03.12.2025 – 12.15 – PREMESSA – Seguendo la critica situazione in Venezuela, ricordiamo, paese potenzialmente ricchissimo che galleggia sul petrolio, mi sono venute in mente le parole scritte dal famoso filosofo americano Leif Wenar nel suo celebre libro Blood Oil. Sembra, sostanzialmente, di rivedere un film già visto molte volte, seppure ambientato in altri contesti. Molti scrittori africani e latino-americani la chiamano “la maledizione del petrolio”, una formidabile ricchezza che spesso trascina dietro di sé rivoluzioni, tirannie, corruzione, soprusi, sete di potere, guerre e disperazione. Sul Venezuela sappiamo e si parla molto poco, eppure solo poche decine di anni orsono, in quell’apparente lontano paese latino-americano, viveva un’importante comunità italiana, stimata negli anni ’80 in ben 400.000 persone. Un solo dato ci aiuta a capire gli interessi in gioco e la delicatezza del momento storico: secondo il rapporto annuale dell’Avenergy Suisse, al primo gennaio 2024 le riserve di petrolio accertate in Venezuela ammontavano a 309 miliardi di barili. Il Venezuela è quindi il Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo, seguito dall’Arabia Saudita (267 miliardi), dall’Iran (209 miliardi), dal Canada (163 miliardi) e dall’Iraq (145 miliardi).
Il mito del petrolio: una chimera irraggiungibile – Luis Pacheco, esperto del settore energetico e analista del famoso Baker Institute americano, ha cercato, senza successo, negli anni, di trovare delle risposte alla domanda sul perché il Venezuela, dopo quasi cento anni di esplorazioni petrolifere e innumerevoli tentativi di modernità, sia ancora lontano da uno sviluppo economico e sociale reale e sostenibile. Pacheco, in particolare, afferma che il petrolio, pur essendo senza dubbio l’industria principale del Venezuela, non sembra aver catturato la dedizione o l’interesse prolungato neppure degli scrittori e dei poeti del Paese. Come scrisse lo storico Manuel Caballero, “Il petrolio è un minotauro senza Omero“. Tuttavia, senza timore di smentita, possiamo affermare che il petrolio in Venezuela ha plasmato la storia contemporanea del Paese. Merita ricordare che il petrolio ha trasformato anche il paesaggio del Venezuela, in particolare quello delle aree rurali devastate dalla povertà e dalla disperazione all’inizio del XX secolo. Il petrolio, allora, rappresentava un sogno di progresso, come descritto dallo scrittore Miguel Otero Silva nel suo romanzo Casas Muertas (1955): “Venivano dalle regioni più diverse, dai villaggi andini, dalle haciendas di Carabobo e Aragua, dai sobborghi di Caracas, dai villaggi di pescatori della costa… Tutti andavano alla ricerca del petrolio apparso in Oriente, sangue forte e nero che scorreva dalle savane, ben oltre quei villaggi in macerie che ora attraversavano, da quel bestiame magro, da quei raccolti miseri. Il petrolio era stridore di macchine, cibo in scatola, denaro, liquore, qualcosa di completamente diverso. Alcuni erano mossi dalla speranza, altri dall’avidità, la maggior parte dalla necessità.” Questo sogno è ancora inseguito, anche se molti lo ritengono una chimera irraggiungibile.
Il fenomeno Chávez e i rapporti difficili tra USA e Venezuela – Numerosi think tank statunitensi e latino-americani hanno recentemente dedicato lunghi e complessi editoriali alla crisi venezuelana, ricordandoci che le tensioni fra Washington e Caracas durano da oltre 25 anni, con alterne vicende. Sicuramente le relazioni tra i due Paesi si sono acuite con il ritorno di Donald Trump alla presidenza, ma risultano particolarmente complesse dall’ascesa al potere di Hugo Chávez.
Chi era Hugo Chávez? – Ricordiamo che Chávez fu il predecessore dell’attuale presidente Maduro e autore della svolta in senso socialista del Paese, con la cosiddetta “rivoluzione bolivariana”, un’ideologia che mescolava elementi di socialismo democratico, nazionalismo e populismo di sinistra, e il pensiero di Simón Bolívar, contro quelli che definiva il “liberismo selvaggio” e “l’imperialismo degli Stati Uniti d’America”. Chávez non era un politico di carriera, ma un militare. Trascorse tutta la sua vita professionale nell’esercito e, nel 1992, tentò invano di diventare presidente con un colpo di Stato. Nel 1998 vinse le elezioni presidenziali, ottenendo il 56% dei voti. Siamo in un momento storico, ci raccontano i giornalisti venezuelani, in cui il Venezuela si trovava in una crisi economica e in cui molti cittadini cominciavano a mettere in discussione la politica tradizionale del Paese e l’egemonia dei suoi due partiti tradizionali, il socialdemocratico Azione Democratica (AD) e il partito centrista Comitato di Organizzazione Politica Elettorale Indipendente (COPEI).
Chávez vinse le elezioni basando la sua campagna sulla promessa di rivoluzionare la politica venezuelana, con un programma di sinistra incentrato sulla lotta alla corruzione e alla povertà. “A quell’epoca, sembrava che i venezuelani cercassero qualcuno capace di vendicarli”, ha spiegato il giornalista venezuelano Alonso Moleiro. “Moltissima gente pensava che Chávez sarebbe stato un leader democratico, che rappresentasse un’opportunità per rigenerare la democrazia venezuelana, però si sbagliarono. Chávez fu il primo grande populista carismatico del nostro tempo.” Chávez rimase alla presidenza del Venezuela quasi ininterrottamente, se si esclude un breve periodo nel 2002, fino alla sua morte nel 2013. Riuscì a governare grazie al sostegno dell’esercito ma mantenendo, solo formalmente, una parvenza di democrazia, e senza sospendere mai le elezioni. Al tempo stesso, però, il suo governo divenne sempre più autoritario: aumentò i poteri della presidenza, annullò l’indipendenza del potere giudiziario, discriminò l’opposizione e i media critici, e restrinse notevolmente la libertà di espressione e di associazione nel Paese. La retorica anticapitalista di Chávez si rivolgeva principalmente contro gli Stati Uniti. Nel 2006, tenne un celebre discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dedicato interamente a criticare gli USA, riferendosi al presidente Bush come al “diavolo”.
Tra i cittadini del Venezuela, però, la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere venezuelane. Questi programmi, chiamati “missioni”, erano pensati per favorire l’accesso dei venezuelani più poveri ai servizi di base, ai beni di prima necessità e alle case popolari. Ebbero risultati ambivalenti: migliorarono le condizioni di vita per parte della popolazione più povera, ma molti critici sottolinearono che la rendita petrolifera avrebbe potuto essere impiegata per risolvere i problemi strutturali dell’economia, che invece rimase eccessivamente dipendente dalle sole esportazioni di petrolio. “Chávez non rese i poveri meno poveri, ma li rese più felici, allo scopo di prolungare la propria permanenza al potere”, ha scritto la giornalista venezuelana Maye Primera. Chávez morì di cancro il 5 marzo 2013, probabilmente a L’Avana, pochi mesi dopo aver vinto le elezioni presidenziali per la quarta volta. Oggi il corpo di Chávez è conservato in un mausoleo. Ogni giorno, alle 16:25 (l’ora della sua morte), i militari sparano un colpo di cannone e urlano: «Chávez vive, carajo! La patria sigue!». Poco prima di morire, Chávez nominò come suo successore Nicolás Maduro, appartenente al suo partito, il Partito Socialista Unito Venezuelano (PSUV), che all’epoca era vicepresidente. Maduro vinse le elezioni convocate subito dopo la morte di Chávez ed è alla guida del Paese da allora. Durante questo periodo la situazione nel Paese è decisamente peggiorata: il Venezuela ha attraversato la peggior crisi economica della sua storia, e Maduro ha mantenuto uno stile di governo totalmente autoritario, continuando a fare affidamento sul sostegno dell’esercito. La sua popolarità, inoltre, è sensibilmente calata negli ultimi anni.
Lo stridente rapporto tra Washington e Caracas – Samuel Ben-Ur e Krystal Bermudez, analisti americani presso la Foundation for Defense of Democracies, hanno recentemente descritto, in un lungo saggio, le complesse relazioni degli ultimi 25 anni tra il Venezuela e gli Stati Uniti, di cui desidero offrire un breve stralcio. Le relazioni tra Venezuela e Stati Uniti risultano tese dall’inizio degli anni Duemila, intensificandosi quando l’ex regime del presidente venezuelano Hugo Chávez si scontrò con l’amministrazione del presidente statunitense George W. Bush. Questa “discordia” si protrasse per diverse amministrazioni, acuendosi nuovamente dopo una breve pausa durante l’amministrazione Obama, quando Chávez morì di cancro nel 2013 e Nicolás Maduro lo sostituì come presidente. Tuttavia, alla fine del 2014 l’amministrazione Obama iniziò a sanzionare decine di funzionari venezuelani per i loro legami con il narcotraffico. Il primo mandato di Trump segnò una notevole escalation nella strategia statunitense nei confronti di Caracas. Il presidente ereditò un consenso bipartisan secondo cui le istituzioni, un tempo democratiche, del Venezuela erano state indebolite dalla corruzione, dalla repressione, dai legami con Iran, Cina e Russia, e dal coinvolgimento dello Stato nel traffico di droga e di esseri umani. Dal 2017 l’amministrazione Trump decise di esercitare forti pressioni su Caracas, spesso in risposta alle azioni del regime di Maduro. Il 13 febbraio di quell’anno, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti sanzionò l’allora vicepresidente venezuelano Tareck El Aissami per traffico di droga, ai sensi del Kingpin Act, per “aver agevolato le spedizioni di stupefacenti dal Venezuela”. Ricordiamo che nell’aprile 2017 Maduro non solo “annullò” l’Assemblea nazionale, il principale organo legislativo del Venezuela controllato dall’opposizione, ma esercitò anche forti pressioni sul Tribunale supremo di giustizia (STJ), la corte suprema del Paese, affinché emettesse sentenze che privassero totalmente l’Assemblea nazionale dei suoi poteri legislativi, trasferendoli alla stessa corte, di fatto controllata da Maduro. In risposta, gli Stati Uniti sanzionarono otto membri del citato Tribunale supremo di giustizia.
Dopo le elezioni venezuelane del maggio 2018, gli Stati Uniti, insieme alla maggior parte del mondo occidentale, respinsero formalmente la rielezione di Maduro. Il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó concordò con la valutazione degli Stati Uniti, invocando la Costituzione venezuelana per assumere la presidenza ad interim nel gennaio 2019. Gli Stati Uniti riconobbero Guaidó come legittimo presidente del Venezuela, con Trump impegnato a usare “tutto il peso del potere economico e diplomatico degli Stati Uniti per premere per il ripristino della democrazia venezuelana”. Merita evidenziare che, all’epoca, circa 50 governi in tutto il mondo riconobbero la presidenza di Guaidó. Successivamente, nel gennaio 2019, Washington decise di “congelare” circa 7 miliardi di dollari di fondi governativi venezuelani presso banche statunitensi, affidando a dirigenti nominati da Guaidó la responsabilità di Citgo, una sussidiaria statunitense della compagnia petrolifera statale venezuelana Petroleos de Venezuela (PDVSA). Il 30 aprile 2019, a Caracas, si assistette a una rivolta militare, la cosiddetta “Operazione Libertad”, che tentò, senza successo, di rovesciare il regime di Maduro. Merita ricordare che, in tale circostanza, l’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo affermò che Maduro era pronto a fuggire a Cuba prima che i suoi sostenitori russi lo convincessero a rimanere, e l’allora consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton accusò apertamente l’Avana di sostenere Maduro, minacciando di imporre su Cuba un embargo totale da parte degli Stati Uniti.
A seguito del fallito colpo di Stato, nel marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) incriminò Maduro e altri 14 funzionari venezuelani per reati di narcoterrorismo. L’accusa prevedeva una ricompensa di 15 milioni di dollari per l’arresto di Maduro e sosteneva che avesse guidato una cospirazione con la guerriglia colombiana per esportare cocaina negli Stati Uniti. Il Dipartimento di Giustizia documentò un “ponte aereo” attraverso il quale i trafficanti di cocaina esportarono tra le 200 e le 250 tonnellate di cocaina all’anno dal Venezuela agli Stati Uniti. Una volta al potere, nel 2021, l’amministrazione Biden concesse limitate proroghe al regime di Maduro, ma sostanzialmente mantenne la posizione degli Stati Uniti assunta sotto l’amministrazione Trump. Il Dipartimento del Tesoro statunitense autorizzò la Chevron a trivellare in Venezuela a condizioni rigorose, ma la maggior parte delle sanzioni statunitensi rimase in vigore.
Dopo l’ennesima vittoria elettorale di Maduro nel 2024, contestata aspramente ma inutilmente dagli osservatori locali e internazionali, Washington decise di sanzionare 21 alti funzionari venezuelani con l’accusa di brogli elettorali e repressione delle proteste. In tale contesto, Canada, Unione europea, Regno Unito e altri alleati degli Stati Uniti imposero anch’essi sanzioni contro il regime autoritario del leader venezuelano. L’amministrazione Biden impose inoltre divieti di visto a un “numero significativo” di funzionari allineati a Maduro, “continuando con forza a chiedere che Maduro si facesse da parte”. Nell’agosto 2025 la Marina degli Stati Uniti decise di dispiegare un gruppo anfibio, comprendente la USS San Antonio, la USS Iwo Jima e la USS Fort Lauderdale, e circa 4.500 uomini, al largo della costa venezuelana. Le forze statunitensi ristrutturarono anche una vicina base navale a Porto Rico, iniziando la costruzione di strutture a St. Croix. In poche settimane, sette navi da guerra e un sottomarino nucleare d’attacco rapido furono di stanza vicino al Venezuela. L’11 novembre, infine, i media internazionali annunciarono che la portaerei statunitense USS Gerald R. Ford, la nave da guerra più grande del mondo, era arrivata nel Mar dei Caraibi, al largo delle coste sudamericane, segnando un notevole aumento delle risorse militari mobilitate da Washington nella regione e alimentando le tensioni con il Venezuela. La più grande forza militare navale degli Stati Uniti fu schierata nei Caraibi dalla crisi missilistica cubana del 1962. Il resto… è cronaca.
Conclusione – Desidero concludere questo breve lavoro condividendo la chiusura di un recente articolo redatto da Phil Gunson sulla prestigiosa rivista “Foreign Affairs”: “Una netta maggioranza di venezuelani vuole la caduta di Maduro. Ma l’ipotesi che rovesciare con la forza l’attuale governo porterà a una transizione graduale verso la democrazia è pericolosa. Il Venezuela è pieno di gruppi armati che resisterebbero al crollo del regime e minerebbero qualsiasi tentativo di ripristinare lo stato di diritto. I generali attualmente fedeli a Maduro potrebbero insediare un leader ancora più repressivo. Senza una strategia praticabile per la caduta del governo, la destituzione di Maduro potrebbe portare a una repressione e a difficoltà ancora maggiori per i venezuelani. Invece di tentare di costringere Maduro a cedere sotto la minaccia delle armi, americani e opposizione venezuelana dovrebbero concentrarsi sull’unica strategia che possa portare a una transizione sostenibile e pacifica: negoziati globali e sostenuti a livello internazionale. Tali colloqui sarebbero impegnativi e richiederebbero tempo. Con una taglia di 50 milioni di dollari sulla sua testa, un’incriminazione da parte di una giuria popolare statunitense per traffico di droga e un’indagine in corso da parte della Corte penale internazionale per possibili crimini contro l’umanità, il presidente venezuelano sa che è più sicuro restare dove si trova. Le condizioni per la diplomazia, in altre parole, non ci sono ancora. Ma le scorciatoie violente rischiano solo di peggiorare la situazione.”
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d]


