Quando ricordare diventa comodo

27.01.2026 – 9.30 – La memoria è una cosa seria finché fa male. Quando smette di far male, diventa commemorazione. E quando diventa commemorazione, in genere è già morta. Oggi ci ripetiamo che i sopravvissuti alla Shoah stanno scomparendo. Lo diciamo con tono mesto, quasi rassegnato, come se fosse un fatto naturale, biologico, inevitabile. In realtà è un alibi. Perché il problema non è che i testimoni muoiano — quello accade da sempre — ma che noi non siamo più capaci di reggere ciò che testimoniavano. Trieste, in questo, è un laboratorio perfetto. Una città che ama definirsi “di confine”, “mitteleuropea”, “complessa”. Parole eleganti, utilissime a non prendere mai una posizione netta. In piazza Unità d’Italia, sotto le volte del Municipio, una targa commemorativa ricorda un momento tragico della storia cittadina e nazionale: l’annuncio, da quella stessa piazza, delle leggi razziali antiebraiche del 1938. Scolpita nella pietra, accanto alla data e alla memoria delle vittime, campeggia una parola ebraica – Zakhor – e una frase presa dai libri sacri: “Ricorda quello che ti fece Amalek quando eri in cammino…” (Deuteronomio 25:17) – un richiamo antico ma inquietantemente vivo alla ferocia e alla prodezza del male compiuto contro il popolo d’Israele durante la fuga dall’Egitto, quando gli Amaleciti attaccarono i più deboli senza pietà e senza timore di Dio.

Questa citazione, scelta con cura da chi volle la targa, non è un vezzo teologico o un’esotica citazione biblica: è un monito che attraversa i secoli. È l’invito a non dimenticare con leggerezza, a non ridurre il ricordo a pura commemorazione rituale ma a custodirne la durezza come specchio delle nostre responsabilità. In un’epoca in cui, anche nel cuore dell’Europa, episodi di antisemitismo, atti di odio e provocazioni simboliche tornano a comparire con preoccupante frequenza, quel “ricorda” suona come un avvertimento: la memoria non deve essere estetica o consolatoria, deve interrogare il presente e scalfire l’indifferenza che permette alle discriminazioni di riemergere sotto nuove forme – dagli insulti sui muri alle aggressioni verbali nei luoghi pubblici, fino alla riluttanza a confrontarsi con le ombre della nostra storia recente. Qui la storia viene spesso raccontata come un incidente geografico: colpa della frontiera, colpa degli imperi, colpa degli altri. Ma la Risiera di San Sabba non è stata costruita dagli imperi. Ha funzionato perché qualcuno apriva i cancelli, compilava elenchi, organizzava traduzioni, indicava nomi.

Non servivano belve hitleriane. Bastavano uomini normali. Hannah Arendt li avrebbe riconosciuti subito: la banalità del male non è una teoria astratta, è un metodo amministrativo. Trieste aveva tutto per capire prima degli altri. Una comunità ebraica antica e integrata, una sinagoga tra le più grandi d’Europa, scrittori come Svevo e Saba che avevano fatto dell’identità inquieta una cifra culturale. Eppure, quando arrivarono le leggi razziali, la città si adeguò con sorprendente disciplina. Il conformismo, qui, funzionò meglio della violenza. La storia di Arianna Szorenyi lo dimostra con una precisione quasi crudele. Non viene catturata in una retata cieca. Viene denunciata. Da un collega. Da qualcuno che la conosceva. È sempre così che cominciano le grandi tragedie: non con i proclami, ma con i moduli compilati correttamente. La Risiera non fu solo un luogo di morte. Fu un luogo di passaggio. E questa è forse la sua verità più inquietante. Non era Auschwitz, non era Treblinka: era una tappa. Un ingranaggio. Il posto dove si smistava l’essere umano verso il suo destino finale. La morte industriale iniziava lì, ma con discrezione tutta mitteleuropea.

Oggi la Risiera è un museo. Ci si entra in silenzio, si abbassa la voce, si leggono i pannelli. Poi si esce e si va a bere un caffè. La città continua. È il trionfo della memoria ordinata: quella che non disturba la digestione. Ogni 27 gennaio Trieste ricorda. Ricorda sempre. Forse troppo. Come tutte le società che ricordano in modo rituale, rischia di non ricordare più nulla. Perché la memoria, quando diventa calendario, smette di essere pensiero. Diventa pratica amministrativa. Una sorta di timbro morale: fatto. Il problema non è il negazionismo — quello è rozzo, marginale, quasi folkloristico. Il vero pericolo è il riduzionismo. La Shoah come evento eccezionale, mostruoso, irripetibile. Comoda definizione: se è irripetibile, non ci riguarda più. È la stessa logica con cui si imbalsamano i santi: venerati, ma innocui. E invece la Shoah è terribilmente moderna. È figlia dell’efficienza, dell’obbedienza, della delega morale. Non nasce dall’odio puro, ma dall’idea che qualcuno debba pur decidere. Che “non sta a me”. Che “così fan tutti”.

Quando nel 2020 una svastica compare sul muro all’ingresso della casa in cui visse Arianna Szorenyi, non è un ritorno del nazismo. È qualcosa di più squallido e più vero: la trasformazione dell’orrore in provocazione. In gesto leggero. In scarabocchio. Succede a San Daniele del Friuli, provincia di Udine, in via Piave 64: un segno tracciato con un pennarello nero nel pomeriggio del 7 febbraio, poi coperto nella notte con un cuore, come se bastasse un disegno infantile per cancellare il significato di un simbolo assassino. Sul caso interviene la Digos. E non è un’eccezione: tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 episodi simili si moltiplicano in varie città italiane, con svastiche e scritte antisemite su porte, muri, luoghi pubblici. È la stessa dinamica di sempre: l’orrore ridotto a bravata, la storia trasformata in provocazione.

Trieste ama raccontarsi come città della memoria. Ma la memoria, se non è accompagnata dal dubbio, è solo autoassoluzione. Non serve a dire “non accadrà più”. Serve a chiedersi: “noi, oggi, da che parte staremmo?”. Perché ogni epoca ha i suoi esclusi, i suoi linguaggi disumanizzanti, le sue parole rispettabili dietro cui nascondere la crudeltà. Cambiano i bersagli, non il meccanismo. E il meccanismo, questo Trieste dovrebbe saperlo bene, non nasce nei campi di sterminio. Nasce molto prima. Negli uffici. Nei corridoi. Nei silenzi educati. La memoria non si perde quando muoiono i testimoni. Si perde quando smettiamo di sentirci chiamati in causa. Quando la storia diventa una lapide e non più uno specchio. E uno specchio, si sa, è sempre più scomodo di una targa commemorativa.

[f.v.]

Trieste ha disertato la Memoria

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