‘Un catastrofico terremoto’ A cinquant’anni dall’Orcolat. Il ricordo di Trieste

6 maggio 2026 – ore 07:00 – “Un catastrofico terremoto ha squassato ieri sera il Friuli, provocando molte vittime (il numero è ancora imprecisabile), centinaia di feriti e gravissime devastazioni”. Raccontava con queste parole Il Piccolo di Trieste, il 7 maggio 1976, la tragedia appena avvenuta nel Friuli. Proprio dalle ore 21 del 6 maggio 1976, con ulteriori scosse poi l’11 e il 15 settembre, sei mesi dopo, un sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter colpì con la forza di un maglio la zona a nord di Udine, con un epicentro macrosismico tra i comuni di Gemona e Artegna. Fu il quinto peggior terremoto che avesse mai colpito l’Italia nel novecento, dopo il terremoto di Messina (1908), della Marsica (1915), dell’Irpinia (1980) e dell’Irpinia e del Vulture (1930). L’età a volte secolare di molte case e chiese accelerò l’opera di distruzione, facilitata anche dalla posizione sopra le alture. I paesi della Carnia, in quanto restaurati dopo il terremoto del marzo 1928, resistettero meglio, seppure con vittime e dolorosi crolli. I numeri erano inediti, specie per il Nord Est: 77 comuni con danni, 80mila abitanti coinvolti, 45mila persone rimaste senza casa e 990 morti; dal lato sloveno 12mila edifici danneggiati, 4mila distrutti, ma nessuna vittima. L’interruzione delle linee telefoniche obbligò all’utilizzo delle radio, specie grazie all’azione ante litteram dei radioamatori: si apprese così, già il 7 maggio, come vi fossero interi paesi ridotti a detriti, in particolare Gemona, Buia e Osoppo.
“Lungo la strada verso Tolmezzo lo spettacolo è raccapricciante” scrissero i primi reporter “gente che cammina senza meta lungo la strada, gente che invoca aiuto, macchine stracariche di persone nei campi, negli spiazzi erbosi; le case, le poche che sono rimaste in piedi, sono state tutte abbandonate”. E ancora: “È una vera e propria catastrofe: ci sono cavi dell’alta tensione per la strada che impediscono di portare i primi soccorsi”. All’indomani del terremoto le notizie erano ancora frammentate, confuse: solo coi giorni l’entità della distruzione diventerà manifesta.

Il terremoto fu avvertito con chiarezza anche a Trieste: sempre il 7 maggio 1976 i giornali scrivevano che “in preda al panico dopo la scossa tellurica, da tutte le case la gente si è riversata sulle strade, affollando letteralmente in modo particolare piazza Unità, le Rive”. Altri corsero invece a pigliare l’auto e si affrettarono con la famiglia verso l’altipiano dove, si ragionava, non c’erano edifici che sarebbero potuti crollare: “Particolarmente intasato il distributore di benzina funzionante a self service in viale Miramare: un’autentica fila di automobilisti che cercavano di riempire il serbatoio per allontanarsi dal centro abitato”. L’ultimo, grande, terremoto era d’altronde avvenuto cinquant’anni prima, nel 1926; e la popolazione non aveva mai avuto esperienza del fenomeno. Pertanto “molto spavento, panico anche, quindi, a Trieste, ma per fortuna non si devono lamentare morti o feriti (tranne il caso pietoso di una donna colpita da infarto)”.
I resoconti dei vigili del fuoco confermarono alcuni piccoli crolli: “in piazza Sant’Antonio, dal pronao del tempio è venuto giù il braccio di una statua“.
Ma il caso più frequente a Trieste fu di caratura ben più banale e (per fortuna) innocua: “La situazione più tipica alla quale i vigili si sono trovati a dover far fronte è stata quella di tanti usci chiusi alle spalle dei fuggitivi con le chiavi nella toppa”.

Articolo di Zeno Saracino

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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