantemente sollecitata da email, chat, documenti condivisi e riunioni online. In questo contesto, allontanarsi dal computer e dalle notifiche, ritrovare un contatto più diretto con la natura o semplicemente con il silenzio potrebbe diventare una nuova forma di cura di sé, intesa proprio come appuntamento preso con il proprio benessere mentale.
La cultura digitale – soprattutto le generazioni più giovani e la loro ironia – lo ha già intuito: Internet riesce a far raggiungere agli utenti impensabili soglie di saturazione, tanti che non sono rari i meme o i commenti sotto i post che invitano a uscire ad accarezzare un po’ l’erba per riconnettersi con il mondo analogico. (La scrivente capisce bene che una frase simile abbia un tono incredibilmente hippie e pare inviti a riscoprire i chakra più reconditi delle nostre anime, ma dietro all’ironia GenZ c’è una profonda crisi sociale, su più livelli).
La de-digitalizzazione potrebbe quindi diventare una delle prossime frontiere del benessere. Non nel senso di un rifiuto totale della tecnologia – anche perché il 29% degli italiani dichiara di non riuscire più a immaginare una giornata intera senza connessione – ma come ricerca di un equilibrio più consapevole. Dopo anni in cui la connessione è stata sinonimo di presenza continua ed efficienza, il vero valore potrebbe spostarsi nella capacità opposta: saper scegliere quando sottrarsi. Carciofi infatti arriva anche a immaginare scenari in cui il tempo trascorso lontano dallo smartphone potrà essere monetizzato o comunque riconosciuto come un bene misurabile. Un’ipotesi che può sembrare ancora più provocatoria della precedente, ma che però coglie una questione particolare: se l’attenzione è diventata una risorsa economica, allora anche la sua sottrazione al mercato digitale può assumere valore. In un mondo in cui ogni minuto online produce dati, interazioni, profilazioni e possibilità di consumo, il tempo offline potrebbe trasformarsi in una nuova forma di difesa del proprio tempo – di ricchezza personale.
Articolo di Agata Cragnolin


