05.03.2026 – 10.00 – A due mesi dall’avvio – e ormai verso il termine – dei saldi invernali, a Trieste il bilancio appare fatto di luci e ombre, come evidenziato da un sondaggio realizzato dalla Confcommercio provinciale. L’organizzazione ha coinvolto una cinquantina di negozi cittadini dei settori abbigliamento, calzature, moda e accessori, sia del centro sia delle aree periferiche, con l’obiettivo di fotografare l’andamento delle vendite di fine stagione e dall’indagine risultante emerge innanzitutto un dato centrale: il 55% degli esercenti interpellati ha registrato un andamento delle vendite sostanzialmente in linea con quello dello scorso anno; nonostante la quota resti significativamente inferiore rispetto alla media nazionale, che si attesta al 72%. Il 15% dei commercianti ha invece rilevato un miglioramento, mentre il restante 30% segnala un peggioramento del trend, con difficoltà particolarmente evidenti nei negozi di quartiere, dove il calo delle vendite si è collocato tra il 15% e il 20%.
Il peso dei saldi resta comunque rilevante per il settore: mediamente incidono per circa il 15% sul fatturato annuo delle imprese commerciali. Nonostante ciò, l’indagine evidenzia anche una flessione dello scontrino medio, che si è attestato tra gli 80 e i 110 €, in diminuzione rispetto allo scorso anno e inferiore alla media nazionale, pari a 137 €. Una delle motivazioni, attestata dal 75% dei negozianti, è che negli ultimi anni è cambiato l’approccio dei consumatori agli acquisti: i clienti tendono sempre più a comprare solo ciò di cui hanno bisogno nell’immediato, rinviando invece l’acquisto di capi che potrebbero rappresentare un investimento per il futuro, anche quando i prezzi risultano particolarmente vantaggiosi. Un altro elemento segnalato da diversi esercenti riguarda l’impatto dei cambiamenti climatici sulle abitudini di consumo. In particolare, per gli articoli più stagionali come piumini, giacconi pesanti e capi invernali, le temperature più miti stanno modificando le tempistiche delle compere, incidendo sulla dinamica delle vendite.
Anche il calo delle presenze turistiche registrato tra l’Epifania e l’inizio di febbraio ha inciso in termini di clientela sui saldi invernali. Una situazione diversa rispetto al periodo estivo, quando i visitatori presenti in città sono molto più numerosi e contribuiscono in modo più significativo ad alimentare lo shopping e a svuotare gli scaffali dei negozi. L’insieme di questi sintomi trova negli operatori del settore una posizione condivisa, molti di loro concordi nell’idea di posticipare i saldi di fine stagione. Oltre l’80% degli intervistati da Confcommercio ritiene che i saldi dovrebbero essere ricalendarizzati e accompagnati da misure più stringenti di contenimento delle vendite promozionali che li precedono: un esempio si attesta negli effetti negativi portati dal Black Friday che, da evento inizialmente limitato a una sola giornata, oggi tende a estendersi per un’intera settimana o anche più.
Tra i comparti che stanno attraversando le maggiori difficoltà c’è quello dell’abbigliamento. Il presidente della Confcommercio provinciale, Antonio Paoletti, evidenzia come il trend negativo riguardi l’intero panorama nazionale e sia determinato da una serie di fattori strutturali: dalla crescita del commercio online, che secondo l’associazione richiederebbe una cornice normativa più chiara a livello europeo, all’elevata pressione fiscale, fino ai costi delle locazioni e alla progressiva desertificazione commerciale dei centri urbani e delle periferie. Un fenomeno che spesso innesca un effetto domino: la chiusura di un’attività, come rilevato anche da indagini di Confcommercio, tende infatti a favorire nel medio periodo l’uscita dal mercato di altri esercizi. Un’emergenza percepita anche dalle istituzioni locali, che attraverso il nuovo Codice del Terziario hanno previsto per il 2026 risorse pari a poco meno di 3 milioni di euro a sostegno del commercio di prossimità.
“In ambito nazionale, dal 2019 ad oggi, si è assistito ad un calo delle vendite del 5%, dei consumi di 4 miliardi e, nel 2025, di un saldo negativo, nel raffronto con il 2024, tra aperture e chiusure, pari a -6459 unità”, osserva Paoletti, sottolineando come il rilancio del commercio, in particolare di quello di vicinato, richieda strategie strutturate e condivise tra istituzioni, associazioni datoriali e imprese per riqualificare e rigenerare i centri urbani. In questa direzione si inseriscono anche le attività del Distretto del Commercio “Vivi Trieste”, che puntano a valorizzare il ruolo degli esercizi di quartiere. A confermare l’importanza del commercio locale sono inoltre i dati dello studio “Il Valore della Reciprocità”, realizzato da Nomisma nell’ambito dell’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, secondo cui l’84% dei consumatori ritiene i negozi di vicinato essenziali non solo come punti vendita, ma anche come elementi capaci di mantenere vivi i centri urbani (81%), generare un impatto sociale positivo (72%) e rafforzare la cooperazione tra soggetti diversi (70%). “Azioni, quelle poste in essere da Confcommercio, in sintonia con il Comune, per la valorizzazione delle attività economiche rionali e periferiche, da S. Giacomo, a Servola, a Roiano ad altre zone cittadine” si appresta a concludere Paoletti. Tali iniziative, “fondate su una visione di sviluppo dei territori globale, equilibrata, sostenibile, compatibile con le loro peculiarità”, hanno il compito di offrire supporto ai servizi di prossimità e di individuare “un asset essenziale per arginare quella desertificazione commerciale che apre le porte a degrado, emarginazione, scarsa percezione del bene comune e minor sicurezza per cittadini e operatori economici”.
[a.c.]


