Trieste ha disertato la Memoria

28.01.2026 – 13.00 – Trieste non è una città smemorata. È una città che sa benissimo cosa ricordare — e cosa evitare. Alla Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio nazista in Italia con forno crematorio, la Giornata della Memoria si è celebrata davanti a poche centinaia di persone. Il cortile, che dovrebbe pesare come una coscienza collettiva, era quasi vuoto. Non per disinformazione, non per divieti insormontabili. Per scelta. Silenziosa, ordinata, rispettabile. Trieste, quel giorno, non si è presentata. E non perché ignori la propria storia. Questa è una città colta, abituata a raccontarsi bene. Ama ricordare l’Impero, il porto, la Mitteleuropa elegante dei caffè. Ama citare James Joyce, Italo Svevo, Umberto Saba. Tutto ciò che può diventare patrimonio culturale è benvenuto. Meno ciò che obbliga a prendere posizione. La Risiera non è letteratura. Non concede metafore. È un luogo che inchioda. Ricorda che lo sterminio non fu un incidente lontano, ma un fatto avvenuto dentro una città viva, abitata, funzionante. Con tram che passavano, uffici aperti, famiglie che cenavano mentre, a poche centinaia di metri, si moriva.

Qui non si parla di Auschwitz. Qui si parla di Trieste. Durante il fascismo questa città non insorse. Si adattò. Le leggi razziali del 1938 furono applicate con efficienza amministrativa. Gli ebrei scomparvero dalle scuole, dagli impieghi, dalla vita pubblica senza clamore. Nessuna piazza, nessuna rivolta. L’ordine venne preservato. E l’ordine, quando diventa valore assoluto, è sempre il miglior alleato di ogni regime. La Risiera funzionò così: non per fanatismo diffuso, ma per collaborazione minuta e silenzi disciplinati. Non servivano mostri. Bastavano cittadini normali. È questo che ancora oggi disturba. Perché quel passato non accusa solo chi c’era. Accusa chi preferisce pensare che oggi sarebbe diverso. Che noi sapremmo riconoscere il limite. Che non ci adatteremmo. E invece, ottant’anni dopo, davanti a quel luogo, una città intera ha scelto l’assenza. L’assenza delle scuole è il segnale più grave. Non per colpa dei ragazzi, ma perché rivela una gerarchia delle priorità: la memoria è diventata facoltativa. Un evento da calendario, non un fondamento civico. Qualcosa che può aspettare.

E ciò che può aspettare, prima o poi, smette di contare. Trieste ama definirsi città di confine. Ma oggi appare piuttosto una città di comoda distanza: distanza dal dolore, dalla responsabilità, dalle domande che non garantiscono risposte rassicuranti. Preferisce il mito alla verità, l’eleganza alla coscienza. Eppure proprio quegli scrittori che tanto celebra — Joyce, Svevo, Saba — avevano intuito che l’uomo moderno non cade per improvvisa ferocia, ma per autoassoluzione. Per quella capacità tutta civile di giustificarsi mentre si volta dall’altra parte. Il cortile quasi vuoto della Risiera non racconta un problema organizzativo. Racconta un’abitudine. L’abitudine a pensare che la storia riguardi sempre qualcun altro. Ma la storia non chiede applausi. Chiede presenza. E quando nemmeno quella arriva, non è il passato a far paura. È il presente che comincia ad assomigliargli.

[f.v.]

Quando ricordare diventa comodo

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