Groenlandia, Ucraina, Venezuela: l’Europa spettatrice del nuovo ordine mondiale

03.02.2026 – 14.30 – PREMESSA – Oggi desidero iniziare questo editoriale dalle frasi espresse recentemente da Umberto Galimberti, noto filosofo, psicanalista e saggista, che, in una trasmissione televisiva, incalzato dal conduttore Corrado Augias, ha testualmente affermato: “Quello che lei ha profetizzato delle tre potenze che governano il mondo e forse quattro con l’India, è già accaduto, e stiamo ancora a discutere se dobbiamo creare una difesa comune, un Presidente degli Stati Uniti d’Europa, una politica estera comune, e stiamo ancora a discutere in attesa di che cosa? Noi siamo debolissimi, pur essendo noi europei i più ricchi del mondo, anche dell’America che ha un debito pubblico enorme che, se lo avessimo noi, saremmo già falliti, e per giunta questo debito pubblico lo hanno in mano i cinesi, siamo anche il popolo più numeroso, siamo 450 milioni, contro i 250 milioni della Russia e i 350 milioni dell’America del Nord, abbiamo un potenziale economico di ricchezza superiore a loro e non abbiamo gli strumenti per difenderci…”

Dichiarazioni forti, miste a una profonda amarezza.
Proviamo a ragionare insieme.

Davos: dichiarazioni chiarissime da parte di Trump sulla NATO e incredibili accuse di Zelensky all’Europa  – Questa Amministrazione americana, come ho scritto recentemente, diversamente dalle precedenti, dopo aver eliminato dal consueto menù dosi abbondanti di ipocrisia, ha voluto aggiungere al prelibato pranzo di gala dosi cospicue di tracotanza, prepotenza e decisa supponenza, offrendo a noi europei, e non solo, una bevanda amara, direi amarissima, perché ci pone davanti agli occhi una realtà che conoscevamo perfettamente, ma che preferivamo ignorare.

Non ci dovremmo stupire.
Osserviamoci solo un istante: il problema non è Trump, siamo noi.

L’Amministrazione Trump, assecondando la maggioranza degli americani che l’hanno votata, sta cercando di rimettere in asse un sistema statunitense in profonda crisi: con un debito immenso, lacerato dalla cultura woke, avvolto da una cappa di depressione e da una crisi economica derivante da una globalizzazione selvaggia, ricordiamolo, sponsorizzata nel tempo proprio dalle diverse amministrazioni statunitensi.

Gli USA, ricordiamolo, curano gli interessi americani, non i nostri.

La guerra in Ucraina, non voluta dall’Europa, certamente sta indebolendo politicamente ed economicamente la Russia, ma sta anche determinando una crisi europea senza precedenti. La distruzione, da parte ucraina e non solo, di impianti strategici europei come il Nord Stream nel 2022 avrebbe dovuto farci inorridire; eppure, incredibilmente, la risposta è stata nulla. Dovremmo essere protagonisti nei colloqui di pace sulla dilaniata Ucraina e, invece, preferiamo recitare unicamente il ruolo di spettatori paganti.

Perché tutto questo continuiamo a chiederci?

Dichiarazioni chiarissime da parte di Trump sulla NATO e accuse di Zelensky all’Europa – Davanti alle dichiarazioni espresse recentemente da Trump a Davos (Svizzera) sulla NATO e sull’Europa, alle quali si è aggregato anche il guitto ucraino, siamo rimasti inizialmente attoniti, con particolare riferimento a Zelensky, perché ci sono apparse decisamente fuori luogo. Ovviamente, forse per ragioni diplomatiche, questi eventi sono stati minimizzati ma, credetemi, sono stati davvero eclatanti. In particolare, abbiamo provato una profonda rassegnazione ascoltando alcuni passi del discorso di Trump, peraltro estremamente lungo e, in certi passaggi, confuso: un’ora e trenta minuti circa di conferenza. È sembrato, in quelle aspre e amare dichiarazioni americane, di intravedere una volontà statunitense di evidenziare la scarsa rilevanza europea, colpendone la già fragile credibilità internazionale.

Proviamo a raccontare ciò che è successo.

Desidero proporvi alcuni brevi stralci, lasciando a ciascuno di voi la possibilità di leggere il discorso interamente nel link in descrizione.
https://www.rev.com/transcripts/trump-at-wef

Trump ha affermato nel corso del discorso che: “Amo l’Europa e voglio che l’Europa vada bene, ma non sta andando nella giusta direzione. Negli ultimi decenni, a Washington e nelle capitali europee è diventato opinione diffusa che l’unico modo per far crescere un’economia occidentale moderna fosse attraverso una spesa pubblica in continua crescita, migrazioni di massa incontrollate e importazioni dall’estero senza fine. Il consenso era che i cosiddetti lavori sporchi e l’industria pesante dovessero essere trasferiti altrove, che l’energia a prezzi accessibili dovesse essere sostituita dalla Nuova Truffa Verde e che i paesi potessero essere sostenuti importando popolazioni nuove e completamente diverse da terre lontane. Questa è stata la strada che l’amministrazione del sonnolento Joe Biden e molti altri governi occidentali hanno seguito in modo molto sconsiderato, voltando le spalle a tutto ciò che rende le nazioni ricche, potenti e forti

La Germania ora produce il 22% di elettricità in meno rispetto al 2017, e non è colpa dell’attuale cancelliere. E i prezzi dell’elettricità sono più alti del 64%. Il Regno Unito produce solo un terzo dell’energia totale da tutte le fonti rispetto al 1999. Pensateci: un terzo. E si trovano sul Mare del Nord, una delle più grandi riserve al mondo, ma non la usano. Ed è uno dei motivi per cui la loro energia ha raggiunto livelli catastroficamente bassi, con prezzi altrettanto alti. Gli Stati Uniti hanno molto a cuore i cittadini europei. Davvero. E crediamo profondamente nei legami che condividiamo con l’Europa come civiltà. Voglio vederla crescere alla grande. Ecco perché questioni come l’energia, il commercio, l’immigrazione e la crescita economica devono essere preoccupazioni centrali per chiunque voglia vedere un Occidente forte e unito, perché l’Europa e quei paesi devono fare la loro parte. Vogliamo alleati forti, non seriamente indeboliti. Vogliamo che l’Europa sia forte. In definitiva, queste sono questioni di sicurezza nazionale, e forse nessuna questione attuale rende la situazione più chiara di ciò che sta accadendo attualmente con la Groenlandia. Nutro un enorme rispetto sia per il popolo della Groenlandia che per quello della Danimarca. Un enorme rispetto. Ma ogni alleato della NATO ha l’obbligo di essere in grado di difendere il proprio territorio, e il fatto è che nessuna nazione o gruppo di nazioni è in grado di proteggere la Groenlandia, a parte gli Stati Uniti.

Siamo una grande potenza, molto più grande di quanto la gente possa immaginare. Credo che l’abbiano scoperto due settimane fa in Venezuela. Lo abbiamo visto nella Seconda Guerra Mondiale, quando la Danimarca cadde sotto la Germania dopo sole sei ore di combattimento e fu totalmente incapace di difendere né se stessa né la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti furono costretti. E poi, dopo la guerra, che abbiamo vinto, l’abbiamo vinta alla grande. Senza di noi, adesso parlereste tutti tedesco e forse giapponese. Dopo la guerra, abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca. Quanto siamo stati stupidi a farlo? Ma l’abbiamo fatto. Ma gliel’abbiamo restituita. Ma quanto sono ingrati ora? Quindi ora il nostro Paese e il mondo affrontano rischi molto più grandi di prima a causa dei missili, del nucleare, delle armi da guerra di cui non posso nemmeno parlare… Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla NATO, voglio dirvelo. E se ci pensate, nessuno può contestarlo. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio. E sono stato un critico della NATO per molti anni, eppure ho fatto di più per aiutare la NATO di qualsiasi altro presidente, di qualsiasi altra persona… La guerra con l’Ucraina ne è un esempio. Siamo a migliaia di chilometri di distanza, separati da un oceano gigante. È una guerra che non sarebbe mai dovuta iniziare, e non sarebbe iniziata se le elezioni presidenziali statunitensi del 2020 non fossero state truccate… Servono confini forti, elezioni forti e, idealmente, una buona stampa… E ho ereditato una situazione terribile. Se guardate, il confine era aperto, l’inflazione imperversava. Tutto andava male con gli Stati Uniti quando sono entrato in carica. Ma ho anche ereditato un pasticcio con l’Ucraina e la Russia, qualcosa che non sarebbe mai successo. E conosco molto bene Putin: io e lui discutevamo dell’Ucraina. Era la pupilla dei suoi occhi, ma non aveva intenzione di fare nulla. Gli ho detto: ‘Vladimir, non lo farai’. Non l’avrebbe mai fatto. È stato terribile quello che è successo. Potevo vederlo accadere anch’io.”

Biden aveva dato all’Ucraina e alla NATO 350 miliardi di dollari, una cifra sbalorditiva: 350 miliardi di dollari. Sono arrivato e, proprio come il confine meridionale, proprio come l’inflazione, proprio come la nostra economia, ho detto: “Wow, questo posto è nei guai”, riferendomi al nostro Paese. Tutte queste cose erano fuori controllo. Ma il confine era fuori controllo; lo abbiamo sistemato con il confine più forte del mondo. E ora lavoro su questa guerra da un anno, durante il quale ho risolto altre otto guerre: India, Pakistan… Cosa guadagnano gli Stati Uniti da tutto questo lavoro, da tutti questi soldi, se non morte, distruzione e ingenti somme di denaro destinate a persone che non apprezzano quello che facciamo? Parlo della NATO. Parlo dell’Europa. Loro devono lavorare sull’Ucraina, noi no. Gli Stati Uniti sono molto lontani. Abbiamo un grande, meraviglioso oceano che ci separa. Non c’entriamo niente. Prima del mio arrivo, la NATO avrebbe dovuto pagare solo il 2% del PIL, ma non pagava. La maggior parte dei paesi non pagava nulla. Gli Stati Uniti pagavano praticamente il 100% della NATO e io ho fatto in modo che ciò si fermasse. Ho detto: “Non è giusto”.

Ma poi, cosa ancora più importante, ho fatto pagare alla NATO il 5%, e ora stavano pagando, e ora stanno pagando tutti. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia, dove già l’avevamo come fiduciario, ma che abbiamo rispettosamente restituito alla Danimarca non molto tempo fa, dopo aver sconfitto tedeschi, giapponesi, italiani e altri nella Seconda guerra mondiale. Gliel’abbiamo restituita. Eravamo una forza potente allora, ma ora siamo molto più potenti. Quindi, quello che abbiamo ottenuto dalla NATO non è nulla, se non proteggere l’Europa dall’Unione Sovietica e ora dalla Russia. Voglio dire, li abbiamo aiutati per così tanti anni. Non abbiamo mai ottenuto nulla, se non pagare per la NATO, e abbiamo pagato per molti anni; finché non sono arrivato io, abbiamo pagato, a mio parere, il 100% della NATO, perché non pagavano i loro conti. E tutto ciò che chiediamo è di ottenere la Groenlandia, inclusi diritti, titoli e proprietà, perché serve la proprietà per difenderla. Non si può difendere con un contratto di locazione. …Sulla guerra in Ucraina: voglio fermarla. È una guerra orribile. È la peggiore dalla Seconda guerra mondiale. Se continuano, supereranno la Seconda guerra mondiale. I numeri sono impressionanti: quante persone hanno perso. Non vogliono parlarne. Ucraina e Russia hanno perso cifre enormi. E sto trattando con il presidente Putin e lui vuole fare un accordo, credo. Sto trattando con il presidente Zelenskyy e penso che voglia fare un accordo. Troppe anime si stanno perdendo. È l’unica ragione per cui sono interessato a farlo. …Ma il problema con la NATO è che noi saremo lì per loro al 100%, ma non sono sicuro che loro sarebbero lì per noi. Se li chiamassimo: “Signori, siamo sotto attacco”, li conosco tutti molto bene. Non sono sicuro che sarebbero lì. So che noi saremmo lì per loro. Non so se loro sarebbero lì per noi. Quindi, con tutti i soldi che spendiamo, con tutto il sangue, il sudore e le lacrime, non so se sarebbero lì per noi.

…Dopo aver dato alla NATO e alle nazioni europee trilioni e trilioni di dollari per la difesa, comprano le nostre armi. Produciamo le armi più potenti al mondo, ma ora le produrremo più velocemente, molto più velocemente.” Successivamente, Trump, in un’intervista a Fox News, parlando della guerra in Afghanistan, ha dichiarato che gli “alleati europei dicono di aver inviato truppe in Afghanistan, e lo hanno fatto, ma sono rimasti un po’ indietro, un po’ lontani dalle linee del fronte. Non ne abbiamo mai avuto bisogno. Non abbiamo mai chiesto loro nulla”. Accuse gratuite e fuori luogo, atteso che, nel massimo momento di espansione del conflitto contro i talebani, si trovavano in Afghanistan circa 140 mila militari, di cui 100 mila statunitensi e 40 mila alleati. Questi alleati, definiti ingrati, erano impegnati in una guerra voluta dall’Amministrazione democratica americana e in cui Barack Obama, come ci ricorda Gianandrea Gaiani, premeva ogni giorno per un maggior contributo di uomini e mezzi. Gaiani ci aiuta inoltre a comprendere i termini esatti della tematica, fornendoci anche i dati sulle perdite delle forze della coalizione in Afghanistan, affermando che, su 3.609 caduti tra il 2001 e il 2021, gli statunitensi sono stati 2.465, cui aggiungere ulteriori 1.144 alleati: 455 britannici e 689 di altre nazionalità, tra cui spiccano 90 francesi, 62 tedeschi, 54 italiani, 47 australiani, 44 polacchi, 43 danesi e 35 spagnoli. In tale cornice, la risposta maggiormente eclatante a tali sferzanti e gratuiti colpi di flagello è stata quella britannica, attraverso le parole espresse dal premier Keir Starmer, che ha dichiarato: “Considero le dichiarazioni del presidente Trump offensive e francamente sconcertanti, e non mi sorprende che abbiano causato tanto dolore alle famiglie di chi è stato ucciso o ferito”, aggiungendo che, nei panni del presidente americano, si sarebbe “di certo scusato”. Senza addentrarci su come e perché il conflitto in Afghanistan sia mestamente finito, onestamente ci chiediamo il motivo di simili affermazioni gratuite. Secondo alcuni, per voler mantenere alta la pressione americana sui singoli paesi europei. Per altri, forse, per farci comprendere che, senza gli USA, l’Europa non è in grado di difendersi. Trump, sui social, ha rivisto quasi immediatamente la propria esternazione, chiudendo una polemica assolutamente sbagliata, fuori luogo e imbarazzante anche per il Dipartimento di Stato americano.

Contenuto della nuova dichiarazione di Trump nel link in descrizione:
https://www.foxnews.com/politics/trump-hails-great-very-brave-uk-soldiers-after-slamming-nato-allies-afghanistan-service

Tuttavia, possiamo affermare, senza timore di smentita, che la velata incrinatura, iniziata da tempo nelle relazioni euro-atlantiche, rischia seriamente di divenire, ogni giorno di più, una frattura insanabile, dalle conseguenze imprevedibili. La NATO, così come l’abbiamo pensata e vissuta, appare pertanto in forte crisi sistemica, affermano numerosi analisti sia europei che americani, ma non per volontà europea: per una visione statunitense che ci vede non certo come autentici alleati, ma come semplici clientes; peraltro, in alcuni casi, considerati da Washington, e non da oggi, anche recalcitranti e fortemente morosi. Gli USA, chiariamolo, hanno il pieno diritto di concepire e realizzare una propria strategia geopolitica globale che vede, non certo dall’avvento di Trump, il quadrante europeo come uno scenario secondario, mentre quello predominante appare rappresentato da quello asiatico e da quello americano. In merito, tuttavia, il problema, a mio modesto avviso, rimane sempre lo stesso: noi europei cosa pensiamo e, soprattutto, quale visione strategica vogliamo promuovere nel medio periodo? In tale già complesso scenario, sempre a Davos, il guitto di Kiev ha voluto indossare, con una supponenza oggettivamente fastidiosa, anche i panni del docente universitario, fornendoci una lectio magistralis di strategia, politica e perfino di economia, risparmiandoci altre materie, come l’etica, per nostra fortuna.

Il presidente ucraino ha dichiarato, tra le molteplici esternazioni, infatti che:
“Proprio l’anno scorso, qui a Davos, ho concluso il mio intervento con le parole: l’Europa deve sapere come difendersi. È passato un anno e nulla è cambiato. Siamo ancora in una situazione in cui devo dire le stesse parole, ma perché? La risposta non riguarda solo le minacce esistenti o che potrebbero manifestarsi: ogni anno porta con sé qualcosa di nuovo per l’Europa e per il mondo. Tutti hanno rivolto l’attenzione alla Groenlandia, ed è chiaro che la maggior parte dei leader non ha le idee chiare su cosa fare al riguardo, e sembra che tutti aspettino solo che l’America si calmi su questo argomento, sperando che passi. Ma se così non fosse? Cosa succederebbe? Si è parlato tanto delle proteste in Iran, ma sono state soffocate nel sangue. Il mondo non ha aiutato abbastanza il popolo iraniano, ed è vero: è rimasto in disparte. In Europa c’erano le celebrazioni di Natale e Capodanno, le festività stagionali, e quando i politici sono tornati al lavoro e hanno iniziato a prendere posizione, l’ayatollah aveva già ucciso migliaia di persone. Diamo un’occhiata all’emisfero occidentale. Il presidente Trump ha guidato un’operazione in Venezuela e Maduro è stato arrestato, e ci sono state opinioni diverse al riguardo, ma il fatto è che Maduro è sotto processo a New York. Mi dispiace, ma Putin non è sotto processo, e questa è la guerra più grande in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, e l’uomo che l’ha iniziata non solo è libero, ma sta ancora lottando per i suoi soldi congelati in Europa. E, sapete cosa, sta ottenendo un certo successo. È Putin che sta cercando di decidere come utilizzare i beni russi congelati, non coloro che hanno il potere di punirlo per questa guerra. Per fortuna, l’UE ha deciso di congelare i beni russi a tempo indeterminato e ne sono grata: grazie Ursula, grazie Antonio e tutti i leader che hanno contribuito, ma quando è arrivato il momento di utilizzare quei beni per difendersi dall’aggressione russa, la decisione è stata bloccata. Putin è riuscito a fermare l’Europa, purtroppo.

…È vero: si sono svolti molti incontri, ma l’Europa non ha ancora raggiunto il punto di dotare il tribunale di una sede con personale e attività operative concrete. Cosa manca: il tempo o la volontà politica? Troppo spesso in Europa qualcos’altro è sempre più urgente della giustizia. …Ma che dire del cessate il fuoco in sé? Chi può contribuire a realizzarlo? L’Europa ama discutere del futuro, ma evita di agire oggi: azioni che definiscano il tipo di futuro che avremo. Questo è il problema. Perché il presidente Trump può fermare le petroliere della flotta ombra e sequestrare il petrolio? Ma l’Europa non lo fa: il petrolio russo viene trasportato lungo le coste europee, quel petrolio finanzia la guerra contro l’Ucraina. Quel petrolio contribuisce a destabilizzare l’Europa. Quindi il petrolio russo deve essere fermato, confiscato e venduto a beneficio dell’Europa. Perché no? Se Putin non ha soldi, non c’è guerra per l’Europa. Se l’Europa ha soldi, allora può proteggere la sua gente. In questo momento quelle petroliere stanno facendo soldi per Putin e questo significa che la Russia continua a portare avanti il suo programma malato. Il punto successivo, l’ho già detto e lo ripeto, è che l’Europa ha bisogno di forze armate unite: forze che possano davvero difenderla oggi. L’Europa si affida solo alla convinzione che, in caso di pericolo, la NATO agirà, ma nessuno ha mai visto l’alleanza in azione. Se Putin decidesse di occupare la Lituania o di colpire la Polonia, chi risponderebbe? Chi risponderà? Al momento la NATO esiste grazie alla convinzione che gli Stati Uniti agiranno, che non resteranno in disparte e aiuteranno. Ma cosa succederebbe se non lo facessero? Credetemi, questa domanda è onnipresente nella mente di ogni leader europeo e alcuni cercano di avvicinarsi al presidente Trump, è vero. Alcuni aspettano, sperando che il problema scompaia. … In Europa ci sono infinite discussioni interne e cose non dette che impediscono all’Europa di unirsi e parlare con sufficiente onestà per trovare soluzioni reali e, troppo spesso, gli europei si rivoltano contro i leader, i partiti, i movimenti e le comunità degli altri, invece di unirsi per fermare la Russia, che porta la stessa distruzione a tutti. Invece di diventare una vera potenza globale, l’Europa rimane un bellissimo, ma frammentato, caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di assumere un ruolo guida nella difesa della libertà in tutto il mondo, soprattutto quando l’attenzione dell’America si sposta altrove, l’Europa sembra persa nel tentativo di convincere il Presidente degli Stati Uniti a cambiare, ma lui non cambierà. Il presidente Trump ama se stesso e dice di amare l’Europa, ma non ascolta questo tipo di Europa. Uno dei maggiori problemi dell’Europa odierna, però, non è che se ne parli spesso. Alcuni leader europei sono europei, ma non sempre sono per l’Europa. L’Europa sembra ancora più una questione di geografia, storia, tradizione: non una vera forza politica, non una grande potenza.”

Intervento completo di Zelensky nel link in descrizione:
https://www.weforum.org/stories/2026/01/davos-2026-special-address-volodymyr-zelenskyy-president-of-ukraine/

Vorrei unicamente ricordare al prode guitto di Kiev, tra molte cose in verità, che la tanto bistrattata Europa ha deciso recentemente non solo di indebitarsi ulteriormente per altri 90 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina, ma si è anche impegnata, unitamente agli altri partner della NATO, ad acquistare per oltre 100 miliardi di dollari armi americane destinate ad armare ancora gli ucraini. Molti governi europei hanno palesato profonda amarezza per le parole dense di ingiusta ingratitudine del guitto di Kiev, ma nessuno ha minimamente pensato di chiudere il sostegno all’Ucraina. Tuttavia, a onor del vero, anche in questo settore le lievi incrinature, iniziate un anno or sono tra Europa e Ucraina, si stanno allargando. Certamente, stiamo osservando inermi un quadro ucraino d’insieme che manifesta, ogni giorno di più, aspetti decisamente paradossali. Da una parte Trump che vuole chiudere questa partita, “ritenendo questo conflitto non voluto da lui”, e dall’altra l’Europa, che ha sempre assecondato il volere americano di Biden, per poi rimanere sostanzialmente sola anche nella futura ricostruzione della dilaniata Ucraina, subendo in silenzio addirittura le “ramanzine” da parte del guitto di Kiev.

Il tutto, con tutta onestà, mi sembra decisamente troppo e mi fermo.

Europa, dove vuoi andare?

Abbiamo assistito, in queste ultime settimane, a risposte europee esitanti sul Venezuela e sulla Groenlandia: a un’Europa in palese difficoltà, sapendo di aver assoluto bisogno degli USA, sia in termini di difesa del continente sia nel contingente conflitto in Ucraina. Ne scaturiscono considerazioni ovvie: fino a quando saremo noi europei divisi e frammentati, senza una politica estera e di difesa comune, rimarremo strutturalmente e necessariamente dipendenti dalle scelte di Washington, qualsiasi sia la leadership americana del momento. In tale contesto, Mario Draghi, tra i pochi, in verità, a esprimere possibili progetti futuri per l’Europa, recentemente ha voluto dichiarare: “L’ordine globale oggi defunto non è fallito perché fondato su un’illusione. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma un futuro in cui rischia di diventare, al tempo stesso, subordinata, divisa e deindustrializzata. Un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori. L’integrazione europea è costruita in modo diverso: non sulla forza, ma sulla volontà comune; non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso. È un’integrazione senza subordinazione, di gran lunga preferibile, ma anche molto più difficile. Ciò richiede un approccio diverso. L’ho definito federalismo pragmatico. Pragmatico, perché dobbiamo compiere i passi attualmente possibili, con i partner disposti a farlo, nei settori in cui è possibile compiere progressi. Ma federalismo, perché la destinazione è importante. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono alla fine diventare il fondamento di istituzioni dotate di un reale potere decisionale, istituzioni in grado di agire con determinazione in tutte le circostanze. Questo approccio rompe l’impasse in cui ci troviamo oggi, senza subordinare nessuno. Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza. Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza? L’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione”. Tuttavia, sono consapevole che oggi pensare a un’Europa confederata e a una maggiore cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali verso un unico Stato europeo possa apparire un’utopia, anche a causa di un allargamento dell’Unione Europea a est troppo veloce e, in alcuni casi, controproducente. Tuttavia, continuare a non decidere significa inevitabilmente accettare la marginalità e subire il diktat degli imperi, nessuno escluso, senza avere alcuna possibilità di essere protagonisti.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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