02.12.2025 – 9.00 – PREMESSA – La tensione tra Caracas e Washington, esplosa sostanzialmente dal settembre u.s., non accenna a diminuire. Il recente arrivo nei Caraibi del gruppo aeronavale americano guidato dalla portaerei Gerald Ford, la più grande al mondo, sembra voler testimoniare una chiara volontà degli Stati Uniti di esercitare un ulteriore elemento di pressione sul Venezuela di Maduro. Inoltre, il 29 novembre u.s. le agenzie di stampa americane hanno comunicato che il Presidente Trump aveva voluto emanare “un’ampia direttiva sui social media”, avvisando le compagnie aeree, i piloti e le reti criminali di evitare lo spazio aereo venezuelano. In merito, il Presidente aveva voluto scrivere un post sul noto Truth Social, assolutamente eloquente: “To all airlines, pilots, drug dealers, and human traffickers, please consider the airspace above and surrounding Venezuela to be closed in its entirety. Thank you for your attention to this matter! President Donald J. Trump“
CAUSE E POSSIBILI SCENARI – Dobbiamo affermare, senza timore di smentita, che la complessa vicenda supera di gran lunga la dichiarata vasta operazione di lotta al crimine e alle reti del narcotraffico, avviata e propagandata dagli USA dallo scorso mese di settembre. Queste operazioni, ricordiamolo, si sono concretizzate nella conduzione nei Caraibi di numerosi attacchi statunitensi contro imbarcazioni di trafficanti di droga al largo del Venezuela. Questa linea di azione, successivamente, si è estesa anche al Pacifico e, in particolare, nelle acque di fronte alla Colombia. Non appare assolutamente casuale che da allora Washington abbia deciso di mantenere permanentemente nell’area un dispositivo militare navale oltremodo imponente. In tale contesto, merita precisare che, secondo i dati dell’agenzia americana antidroga, la famosa DEA (Drug Enforcement Administration), la maggioranza degli stupefacenti che arriva negli Stati Uniti segue comunque altre direttrici, perché il fentanyl proviene dal Messico e la cocaina, che ha nella Colombia ancora il principale Paese produttore, arriva invece dal Pacifico.
In merito, Graziano Palamara, docente di Storia delle relazioni internazionali e Storia dell’America Latina, ha recentemente affermato che l’obiettivo di Washington appare quello di “mettere sempre più sotto pressione il regime venezuelano e provare a produrre un cambio”. In che modo, aggiunge Palamara, “non è ancora del tutto chiaro”. Inoltre, molti analisti americani ritengono che, sotto il profilo interno, l’amministrazione Trump voglia con tali operazioni anti-crimine anche consolidare il proprio consenso tra l’elettorato dei latinos, comunità storicamente contrarie ai regimi dell’America Latina, e più in generale tra i cittadini per i quali la sicurezza nazionale rappresenta una decisa priorità. Tuttavia, Palamara, sapientemente, ci ricorda che un tale dispiego di forze militari navali da parte di Washington presenta ovviamente dei riflessi geo-strategici non indifferenti. Ricordiamo che, in un’epoca contraddistinta da una sorta di rivoluzione geopolitica e in cui le relazioni tra gli stati stanno rapidamente cambiando, il fatto che Caracas mantenga da tempo “ottime relazioni con Mosca e Pechino” non appare indifferente. In relazione a possibili scenari, recentemente l’autorevole rivista statunitense Foreign Affairs, in un lungo editoriale, ha affermato che per molti funzionari americani il leader venezuelano Maduro potrebbe essere alle corde e, forse, in procinto di rassegnare le dimissioni o di essere detronizzato dal suo stesso esercito. Merita evidenziare, inoltre, che diversi analisti occidentali ci ricordano che nello scorso mese di ottobre il presidente Donald Trump aveva dichiarato di aver autorizzato la CIA ad organizzare operazioni segrete in Venezuela.
Infine, James Story, già ambasciatore statunitense in Colombia e responsabile dell’Unità per gli Affari venezuelani presso l’Ambasciata statunitense a Bogotà, ha recentemente riferito a Politico che: “la politica statunitense appare ora calibrata per smuovere le élite venezuelane vicine a Maduro, spingendole a deporre il proprio leader.” La leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, insignita recentemente del Premio Nobel per la Pace, non ha nascosto la propria fiducia riguardo all’imminente caduta di Maduro, dichiarando che: “con o senza negoziati, Maduro se ne andrà.” Tuttavia, Washington sembra muoversi con estrema cautela, ben sapendo che sul “ricchissimo territorio venezuelano” da molto tempo operano numerosi e strutturati gruppi criminali, anche transnazionali, che potrebbero resistere al crollo del regime di Maduro e che certamente ostacolerebbero una transizione pacifica del Paese verso la democrazia. Inoltre, cosa da non sottostimare mai, una transizione con la forza potrebbe determinare l’esplosione di violente reazioni da parte dell’esercito venezuelano ancora fedele allo stesso Maduro.
Sembra pertanto profilarsi una strategia americana particolarmente prudente, una strategia negoziale almeno inizialmente, diretta sicuramente all’estromissione di Maduro ma al contempo volta ad evitare possibili scenari di guerra civile e l’insediamento di regimi militari che trascinerebbero il Venezuela nel totale caos. La stampa americana, in merito, appare in trepida attesa. In particolare, recentemente il New York Times ha riportato una telefonata tra Trump e Maduro. Tuttavia, al momento, sempre secondo numerose fonti americane, le posizioni delle due parti rimangono molto distanti. Washington avrebbe chiesto a Maduro e ai suoi principali alleati di lasciare immediatamente il Venezuela per consentire il ripristino del governo democratico, mentre i leader del regime avrebbero proposto di affidare il controllo politico all’opposizione, mantenendo però il comando delle forze armate.
LA NON REAZIONE RUSSA E LA STAMPA LATINO-AMERICANA – La Tass, il primo dicembre, apre il suo editoriale riportando le notizie trapelate da fonti americane, secondo le quali, durante colloqui informali con i rappresentanti degli Stati Uniti, il presidente venezuelano Nicolas Maduro avrebbe indicato la sua disponibilità a dimettersi entro 18 mesi. Ricordiamo tuttavia che il 21 ottobre il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, al termine di un incontro con l’ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Russia, Jesús Rafael Salazar Velázquez, aveva dichiarato: “La Russia ribadisce la sua solidarietà al governo e al popolo venezuelano di fronte alle crescenti minacce esterne e ai tentativi di ingerenza negli affari interni, nonché il suo pieno sostegno agli sforzi di Caracas per difendere la sovranità nazionale. La Russia sostiene lo sviluppo stabile e indipendente di tutti i paesi e le regioni e il mantenimento dell’America Latina e dei Caraibi come zona di pace.”
Inoltre, il 29 novembre u.s., al termine dei lavori della diciannovesima riunione della Commissione intergovernativa russo-venezuelana, svolta a Mosca sotto la copresidenza del vice primo ministro Dmitry Chernyshenko e del vicepresidente esecutivo e ministro del Potere Popolare per il Petrolio della Repubblica Bolivariana del Venezuela Delcy Rodríguez, Chernyshenko aveva testualmente dichiarato: “Il Venezuela rimane un partner e un alleato fedele della Russia in America Latina e a livello globale. Apprezziamo molto il dialogo politico basato sulla fiducia a tutti i livelli, incluso il più alto. I colloqui tra i presidenti di Russia e Venezuela, tenutisi a Mosca il 7 maggio, hanno confermato ancora una volta l’impegno a rafforzare la cooperazione a tutto tondo. La solida base per questo è l’Accordo di Partenariato Strategico firmato dai leader dei nostri Paesi. A nome del governo russo, ho espresso sostegno al governo del Venezuela e solidarietà al popolo venezuelano nella difesa della sovranità nazionale contro le minacce esterne.”
In tale contesto, decisamente diplomatico-formale, la stampa latino-americana da giorni non solo non annuncia la decisione del Cremlino di abbandonare Maduro, ma riporta anche l’avvio di un processo di evacuazione per i cittadini russi attualmente in Venezuela, attraverso l’organizzazione di voli speciali. Infine, la stampa argentina, dopo aver definito Maduro un narco-dittatore, ha svilito e ridicolizzato il tentativo di Maduro di richiedere l’intervento dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) per fermare l’aggressione da parte degli Stati Uniti.
CONCLUSIONE – Come ha dichiarato recentemente Emiliano Guanella di ISPI, l’esplosione di un conflitto tra Caracas e Washington, al momento, sembra svilupparsi sul fragile filo della pressione psicologica: “mostrare i muscoli per intimorire il regime e cercare sottobanco di spezzare la fedeltà della casta militare a Maduro”. Diversi media, continua Guanella, teorizzano da settimane sui possibili piani di fuga del presidente Maduro; il governo del Qatar si è detto pronto a ospitare un tavolo di negoziati; l’opposizione venezuelana, a partire dal Premio Nobel per la Pace María Corina Machado, si dice pronta ad assumere un ruolo nel processo di transizione. Gli alleati di Maduro appaiono stranamente cauti. La Cina dice di osservare con attenzione gli sviluppi; da Mosca si limitano a ribadire la loro alleanza strategica con Caracas; Teheran non si sbilancia più di tanto. Alla luce di quanto sopra, la situazione può essere definita estremamente delicata e suscettibile anche di violente accelerazioni.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d]


