Trieste alza la voce per l’Iran: una piazza, una memoria collettiva, una responsabilità globale

18.01.2026 – 9.00  Trieste, 17 gennaio. La luce limpida dell’inverno accarezza Piazza della Borsa, mentre l’aria fredda rende i passi più decisi e gli sguardi più vigili. È una tarda mattinata fresca e soleggiata, di quelle che invitano a fermarsi e ad ascoltare come collettività di cittadini e cittadine. Ed è proprio quello che accade: la piazza si riempie lentamente di persone, cartelli, bandiere, musica. Non è una folla rumorosa, è una folla consapevole senza bisogno di schiamazzi. È la manifestazione a sostegno del popolo iraniano, un presidio pacifico che trasforma il centro di Trieste in un luogo di denuncia, solidarietà e memoria.

Non si tratta di una protesta qualunque. A emergere con forza è la composizione stessa della piazza: numerosi membri della comunità iraniana, soprattutto giovani, molti dei quali studenti universitari che vivono a Trieste per ragioni di studio. Ragazzi e ragazze che hanno lasciato il proprio Paese inseguendo un futuro migliore, ma che non hanno mai reciso il legame con la loro terra d’origine. Un legame che oggi pesa come un macigno, carico di preoccupazione per le famiglie rimaste in Iran, per gli amici, per i coetanei che continuano a rischiare la vita semplicemente per aver chiesto libertà.

I volti raccontano più delle parole. C’è chi stringe un cartello con uno slogan scritto a mano, chi tiene in alto raffigurando i volti delle ultime e numerose vittime, chi ascolta in silenzio la musica di protesta iraniana che risuona nella piazza. Canzoni nate per sfidare la censura, melodie che portano con sé il dolore delle perdite e la determinazione di chi non vuole arrendersi. È una colonna sonora pensata per scuotere senza barriere linguistiche, parlando direttamente all’anima profonda comune da umano a umano. Che obbliga a confrontarsi con una realtà lontana solo geograficamente.

Al centro della manifestazione c’è la consapevolezza, sua stessa forza motrice, che ciò che sta accadendo in Iran non è un fatto improvviso né passeggero. Le dichiarazioni pubbliche lo ribadiscono con chiarezza e forza: “Non voltiamoci dall’altra parte quando si tratta di diritti umani. Prendiamo responsabilità e azione”. E’ un’accusa diretta all’indifferenza, a quella stanchezza morale che spesso accompagna le crisi internazionali quando smettono di essere notizia.

Un altro passaggio risuona con particolare intensità: “Abbiamo soltanto adesso l’attenzione mediatica che ci spetta. Ma la nostra lotta e la nostra resistenza vanno avanti da decenni”. È una frase che svela una ferita profonda. Le proteste represse, le rivolte soffocate, le vite spezzate non iniziano oggi. Da anni, in Iran, il dissenso viene punito con arresti arbitrari, torture, condanne esemplari. Da anni la libertà di espressione, i diritti delle donne, l’autodeterminazione dei giovani vengono sistematicamente negati.

“Hanno represso la nostra voce con la violenza e i proiettili”, continua una delle testimonianze. E mentre queste parole vengono pronunciate, le fotografie delle vittime passano di mano in mano. Giovani uomini e donne, spesso poco più che adolescenti. Sguardi fieri, sorrisi che oggi assumono il peso di un’accusa silenziosa. Quelle immagini rendono impossibile la distanza emotiva: Sono persone quelle raffigurate, associate a numeri esorbitanti che tengono conto di un dolore inaccettabile e, per chi non lo vive in prima persona, inconcepibile. Vite interrotte in nome del controllo e della paura.

La piazza di Trieste diventa così uno spazio politico nel senso più profondo del termine: un luogo in cui la comunità si interroga sul proprio ruolo nel mondo. La solidarietà, valore nobilissimo, arriverà a non bastare più. Tocca l’arduo compito di chiedere coerenza alle democrazie occidentali, alle istituzioni europee, ai governi che troppo spesso bilanciano i diritti umani con interessi economici e geopolitici.

Trieste, città di confine, storicamente segnata da migrazioni, esili e incontri di culture, non è un luogo casuale per questa manifestazione. Qui la memoria della repressione e della libertà negata è parte del tessuto urbano e umano. Manifestazioni come questa rieccheggiano negli antri della coscienza collettiva, riattivandone rabbia e senso di tradimento da parte di chi dovrebbe tutelare la dignità umana. Ed è forse per questo che la piazza ascolta e si presta con così tanta spontaneità. Passanti che si fermano, studenti italiani che si uniscono, sguardi che incrociano quelli dei manifestanti iraniani in un silenzioso patto di comprensione.

La manifestazione si svolge senza tensioni, senza incidenti, ma lasciando impressa una traccia profonda. Il messaggio veicolato porta l’attenzione dove non deve mai più spegnersi, dove la reattività sociale non può più essere intermittente. Come ricordano i giovani in piazza, la libertà non è una concessione temporanea né un privilegio geografico. È un diritto universale, e quando viene negato in un luogo del mondo, riguarda tutti.

Per qualche ora si è scelto di non voltarcisi dall’altra parte. Ora la domanda resta aperta: chi continuerà ad ascoltare, quando le piazze si svuoteranno e i riflettori si spegneranno?

Ultime notizie

Dello stesso autore