3 maggio 2026 – ore 07:00 – “Lìlì Marlen. Scritto vicino ad un profilo di donna nuda male tracciato”. Si tratta di un appunto di un diario dello storico Diego de Henriquez quando, nel maggio del 1950, ricopiò i graffiti presenti negli stanzoni dell’odierna Sala delle Croci della Risiera di San Sabba. I locali, essendo proprietà all’epoca dell’ACEGAT, erano ingombri di materiali utilizzati dall’azienda, tra cui un gran numero di lampadine, mentre all’esterno e nei magazzini prospicienti il mare l’ex campo di concentramento era stato riconvertito a campo profughi per egli esuli e poi per i rifugiati politici. La menzione di Lili Marleen non ci deve sorprendere, perché la canzone durante la seconda guerra mondiale era estremamente popolare su entrambi i fronti: tra le truppe tedesche iniziò a diffondersi tra gli Africa Korps di Rommel nel 1941, mentre Marlene Dietrich la interpretò per le truppe alleate nel 1944. I triestini conoscevano Lili Marleen dalla versione tedesca, specie a seguito dell’occupazione nazista dell’autunno del 1943 e alla conseguente nascita del Litorale Adriatico: la cantava Lale Andersen ed era molto odiata dal ministro della propaganda Goebbels che si scontrava più volte con la “volpe del deserto” sulla sua messa in onda; quest’ultimo tuttavia difese sempre l’amore dei suoi soldati per la canzone.
Eppure, leggendo i versi, Lili Marleen è una canzone se non pacifista, antibellica, tutta incentrata sul ricordo, il rimpianto, i toni soffusi e ricchi d’amore.
Trieste la metteva in onda tramite i microfoni della “Radio Litorale Adriatico” ed era più volte rilanciata tanto dalla trasmissione, piena di furba nostalgia filo asburgica, “Vienna saluta Trieste e Trieste saluta Vienna“, quanto nelle rubriche del settimanale tedesco Adria Illustrierte.
Ma come mai il graffito sulle pareti della Risiera? Come è stato ricostruito da numerose testimonianze, specie durante il Processo alla Risiera di cinquant’anni fa (1976), i nazisti nelle ore notturne mettevano spesso in onda i programmi della radio, tra cui canzoni all’epoca in voga tra i soldati. La voce dolce di Marleen, assieme ai latrati dei pastori tedeschi e il rombare dei motori, serviva a soffocare le grida e i pianti di chi veniva ucciso nei locali adiacenti il forno crematorio.
Nulla di strano od eccezionale: l’uso di canzoni famose, oggigiorno le definiremmo ‘pop’, nei campi di detenzione e di tortura è prassi usuale: tra i tanti esempi negli anni Settanta in Cile sotto Pinochet e, in tempi recenti, a inizio duemila a Guantánamo con gli Stati Uniti.
Articolo di Zeno Saracino


